Ampliare casa nel 1823…

Pare fosse molto facile ampliare o modificare un edificio nel 1823.

Siamo a Forlì e negli archivi comunali vi sono documenti anche datati, come quello reperito di recente, dove un tal sig. Tommaso Baccarini fa domanda al Gonfalone della città per poter modificare casa sua, il 14 novembre 1823. Non solo, però, chiede anche che gli venga concesso del terreno di proprietà pubblica, gratis, per poterla anche ampliare vantando il fatto che già in una precedente occasione, la realizzazione di un edificio nel centro di Forlì, in piazza del Duomo, aveva contribuito a meglio ornare il luogo.

Di seguito si riporta il testo che accompagna la tavola pubblicata: “A Sua Eccellenza Sig. Gonfaloniere di Forlì, 14 novembre 1823, Eccellenza Animato Tommaso Baccarini di vero amor patrio avendone dato prova nell’erigere la fabbrica del piazzale del Duomo ad ornamento del luogo; sarebbe disposto in ora d’intraprendere sull’altra piazza di S. Agostino, annesso alla casa di sua abitazione un proseguimento di fabbrica, si fa in dovere di presentare  all’Ecc.Vostra il tipo del quale si vede lo stato attuale sgraziato ed irregolare che trovasi attualmente, con quello che vorrebbe eseguire. In tale emergenza prega l’Eccellenza V.tra a volere accordare gratis il permesso di occupare in linea di mezzodì a tramontana piedi 30 circa d’area del piazzale.

Il 19 novembre 1823, così risponde la gonfaloneria di Forlì: “Avendo verificato sulla faccia del luogo il terreno che chiede di occupare il petente per fare la Fabbrica richiesta, ho rilevato che verrà ad ornare quella parte di piazzale già di S. Agostino, in ora irregolare, e fuori dalla linea dell’abitato, che guarda a ponente, perciò opino sempre subordinatamente all’intiera Commissione, che si debba accordare al medesimo Baccarini ciò che dimanda in detta istanza, giacchè ha dato prova altra volta di essere animato ad ornare quei luoghi della nostra Città ove egli ha intraprese delle Fabbriche.

La Commissione, a sua volta, suggerisce alcune modifiche e scrive: “La Commissione per quanto l’appartiene ha opinato che possa concedersi al Baccarini il richiesto permesso a condizione che nella di cui facciata dal punto segnato in basso A.B. e n° 4 tenga un ordine diverso a quello segnato dal n° 4 al n° 5, onde resti più simetria, e regolare la facciata da costruirsi a ponente.”

L’edificio fu realmente realizzato e si trova nell’attuale Piazza Dante Alighieri, allora S. Agostino, quasi in continuità con la Caserma del Comando Provinciale della Guardia di Finanza…

Casa del Fascio e dell’Ospitalità a Predappio…

Confrontandoci con colleghi e con studiosi, spesso ci si è chiesti perché la casa del fascio a Predappio fosse chiamata anche dell’Ospitalità. Pare, infatti, sia l’unico caso conosciuto in cui oltre alla classica identificazione dell’edificio come “Casa del Fascio” sia stato aggiunto “e dell’Ospitalità”; solitamente, si definiva Casa del Fascio, Palazzo del Fascio o Palazzo del Littorio, senza aggiungere altro.

Forse le ragioni le troviamo in un articolo pubblicato nel 1937, anno dell’inagurazione dell’edificio, su “La Rivista Illustrata del Popolo d’Italia“, a firma di Piero Domenichelli, giornalista che collaborò per diverso tempo con la redazione milanese del quotidiano “Il Popolo d’Italia”.

Riporto un estratto dell’articolo con pubblicata anche la foto a corredo dello stesso, nella quale si notano i residui del cantiere di costruzione.

