Predappio – Scuola elementare “Adone Zoli”

Chi propose la titolazione ad “Adone Zoli”?

Scuola elementare Rosa Maltoni Mussolini

Andiamo con ordine; la scuola elementare a Predappio fu completata nel 1927, progettata dal Genio Civile di Forlì per poi essere rivista in corso d’opera dall’arch. Florestano Di Fausto, poi titolata a Rosa Maltoni Mussolini, madre del duce.

Finita la seconda guerra mondiale, il 22 febbraio 1945 si riunisce a Predappio la Giunta Comunale, Sindaco Giuseppe Ferlini, con ad oggetto la “Toponomastica” e il testo della delibera è il seguente:

“Ritenuta l’opportunità di togliere alle vie e piazze, alle scuole, agli asili ecc. denominazioni sorpassate dagli eventi, o poco adatte alle varie istituzioni nel nuovo clima sociale, a voti unanimi delibera di apportare alla toponomastica locale, le seguenti variazioni…” 

cui segue un lungo elenco.

Nel caso in oggetto, la scuola elementare di Predappio mutò la denominazione da “Rosa Maltoni Mussolini” a “Dante Alighieri”.

Quest’ultima titolazione rimase, però, fino agli anni Sessanta quando la Direttrice Didattica della scuola elementare, Giovanna Leoni Gardini, decise di convocare una riunione per il 20 maggio 1960 con gli insegnati di allora: Amadori Veris, Bassi Ermelinda n. Pozzolo, Berlati Amilcare, Boattini Assunta n. Piazza, Boattini Maria n. Bredo, Fabbri Anna n. Punzi, Fontana Lora n. Salimbeni, Ghetti Mariannina, Mantellini Ilario, Spadoni ved. Elsa n. Argnani e Tardozzi Umberto. All’ordine del giorno l’intenzione di titolare la scuola elementare ad Adone Zoli (1887 – 1960), deceduto a Roma il 20 febbraio 1960 e la sua salma venne tumulata nella tomba di famiglia, nel cimitero di San Cassiano in Pennino a Predappio. Nel verbale della scuola si leggono le motivazioni della proposta: Adone Zoli, romagnolo di origine, uomo di cultura e di grande dedizione al suo Paese, partecipò volontario, alla guerra mondiale e fu decorato al valore. Eletto Senatore, fu anche Presidente del Consiglio in un momento particolarmente delicato per il Paese, riuscendo sempre, in nome della sua dirittura morale e della sua illuminante dedizione, a superare ogni difficoltà. Resse per qualche periodo il Ministero della Pubblica Istruzione e, ultimamente, presiedeva la Commissione della P.I. presso il Senato ed operava alacremente per la soluzione dei più vitali ed urgenti problemi scolastici e sociali. Uomo di elevati principi, ebbe altissimo il senso della famiglia e della Patria e fermezza di carattere, di profonda sensibilità per tutti i problemi sociali e politici. Di lui si rammenta la rara probrietà, la sua impareggiabile modestia, la bonomia del carattere, la penetrante e profonda cultura che lo resero amato e stimato da tutti…”

Così, il 31 maggio 1960, il Provveditore agli Studi di Forlì, Adolfo Mancini, scrisse al Sindaco di Predappio per informarlo dell’iniziativa allegando il verbale redatto dai professori.

Il 1° giugno 1960 la Giunta del Comune di Predappio si riunì e deliberò di associarsi alla scelta di titolare la scuola elementare ad Adone Zoli condividendo le motivazioni addotte.

La pratica finì a Roma e, trascorso qualche mese, il Ministero della Pubblica Istruzione inviò, nell’ottobre del 1960, una testa in bronzo raffigurante Adone Zoli da collocare all’interno della scuola elementare. Il 1° febbraio 1961 la Giunta di Predappio si riunì, Sindaco Dervis Laghi, e deliberò di far eseguire il progetto di supporto al busto ricevuto con tanto di iscrizione, come si legge nel documento pubblicato, incaricando per la realizzazione il sig. Dino Salvigni – Lavorazione Marmi, di Forlì.

I documenti citati sono stati rintracciati nell’Archivio Storico Comunale di Predappio, Ufficio Tecnico, dove ci sono anche i bozzetti a matita del progetto del supporto con le misure e la descrizione dei materiali da impiegare e di seguito pubblicati.

Una recente fotografia dimostra che il busto e la lapide sono tutt’ora presenti nell’atrio della scuola elementare, protetto da due tubolari curvilinei, con la data della posa che non riuscì a coincidere con l’anniversario del decesso avvenuto il 20 febbraio dell’anno prima.

Caso vuole che durante le mie ricerche ho acquistato una cartolina viaggiata nel dicembre del ’59 raffigurante la scuola elementare appena completata (probabilmente una cartolina degli anni ’30 quando Predappio si chiamava Predappio Nuova come stabilito dal RDL n. 216 del 17/02/1927) indirizzata proprio ai fratelli Zoli, Sen. Avv. Adone e Avv. Luigi, che all’epoca abitavano a Firenze.

A inviarla fu la Zia Caterina, così si firma, da Predappio Alta, il 14 dicembre, scrivendo “Auguri che arriviate anche voi alla mia età e saluti affettuosi”.

Predappio – Il concorso per la chiesa di S. Rosa del 1926

Dopo quasi cent’anni spunta anche il progetto dell’arch. Armando Brasini di Roma.

Nei documenti d’archivio c’è la notizia che nel marzo del 1926 fu indetto un concorso ad invito per il progetto della chiesa di Santa Rosa da Lima da realizzarsi a Predappio e di cui si riporta uno stralcio: “… S.E. Il Ministro (Giovanni Giuriati, Ministro per i Lavori Pubblici, ndr) ha disposto che sia bandito un concorso fra noti valenti Professionisti e con lettera 8 marzo 1926 N. 1095 ha invitato a parteciparvi gli architetti:

I° Brenno Del Giudice = Venezia

2° Cadorin Guido = Venezia

3° Bazzani Cesare = Roma

4° Calza Bini Gino = Roma

5° Brasini Armando = Roma

6° Piacentini Marcello = Roma

7° Priori Enrico = Geom. Principale dell’Ufficio del Genio Civile di Forlì

La Commissione del concorso, istituita con apposito decreto, era formata da: Ing. Comm. Luigi Distretti, Presidente di Sezione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, Presidente, Prof. Comm. Giovambattista Milani, membro del Consiglio Superiore stesso e il Prof. Gr. Ufficiale Manfredo Manfredi, Architetto, valutò quattro progetti perché solo quattro professionisti consegnarono la documentazione completa. Questi progetti sono già stati pubblicati diverse volte e sono quelli di Brenno del Giudice, Cesare Bazzani, Marcello Piacentini ed Enrico Priori ma, fino ad oggi, non era mai stato pubblicato, perché sconosciuto, anche il progetto dell’arch. Armando Brasini di Roma (documento dell’Archivio Centrale dello Stato).

Di seguito il bozzetto inedito che rappresenta quello che lo stesso Brasini definisce come il TEMPIO VOTIVO A SANTA ROSA A DOVIA… a pianta circolare e in stile neoclassico.

Arch. Armando Brasini, 1926

Nel bando del concorso era specificato che il progetto e il bozzetto in gesso (modellino, ndr) dovessero essere presentati al Ministero dei Lavori Pubblici entro le ore 18 del 30 aprile 1926 così possiamo immaginare che il progetto del Brasini non fu valutato perché o la documentazione era incompleta o perché non consegnato nei tempi previsti o perché non rispondente alle prescrizioni previste nel bando. Infatti, nel bando di concorso era richiesto esplicitamente che il progetto doveva prevedere la chiesa, l’annessa sagrestia e il campanile elementi, questi, di contorno che nel progetto Brasini non risultano esserci.