“Questo semplice e superbo edificio, nel suo stile squisitamente fascista, di chiarezza e di forza che nelle linee particolari o analitiche, come nella sintesi, non esclude una sua nobiltà o una sua caratteristica che vorrremmo chiamare di «Nobiltà rurale», vuole essere la «Casa dell’Ospitalità» non solo dei fascisti di Predappio «ma per tutti coloro che un bisogno dello spirito conduce presso i luoghi così tanto profondamente legati alla vita del Capo» (la citazione in virgolettato si riferisce, con grande probabilità, alle parole pronunciate da Achille Starace, il giorno dell’inagurazione dell’edificio).” 

L’articolo prosegue omaggiando il carattere dei romagnoli soffermandosi, in particolare, sul tema dell’ospitalità e così prosegue:

[La gente di Romagna] Vi offrirà, se venite qui, e qui specialmente, in questa terra di Predappio, così ormai o più che mai intimamente e universalmente rappresentativa, la semplice piada dei sociali ed umani attendamenti pascoliani ma insieme, e per inaffiarla, la nobilissima e dolce Albana d’oro degli splendenti bertinoresi colli dominanti con la Rocca delle Caminate e col Titano di San Marino, tutta la abbagliante e lussureggiante pianura fino all’Adriatico. Verranno dunque gli italiani fascisti a questa Casa del Fascio e dell’Ospitalità e s’incontreranno, come ad una confluenza di riconoscimenti umani o di buona volontà pacifica e operosa, dopo le giustizie inflessibili delle lotte decisive, con i visitatori provenienti da tutti i paesi del mondo. Sarà a tutti aperta ed accogliente questa Casa del Fascio; e perché per ognuno non potrebbe essere l’offerta ospitale o familiare, squisitamente romagnola, dunque, della semplice e saporosa “piè” e dell’Albana d’oro? O, per le giuste preferenze: della piada, insostituibile, fondamentale o essenziale, e del Sangiovese “amor de’ mi paes” per coloro che al dolce di un nettere odoroso ancora di pampini, di sole, di polline, preferiscono la sostanzialità, di contenuta effervescenza, dell’altro vino, denso, rosso, generoso come sangue?…

Forse così si spiega il perché l’edificio sia ricordato come la “Casa del Fascio e dell’Ospitalità”.

Palazzo INAIL, Forlì…

Piazzale della Vittoria a Forlì è un soggetto molto fotografato e la statua di Icaro o il Monumento ai caduti, con i suoi quattro altorilievi posti sui cippi a lato della colonna, la fanno da padrone. Oggetto di un rinnovato interesse anche i diversi edifici realizzati nel Ventennio e che affacciano sia la piazza sia il lungo Viale della Stazione tanto da essere identificati facenti parti il “quartiere razionalista” (espressione non del tutto corretta, ma accettabile per la sintesi).

Così, studiati, indagati e visitati sono l’ex Collegio Aeronautico, l’ex Stazione Agraria, l’ex G.I.L., l’Istituto Tecnico o i due edifici gemelli in testata a Corso della Repubblica, ma poco si sa, o poco si parla, del Palazzo dell’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL). Quest’ultimo, in parte affaccia sulla piazza e in parte con viale della Stazione ed ha un cortile interno; a ben guardarlo, credo che anch’esso debba essere compreso a pieno titolo all’interno del perimetro del “quartiere razionalista”. Il suo progettista è un tal ing. Gino Cervesi, descritto da alcuni come un minore perché non ebbe particolari incarichi pubblici, ma questa è un’affermazione non vera del tutto. Infatti, ripercorrendo velocemente il trascorso di Gino Cervesi, sappiamo che nasce a Cattolica (1900) e frequenta Ingegneria Edile a Bologna laureandosi nel 1925. Trasferitosi a Forlì, frequenta gli ambienti dell’Azione Cattolica e, fra i primissimi incarichi, quello di progettare il nuovo basamento della colonna della Madonna del Fuoco, monumento inaugurato nel 1928. Suoi i progetti delle chiese di Villanova, San Varano, Villa Grappa, il Santuario della Madonna delle Caminate; ancora il Tempio Votivo a Fiumana di Predappio e la chiesa parrocchiale di Montemaggiore. Nel 1933 partecipa al concorso per il piano regolatore della città di Forlì, con il collega ing. Elio Danesi, col quale ebbe altre sodali collaborazioni, con un progetto dal motto “Madonnina del Fuoco”, selezionato fra i tre vincitori. Attivo anche nella vicina Meldola e in altri comuni limitrofi, nel 1944 riceve l’incarico per il palazzo INAIL ma i documenti conservati in archivio riportano che la domanda per ottenere l’autorizzazione a costruire l’edificio è del 24 gennaio 1948; ottenuta la “Licenza per lavori edili” n° 10315, le opere si completarono sul finire del 1949 ottenendo la dichiarazione di edificio “Abitabile” il 29 dicembre dello stesso anno, per “piani 5 e ambienti 269” di cui 162 a destinazione abitativa. Dalle tavole di progetto sappiamo che al piano terreno vi erano gli ambulatori e locali per terapie oltre agli uffici amministrativi; ai piani superiori, abitazioni di diverse metrature.