Arch. Armando Brasini, 1926

Sempre dai documenti d’archivio sappiamo che il Ministro Giuriati inviò a Mussolini, il 16 maggio 1926, il responso dei lavori della commissione che aveva decretato vincitore l’arch. Cesare Bazzani, che così rispose:

“Caro Giuriati,

Ricevo il rapporto sul concorso per la Chiesa di Predappio Nuova

Sono semplicemente atterrito dal pensiero che si pensi di spendere un milione e ottocento mila lire!

Non se ne fa nulla.

Ti manderò io un progetto che non dovrà costare, in nessun caso, una somma superiore al milione.

Predappio è un borgo, non una metropoli e dargli una Chiesa monumentale è uno sproposito specie a questi chiari di luna finanziari!

Si può fare una Chiesa decorosa e modesta, ma non altro. …

Nonostante i tentativi del Ministro di convincere i quattro progettisti a rivedere i loro progetti, contenendone i costi entro un milione, il concorso naufragò miseramente ma i progetti verranno rispolverati qualche anno più tardi, in particolare quello del vincitore Bazzani, per diventare la Chiesa di San’Antonio da Padova inaugurata nel 1931. 

Forlì – ex Collegio Aeronautico “Bruno Mussolini” (6)

I due Icaro

Icaro in gesso, 1941

La statua di Icaro a Forlì, in piazzale della Vittoria, credo la conoscano tutti i forlivesi ma forse non tutti sanno che fu realizzata una versione in gesso solo per la cerimonia di titolazione di quello che nacque come Collegio Aeronautico.
Facendo un passo indietro, il Collegio Aeronautico aprì le sue porte agli allievi nel 1940 e l’anno successivo, il 7 agosto 1941, il terzogenito di Benito Mussolini e Rachele Guidi, Bruno, morì a Pisa a causa dello schianto dell’aereo che stava pilotando perché in fase di atterraggio i motori persero potenza e il velivolo finì senza controllo.
Così, il padre decise di titolare il Collegio Aeronautico di Forlì al figlio defunto e ciò avvenne durante una solenne cerimonia svoltasi il 6 ottobre 1941 alla presenza di numerosi gerarchi e autorità. Le fotografie dell’evento confermano che la statua di Icaro c’era ma si è poi scoperto, appunto, che era una copia in gesso realizzata all’uopo per far da cornice alla cerimonia.
Nei documenti d’archivio dello Studio Valle di Roma, troviamo copia di una fattura dei Fratelli Montenovi (vedi articolo: Forlì – ex Collegio Aeronautico “Bruno Mussolini” (3) – Icaro svelato) che da Roma si trasferirono a Forlì proprio per imballare la statua in gesso per poi spedirla in treno a Pietrasanta dove l’attendeva il Laboratorio Bibolotti di Pietro Bibolotti. Credo che chi conosce la statua abbia sempre pensato che a scolpirla fu il suo ideatore, lo scultore romano Francesco Saverio Palozzi, ma non fu così; infatti, a realizzare l’Icaro che è in piazzale della Vittoria fu, appunto, il Laboratorio Bibolotti con sede a Pietrasanta.

I due Icaro affiancati (foto dal web)

Dalle pagine del laboratorio pubblicate sul web, si legge che “(Bibolotti, ndr) … vince l’appalto per la realizzazione della scultura di Francesco Saverio Palozzi denominata Icaro destinata al Collegio Aeronautico di Forlì. La sua offerta è del 29 ottobre 1941, la sua lettera di accettazione comprensiva di tutte le clausole indicate nel contratto riporta la data del 6 novembre 1941 e del 27 novembre 1942 è la data della raccomandata inviata al Comando Generale della GIL, per informare che la statua Icaro è terminata. Nell’archivio Bibolotti è conservata una fotografia originale dell’epoca che raffigura la statua in marmo finita e il relativo modello in gesso, affiancati nel piazzale esterno del laboratorio. La foto presenta un’affettuosa dedica dello scultore Palozzi: “al caro Amico e collega Bibolotti. F. Saverio Palozzi, 19/11/1942”.
(https://www.diaritoscani.it/2022/05/25/il-laboratorio-bibolotti-di-pietrasanta-e-icaro/)
Dalle fonti documentali si deduce cha a partire dall’ottobre del 1941 fino al novembre 1942 la statua di Icaro non era presente in piazzale della Vittoria.

S. Cassiano in Pennino, Predappio

I due sarcofagi romani

Oltre Predappio, in direzione Premilcuore, poco fuori dal paese, salendo, c’è la chiesa e il cimitero di San Cassiano in Pennino. Della chiesa si ha notizia sin dall’anno 1000 e pare sia stata modificata una prima volta nel 1634 mentre si è certi vi fu un riassetto nel 1863.

Già dal 1925 Don Pietro Zoli, il parroco di allora, insisteva per la sistemazione della chiesa e coinvolse la “R. Soprintendenza all’Arte Medioevale e Moderna dell’Emilia e Romagna in Bologna” che nel marzo del 1927 stilò una prima perizia per il ripristino e consolidamento della parte dell’abside antica per £. 37.000 cui ne seguì una seconda del giugno dello stesso anno dove la cifra era salita a £. 300.000 per la “… ricostruzione nella sua forma originale della Chiesa di S. Cassiano in Pennino nel Comune di Predappio…”.

Nella foto che segue la chiesa e il cimitero per com’era sul finire degli anni ’20 del Novecento, prima che fosse modificata come anche il retrostante cimitero di cui si intravedono alcuni brani.

Così, nel 1930 si avviarono effettivamente i lavori quando era già stata trasferita la sede comunale dall’attuale Predappio Alta a Predappio Nuova.

Il progetto di restauro, per come era inteso allora ovvero anche particolarmente invasivo, fu redatto dai tecnici della citata soprintendenza nella figura degli architetti Luigi Corsini coadiuvato da Costantino Ischia.

Alcuni storici affermano che per volere del Duce nel 1930 con i lavori in corso fu deciso di abbattere la chiesa per ricostruirla interamente ma ne fatti non andò così. Vero che molte parti furono interamente rifatte ma non è così per le tre absidi e per la cripta che sono rimasti originali.

Questo è dimostrato da una serie di fotografie dell’epoca che lo raccontano in modo chiaro e inequivocabile di seguito proposte.

I lavori proseguirono sia a riguardo la chiesa ma anche nel rinnovato cimitero riprogettato dall’arch. Florestano Di Fausto che non lo vide compiuto perché lasciò Predappio Nuova nel 1927 per trasferirsi in Tripolitania.

Durante gli scavi di sistemazione del cimitero, sul retro della chiesa, la scoperta di due sarcofagi all’apparenza di epoca romana e di cui si ha traccia fotografica e anche la data della scoperta che risale al 22 marzo 1932.

Predappio

Del 24 marzo, pochi giorni dopo, un altro scatto che immortala il sopralluogo anche delle forze dell’ordine.

Predappio

Del giorno successivo la lettera a firma dell’ingegnere capo del Genio Civile di Forlì, ing. Leopoldo Taccheri che scrive alla Soprintendenza:

“Pregiomi informare codesta On. Soprintendenza che gli scavi in corso d’esecuzione a cura di questo ufficio nell’interno del cimitero di S. Cassiano e più precisamente in prossimità dell’abside di quella chiesa, si sono rinvenuti due Sarcofaghi che ritengo di un certo pregio. Ho disposto la sospensione degli scavi ed attendo disposizioni da parte di codesta On. Soprintendenza.”

Probabilmente alla presenza dei funzionari della Soprintendenza si aprirono i sarcofagi che contenevano resti di umana sepoltura come documentato fotograficamente; pare che i sarcofagi siano databili al IV – V secolo d.C.