Interessante e rappresentativo il disegno prospettico che inquadra l’edificio rapportandolo al Monumento ai Caduti, ben confrontabile con la cartolina databile ai primi anni ’50.

Un dettaglio mi colpisce perché nella prospettiva si notano, alla base della colonna centrale del Monumento ai caduti, i fasci littoti framezzati agli scudi, com’era in origine, ma, nella cartolina, non ci sono più…

SILENCE.

Pubblico molto volentieri questo lavoro realizzato da mia figlia Rachele, elaborato per l’esame di “Fotografia e post-produzione”, sostenuto qualche giorno fa all’ISIA (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche) con ottimi risultati…

Il tema dell’architettura moderna mi è particolarmente caro come altrettanto caro è lo studio del patrimonio esistente costruito fra le due guerre mondiali. Sappiamo bene, purtroppo, che molto di questo patrimonio architettonico realizzato durante il Ventennio è in stato di degrado e abbandono così, le foto realizzate recentemente da Rachele alla Colonia Montecatini e alla Colonia Varese di Milano Marittima, lo raccontano, a mio avviso, egregiamente. Mi sono permesso di eliminare i testi a corredo del lavoro, anche perché sulle citate colonie ho pubblicato due blog in questo sito, a cui rimando per eventuali approfondimenti…

Grazie per la dedica, un abbraccio…

Forlì… 24 settembre 1813

Pianta della Piazza di Forlì – 1813

Fra qualche giorno, la tavola che rappresenta la “Pianta della Piazza di Forlì”, compirà 207 anni.

Nell’insieme, ci racconta, in una sapiente e raffinata rappresentazione grafica, un’inedita Piazza Saffi (per come si chiama oggi) con i nomi delle famiglie che abitavano, o erano proprietarie (forse entrambe), dei palazzi che vi si affacciano, oltre a riportare la toponomastica di allora. Così, si scopre, o si ha conferma che, iniziando dall’alto a sinistra si legge, in senso oraio; Sig.ri Fratelli Pantoli (edificio demolito a metà degli anni ’30 del ‘900 per far posto all’edificio degli Uffici Statali; alcuni scrivono e pensano che fosse al posto dell’edificio postale ma, forse, occorrerebbe rivisitare l’affermazione), Strada di S. Pietro (oggi C.so G. Mazzini), Sig. Sigismondo Castellini (demolito nei primi anni ’30 del ‘900 per far posto all’edificio delle poste e telegrafi), Via Masini (sparita per far posto all’edificio postale citato), Sig. Antonio Matteucci (edificio demolito per far posto al citato edificio postale e alla piazzetta limitrofa; oggi Piazzetta delle Poste), Via Paolucci (oggi via dei Filergiti), Palazzo Paolucci, Via Grande (oggi Largo de Calboli), San Mercuriale (da notare lo spazio antistante l’ingresso principale, circoscritto e, probabilmente, recintato o, quantomeno, confinato e perimetrato), Ufficio del Registro e delle Ipoteche (poi “restaurato” a chiostro della chiesa), Intendenza di Finanza (demolito e ricostruito nei primi anni ’40 del ‘900), Via Stalaccia (poi via delle Stallaccie e, oggi, via J. Allegretti), Sig.ri Fratelli Serughi (edificio “restaurato” a metà degli anni ’60 del ‘900), Strada Cottogni (poi C.so Vittorio Emanuele e, oggi, c.so della Repubblica), Giovanni Aziani (demolito verso la seconda metà degli anni ’30 del ‘900 per far posto all’Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale; ora, al piano terra, negozi e uffici bancaria e, ai piani superiori, uffici e abitazioni), Via Baratti, Chiesa del Suffragio, Via Suffragio (ora via Volturno), Sig. Virgislao (?) Francia (poi palazzo Talenti-Framonti; oggi, ristrutturato, è sede dell’Eataly), Palazzo Mangielli (poi, ancora, palazzo Talenti-Framonti; oggi, ristrutturato, è sede dell’Eataly), Sig. Stefano Francia (in parte, poi, Palazzo Reggiani; ri-accorpato a metà degli ani ’20 del ‘900 e, ora, Palazzo Albertini), Sig. Giacomo Balducci (oggi noto come Palazzo del Podestà), Strada di Ravaldino (oggi C.so A. Diaz), Botteghe della Beneficenza, Strada di Schiavonia (oggi C.so G. Garibaldi), “Arco Reale” (non più esistente), Palazzo Comunale e Via delle Torri… 

Al centro della piazza, in un’isola ellissoidale, il monumento della Madonna del Fuoco, patrona della città, che funge da baricentro al disegno della pavimentazione rafforzato dalla presenza di quattro spicchi che raccordano il dissimmetrico perimetro della piazza. A coronamento, una lunga serie di lampioni di cui si ha anche traccia in vecchie cartoline, o fotografie.

Particolare, ancora, la descrizione dei profili disegnati sulla parte destra: I. Profilo di Livellazione della linea del Rigagnolo dall’Arco Reale al Suffragio – II. Profilo di Livellazione della linea del Rigagnolo dal Suffragio a S. Mercuriale – III. Profilo di Livellazione della linea del Rigagnolo da S. Mercuriale – IV. Profilo di Livellazione dall’Arco Reale al Cantoe del Gallo lungo una linea distante 6. metri dal principio del Portico del Palazzo Comunale – V. Profilo di Livellazione della Diagonale del Cantone del Gallo al Suffragio – VI. Profilo di Livellazione della Diagonale dall’Arco Reale alla Chiesa di S. Mercuriale.

L’Aida a Predappio, 1939

Il 5 luglio 1939, il Segretario Federale dell’O.N.D. (Opera Nazionale Dopolavoro) di Forlì, conte Pio Teodorani Fabbri, invia al podestà di Predappio, Pietro Baccanelli, una breve comunicazione con accluso il biglietto per assistere all’opera lirica Aida prevista per l’8 luglio, pochi giorni dopo. La nota, ma anche il citato biglietto, sono ancora conservati nell’Archivio Storico di Predappio (quel che è rimasto) a memoria dell’evento che coinvolse moltissimi predappiesi, ma non solo, e fu la provincia forlivese l’unica ad ospitarla. Per dovere di cronaca, il “Carro di Tespi” fu un teatro itinerante, gestito dall’O.N.D., sorto per avvicinare la popolazione alle scene, nei piccoli e grandi centri, avviato nel 1930. A leggere le cronache del tempo, pare ebbe molto successo per cui sorse, dopo pochi mesi, anche il “Carro di Tespi Lirico” che, con imponenti scenografie, allestì opere quali l’Aida, Rigoletto, Trovatore, Bohème, Madama Batterfly, Tosca, Cavalleria Rusticana oltre a altre.

Così, anche Predappio, ospitò il “Carro di Tespi Lirico” nell’area del campo sportivo, titolato a “Sandro Italico Mussolini” (lo scomparso figlio di Arnaldo Mussolini), nelle adiacenze della GIL, allestendo l’Aida di Giuseppe Verdi. 