Predappio

I due sarcofagi sono attualmente ubicati lungo il viale principale del cimitero di San. Cassiano ma del contenuto non ho notizie ovvero se sia stato lasciato intonso o asportato.

Il busto a Giovanni Pascoli

Forlì – San Mauro Pascoli

(immagine da web)

            Giovanni Pascoli nacque nella casa materna di San Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855 e, come tutti sanno, era una delle voci poetiche più singolari del Novecento; nel 1905 fu chiamato a succedere al Carducci nella Cattedra di Letteratura Italiana all’Università di Bologna, città dove morì nell’aprile del 1912. La sua dipartita lasciò un grande vuoto e, per ricordarlo, sorse a Bologna il Comitato centrale per le onoranze al Pascoli coordinato dal prof. Giuseppe Michele Ferrari. Diverse le iniziative promosse a livello nazionale dal comitato e con la solenne celebrazione promossa a Lucca il 12 ottobre 1924 dal Comitato Nazionale, alla quale presenziò Vittorio Emanuele III, sembrava conclusa la grande stagione commemorativa pascoliana e così, nel 1925, ebbe termine l’attività del Comitato. Caso vuole che lo stesso anno, prima che il Comitato terminasse la sua attività, lo stesso rivolse lo sguardo alla città di Forlì come riportato in un trafiletto pubblicato sul settimanale Il Lavoro di Romagna del 2 maggio 1925, edito a Forlì, nella sezione Cronaca cittadina, ove si legge:  Collocamento del Busto a Giovanni Pascoli in Piazza G. B. Morgagni. Il Comitato per le onoranze nazionali a Giovanni Pascoli, presieduto dall’Ill.mo Prof. G. M. Ferrari ha offerto al nostro Comune il busto del grande Poeta romagnolo, esprimendo in pari tempo il desiderio che le amate sembianze del Poeta della bontà vengano collocate in una pubblica piazza col preciso significato di perpetuo popolare omaggio ad uno dei più alti geni della poesia e ad uno dei maggiori campioni della fiera e gentile gente romagnola.  Il monumento consiste in un fusto ottagonale in travertino sormontato dal busto in bronzo del Poeta abbellito da motivo decorativo anch’esso in bronzo. Una cancellata a forma ovoidale intonata allo stile dell’opera recingerà l’artistico ricordo, che sorgerà nella Piazza Morgagni in prossimità e dirimpetto al Palazzo Studi come la più rispondente alle finalità artistiche ed educative per le quali il Comitato per le onoranze nazionali a Giovanni Pascoli faceva dono del monumento alla nostra città.

            Per quanto io abbia indagato, cercato, rovistato, non ho riscontro che tale busto sia poi stato effettivamente posto in Piazza Morgagni, anzi, sono pressoché certo che ciò non avvenne. Non ho però neanche nessuna notizia se tale busto sia stato collocato da qualche parte ed esposto al pubblico perché nelle mie continue ricerche storiche non ne ho mai trovato traccia, neanche nella esaustiva guida di Ettore Casadei, Forlì e dintorni, edita nel 1928.

            Però, il busto come descritto nel trafiletto citato, esiste e fu esposto al pubblico nel parco della casa natale del poeta, a San Mauro Pascoli (cambiò nel 1932, per decreto, il toponimo di San Mauro di Romagna) nel 1933. Da quì una domanda sorge spontanea che apre a un piccolo mistero; dov’è stato il busto dal 1925 al 1933? E, anche; perché nel 1933 lo ritroviamo a San Mauro Pascoli? A quest’ultima posso rispondere perché nel 1933 il Governo incaricò la Confederazione Sindacale dei Professionisti ed Artisti di organizzare il «Settembre della Poesia» tanto che in Romagna presero vita una serie di manifestazioni per celebrare Dante, Carducci e Pascoli. Su Il Popolo di Romagna, rotocalco settimanale locale del 2 settembre 1933, la notizia e l’elenco delle iniziative fra cui, prevista il 12 settembre, … a San Mauro Pascoli, S. E. Biagi parlerà in occasione dell’inaugurazione del busto di Giovanni Pascoli, di una casa di riposo e di un asilo infantile, istituti di bontà questi che il Duce ha voluto sorgessero attorno alla casa del poeta ad esaudimento del voto da lui lasciato.