Una fotografia della scenografia è pubblicata dall’annuario dell’O.N.D. del 1939, che è la sintesi delle attività organizzate dall’Opera descrivendone in particolare alcune.

A seguito dell’evento, immancabile, pure, l’articolo del settimanale “Il Popolo di Romagna” (15 luglio 1939), titolato “L'”Aida” a Predappio alla presenza di Donna Rachele Mussolini e del Segretario del Partito” il cui incipit non manca di enfasi e pomposità: “Imponenti masse di lavoratori della terra e delle officine si diedero convegno sabato sera 8 corrente, nel paese natale del Duce, per assistere ad una memorabile rappresentazione del Carro di Tespi Lirico. Per tutto il pomeriggio giungevano da Forlì, da Cesena, da Rimini, e da altri centri della provincia, dai monti e dal mare, interminabili, colonne di dopolavoristi con automezzi ed in bicicletta. …

            Dall’articolo, possiamo conoscere i protagonisti dell’opera e i primi a essere citati sono i registi e il coreografo ovvero Enrico Frigerio, Filippo Dadò e Nicola Guerra. Il maestro Gabriele Santini, è descritto “… dalla bacchetta talora nervosissima, che ha concertato l’opera con spirito profondamente verdiano.“. La prima ballerina, Elide Bonagiunta, “… ha eseguito la sua danza con ritmo perfetto, flessuosità di movenze, eleganza di figurazioni, sì da provocare un uragano di meritatissimi applausi. …“. Aida era Emilia Piave “… ottima interprete, buona cantante, ripetutamente applaudita nei cosiddetti pezzi d’obbligo. …“.

Il tenore, Aldo Lampieri, “… dalla voce bella e intonata, che sale con facilità ai registri acuti, difetta nel fraseggio e non conosce ancora i segreti del bel canto. …“.

Gli altri citati sono il baritono Giuseppe Manacchini, Elena Nicolai, che interpretava Amneris, i bassi Giulio Tomei e Augusto Romani.

L’articolo conclude così: “Magnifica festa d’Arte e di Popolo da scrivere a caratteri d’oro negli annali del teatro della Romagna.“.

La Cattedrale cattolica a Mogadiscio

            Indubbiamente vastissimo il panorama dell’architettura italiana, altrettanto ampio è l’elenco dei progettisti che contribuì a realizzarlo fra cui anche l’ingegnere-architetto Antonio Vandone da Cortemilia (1862 – 1937). Ammetto, sinceramente, che fino a poco tempo fa, non ne conoscevo l’esistenza anche perché le rare informazioni che poi ho reperito, lo descrivono attivo fra fine ‘800 e i primi anni venti del ‘900, a Torino,  ma non solo, nel panorama stilistico dell’eclettismo e, soprattutto, dell’Art Nouveau. Quest’ultimo, è un filone di ricerca che non mi ha mai stimolato in modo particolare per cui anche lo studio dei protagonisti che portarono alla ribalta il Liberty in Italia, si è limitato ai maggiori.

            A. Vandone, progettò, in effetti, molte opere e non solo ville e villini ma fu attivo anche nel campo urbanistico, in quello industriale, pure in edifici di servizio fra cui asili, dormitori per operai, cappelle funerarie, mattatoi, ospedali e restauri nell’edilizia religiosa. Sfugge, però, nelle sintesi biografiche pubblicate che lo riguardano, il suo progetto della Cattedrale di Mogadiscio, un edificio imponente, il più grande tempio cattolico dell’Oceano Indicano, inaugurato nel 1928. Lo descrive molto attentamente un articolo pubblicato nel 1928, corredato d’interessanti immagini fotografiche (pubblicate), scattate da Carlo Pedrini che faceva parte del Regio Laboratorio Foto-Cinematografico di Mogadiscio. Leggendolo, si ripercorre la genesi del progetto che vede l’allora Governatore della Somalia, conte Cesare Maria De Vecchi di Val Gismon (uno dei quadrumviri della Marcia su Roma del ’22), rientrare a Mogadiscio dall’Italia nell’agosto del 1925 già con appresso il progetto dell’arch. A. Vallone.

“… La slanciata e serena architettura dell’edificio – comprendente la Chiesa e le case annesse per la Missione della Consolata – è ispirata alle costruzioni arabo-normanne della Sicilia e particolarmente al Duomo di Cefalù, fondato da Re Ruggero I, ex-voto, nel 1129. … La facciata, di due piani, è fiancheggiata dalle torri, alte trentasette metri e mezzo. Il pronao è composto di tre arcate ogivale e vi si accede da un ampio terrazzo ornato da balaustre in pietra e terminate in tre gradinate marmoree. Il piano superiore della facciata si presenta diviso in due ordini di archi, che inquadrano il finestrone dal quale prenderà luce la navata centrale.  … Una grande Croce di mosaico dorato, incorniciata da marmo verde, interrompe a mezzo il secondo ordine di archi. Un terrazzo sovrasta il pronao: ad esso si accede dalle torri. …”

            Tanta fu l’importanza data a questa costruzione che a inaugurarla fu Umberto di Savoia, il 1° marzo 1928, assieme al Duca degli Abruzzi e altre personalità, compreso lo stesso progettista Vandone.

            Oggi, questa notevole costruzione è stata quasi interamente distrutta durante gli oltre vent’anni di guerra civile somala e rimangono i suoi ruderi che ricordano le dimensioni originarie dell’articolato complesso.  

Quando gli autobus andavano a legna…

Avendo messo mano a diversi progetti su edifici costruiti del periodo del Ventennio, per restaurarli o ristrutturarli, ho acquistato svariati testi pubblicati in quegli anni che descrivono materiali e tecniche costruttive. Mi trovo fra le mani un numero de “L’Illustrazione Italiana”, dell’aprile del ’38, dedicato interamente all’autarchia e, rileggendolo, scopro, con vivo stupore, che per un certo periodo alcuni automezzi erano alimentati a legna o carbone.

Infatti, in un lungo articolo a firma del prof. Mario Ferraguti, che ai tempi era il Presidente dell’Istituto di Frutticoltura e di Elettrogenetica la cui sede era Roma, si legge il suo resoconto che in parte riporto perché ricco di spunti e considerazioni: “… reduce dal Giro d’Europa, …, misuravo i battiti del mio cuore in tumulto su quelli della mia vecchia alfa a gasogeno, che dopo settemila chilometri di corsa ininterrotta attraverso dieci Stati, non perdeva un colpo alimentata dal carbone di legna italiano e scandiva il suo ritmo musicale con una regolarità che non aveva ami avuta nemmeno quando, nuovissima, funzionava con quel liquido maleolente che costituì la ragion prima di molte guerre e di molte rovine, …”.

Nel testo anche il commento di Guglielmo Marconi che, due anni prima, 1936, collaudò lo stesso mezzo e concluse la prova con queste parole: “È naturale: a carbone si va meglio che a benzina perché il carbone nel gasogeno sviluppa gas, mentre la benzina, nel carburatore, riesce soltanto a nebulizzarsi in un pulviscolo ben lontano dall’avere la stabilità del gas e, quindi, incapace di bruciare in modo così perfetto come brucia il gas di carbone. …

Il Ferraguti prosegue poi specificando che nel suo viaggio aveva consumato solo 954 kg di carbone italiano per un valore di 190 lire, mentre la macchina di scorta e di controllo, che era al seguito, aveva consumato tremila lire di benzina straniera: tre centesimi al km per il carbone contro i 50 della benzina.

Dalla sperimentazione all’uso corrente tanto che il “gassogeno a legna” fu adottato dall’ATAG di Roma (l’immagine pubblicata si riferisce a uno di questi mezzi, dal 1934 al 1944) e da altre società per i mezzi di trasporto pubblico in altre città d’Italia.

Forlì – Le trasformazioni nel Ventennio… (8)

La mappa del 1928

Ritengo sempre molto interessante osservare la mappa della città di Forlì pubblicata nel 1928 in allegato al corposo studio di Ettore Casadei “Forlì e dintorni”, indiscusso “manuale” cui tutti gli storici e appassionati del nostro passato non possono non far riferimento, perché esplicativa delle trasformazioni della città.

In particolare, la cartina pubblicata, illustra nel dettaglio lo stato dei fatti e risulta evidente come siano ancora leggibili ampi tratti delle mura medievali nel lato ovest della città, non ancora definitivamente abbattute.

Dal lato opposto, già indicata la nuova stazione e il viale che la congiunge a Piazzale Casalini (ora Piazzale della Vittoria); appena accennato il Setificio Orsi Mangelli, che sviluppandosi occuperà l’intero isolato, compreso l’ancora leggibile Cantiere Benini.

In Corso Vittorio Emanuele II, poi, in testata, la famosa fabbrica Becchi, a ridosso di Porta Cotogni (che cambiò nome in Porta V. Emanuele), di cui si conoscono le vicende fino alla sua dismissione e completa demolizione.

Facile intuire, che nessun intervento invasivo interessò il centro storico mentre fa breccia una lottizzazione destinata alla tipologia delle villette con giardino, a sinistra del Giardino Pubblico, dando inizio all’espansione “extra muros” con piccolo intervento organico.

Un dettaglio salta all’occhio, ed è quel quadratino a fianco del Duomo, in Piazza Ordelaffi, che corrisponde alla statua della Madonna del Fuoco; fu, infatti, nel 1928 che tale monumento fu eretto nuovamente quando era Presidente del “Comitato d’Onore delle feste secolari della Madonna del Fuoco di Forlì” proprio Benito Mussolini. Alcuni, a tal proposito, hanno scritto che tale gesto fu compiuto per lavarsi la coscienza del fatto che fra gli attentatori della statua, un tempo posta in Piazza Maggiore, ci fosse stato pure Mussolini, nel 1909. Non entro nel merito perché non è questo lo scopo dell’articolo, ma per dovere di cronaca, mi pare corretto riportare i fatti raccontati dai rotocalchi del tempo. 

Il 17 ottobre 1909, Il Pensiero Romagnolo, organo di stampa del Partito Repubblicano sotto la direzione di Giuseppe Gaudenzi, così riportava i fatti avvenuti a Forlì:

“All’annunzio della fucilazione di Francisco Ferrer, giovedì mattina la Giunta Comunale faceva innalzare sulla pubblica torre e al balcone del palazzo civico la bandiera abbrunata e deliberava di aderire ufficialmente al comizio indetto per la sera dalla Camera del Lavoro… Verso le sette della sera la Piazza Maggiore incominciò ad affollarsi…”

Vi furono degli scontri con le forze dell’ordine e anche un arrestato, ma la folla eccitata non desisteva dalla protesta così intervenne l’On. G. Gaudenzi, consigliere comunale, per placare gli animi, intrattenendoli con un comizio: seguirono gli interventi di Aurelio Valmaggi e Francesco Bonavita, rappresentanti della Camera del Lavoro, e, infine, di Benito Mussolini a nome dei socialisti.

“… Chiuso senz’alcun incidente il comizio, un gruppo di dimostranti si diresse alla piazza Dante Alighieri, dove ha sede il Vescovado, e si abbandonò a grida e fischi contro il clericalismo. Furono divelti alcuni ciottoli e frantumati i vetri del palazzo vescovile… Frattanto la maggior parte dei dimostranti era rimasta in Piazza Maggiore e si addensava minacciosa sotto il corpo di guardia…”.

“… Centinaia di ragazzi demolivano in un attimo lo steccato che cingeva la colonna della Madonna e accatastato tutto il legname, vi appiccarono fuoco. … Taluni ardimentosi si misero poi, assistiti dalla folla consenziente, a demolire alcune parti della base del monumento della superstizione religiosa. …”.

L’indomani dal vandalico attacco, “…l’Ufficio Tecnico Comunale e il Genio civile costatavano che vi era imminente pericolo per la incolumità pubblica e con distinti rapporti al Sindaco e al Prefetto affermavano recisamente la necessità dello immediato atterramento della colonna.”

La stessa notizia è riportata anche in un trafiletto dell’Avanti del 18 ottobre 1909 che, pur con minor dovizia di particolari, racconta quasi gli stessi fatti concludendo che:

“… I dimostranti tornarono allora al centro, e nella Piazza maggiore cadde e fu incendiata la palizzata che cingeva la vecchia statua della madonna e venne demolito il basamento marmoreo dell’altissima colonna. … L’anacronistico monumento può dunque dirsi caduto sotto l’indignazione popolare.”

Così, per ragioni di sicurezza e/o per ritrosia ideologica, iniziarono i lavori di abbattimento della colonna e la statua della Madonna fu portata il 21 ottobre 1909 nella Chiesa di San Filippo, allora adibita a deposito comunale.

Forlì – Le trasformazioni nel Ventennio… (7)

La Casa dell’Opera Nazionale Balilla

Mentre in Piazza Aurelio Saffi erano in corso i lavori destinati alla Casa del Fascio, siamo dopo la metà degli anni ’20, le attenzioni del governo fascista si rivolsero anche nel cercare una sede per i giovani balilla e gli avanguardisti. La sua localizzazione fu individuata “… Nel vecchio e grande palazzo che fu dei Conti Guarini, nella spaziosa via dei Mille sorse la «Casa del Goliardo» sotto le insegne del Littorio. Essa ospitava tutti gli studenti Universitari e medi superiori. Oltre duecentocinquanta studenti trovarono la loro sede completa e degna” (il testo è tratto dall’opera Costruire che rendiconta le opere realizzate nei cinque anni di governo di regime nella provincia forlivese). 

Il progetto di sistemazione della facciata prospettante la via fu affidato all’ing. Virginio Stramiglioli, a cui contribuirono lo scultore Giuseppe Casalini, per le decorazioni del prospetto, mentre le pitture delle pareti dello scalone e delle sale furono affidate a Francesco Olivucci (pubblicato il dettaglio che rappresenta il Balilla) e Gino Mandrone.

La facciata fu ridisegnata utilizzando stilemi appartenenti al repertorio dell’eclettismo ma particolare cura fu posta all’ingresso del palazzo e all’aggiunto arengo che è sorretto da due cariatidi imponenti.

Ettore Casadei, nella sua guida Forlì e dintorni pubblicata nel 1928, così descrive il palazzo: “Fu sede per lungo tempo del Terz’Ordine regolare femminile che diede il nome di Terziarie allo’attuale via Fratelli Bandiera; poi vi abitarono i Conti Guarini che vi stettero fino al 1815; in seguito prese il nome di Palazzo Benzi, perché i Conti Benzi vi abitarono per lunghi anni.Fu sede del rinomato Opificio Aducci per la fabbrica delle coperte di seta. Nel 1865 vi fu fondata la Società Filodrammatica. Dai Silingardo, il palazzo fu acquistato dalla O.N.B. che per interessamento del Presidente dell’Opera Nazionale, on. Renato Ricci, e del Comitato Provinciale, Nicola Stagnani, vi eseguì grandiosi lavori. … La Casa, inaugurata il 30 ottobre 1927 da S.E. Luigi Federzoni, è anche corredata da una ricca biblioteca e di vaste ed eleganti sale per accogliervi tutte le moderne attività sportive, educative e ricreative giovanili. È in via di costruzione un’ampia palestra coperta e una vasta sala per rappresentazioni.”

Ritengo interessante la foto pubblicata che ritrae l’interno del palazzo, il salone principale, ma anche l’immagine nel riquadro che illustra la corte del palazzo dove si intravede il caseggiato dell’attuale via Fratelli Bandiera (inedito trovato nell’Archivio di Arnaldo Mussolini a Paderno di Mercato Saraceno).