            Scoperto il busto e fruibile dai visitatori, sul fronte del basamento si legge:

A

GIOVANNI PASCOLI

CHE DEL PROPRIO DOLORE HA FATTO IL CANTO

PROFONDO E SOAVE

PEL CONFORTO DI TUTTO IL DOLORE UMANO

FORLÌ

ORGOGLIOSA DEL GRANDE CUORE ROMAGNOLO

DELLA PURISSIMA GLORIA ITALIANA

DONÒ A SAN MAURO PASCOLI

IL 16 GIUGNO 1933 A. XI

            Rimane aperto il piccolo mistero del dove e chi conservò il busto a Forlì dal 1925 al 1933…

Forlì – ex Collegio Aeronautico “Bruno Mussolini” (5)

Modificati i mosaici nel 1951

Noto il fatto che all’interno dell’ex Collegio Aeronautico vi sia un ciclo musivo che narra della storia del volo partendo da Dedalo che per fuggire dal labirinto di Cnosso costruì le mitiche ali ricoperte di cera ma, si sa, il figlio Icaro, segregato anche lui nel labirinto, volò così in alto che il sole sciolse la cera e finì per precipitare in mare che da lui prese il nome. Il ciclo poi assaggia il genio di Leonardo e ripercorre le vicende dei precursori e sperimentatori dei primi attrezzi per tentare il volo passando per gli aerostati, il volo a vela, i dirigibili, il volo a motore e i successivi successi dell’aeronautica italiana. I pannelli sono bicromi, a memoria dei mosaici romani, costituiti da tessere di marmo nero Apuano e bianco Botticino, ad eccezione dei tre sorci, in marmo verde, che ricordano il fregio che ornava i trimotori Savoia Marchetti S.M. 79 del 12° Stormo da bombardamento e famosi in tutto il mondo per i loro raid.

Il ricco ciclo decorativo, unico al mondo per genere, sappiamo essere stato ideato dall’artista viterbese Angelo Canevari e i mosaici furono realizzati “a rovescio”, ovvero col metodo indiretto, su carta della ditta Luigi Rimassa di Roma e assemblati dalle sapienti mani dei tecnici della Scuola di Spilimbergo. Ricordiamo ancora che l’edifico che contiene i mosaici fu progetto dall’ing. arch. Cesare Valle di Roma e l’inizio lavori avvenne nel 1936 e nel 1938 si vide il completamento dell’ala che affaccia su viale Roma. Nel 1939 Valle presentò una richiesta di licenza per ampliare l’edificio per poi essere completato nel 1940 e avviato ad ospitare “… 300 allievi, con 18 insegnanti,8 istruttori della G.I.L., 6 tra ufficiali e Sottufficiali della R. Aeronautica, 7 impiegati, 30 avieri e 70 famigli. Un complesso, quindi, di 440 persone tra le quali 380 circa con alloggio e vitto nell’interno del Collegio. …” (dalla rivista Architettura, n° 12 dicembre 1942).

Nel dopoguerra il collegio fu dismesso e, risolti i danni di guerra, nel 1951 vide una serie di opere interne che, in parte, ne trasformò gli spazi per ospitare cinque diverse scuole (vedi blog precedente: Forlì – ex Collegio Aeronautico “Bruno Mussolini” (2) – Il Salone del rapporto). Una relazione reperita all’Archivio di Stato di Forlì-Cesena, sempre del 1951, descrive il “… Restauro ai mosaici in marmo.” eseguito dalla ditta Zavagno Armando di Forlì, come confermato dalla relativa fattura.

Approfondendo la ricerca, verificando sul posto più volte, è risultato che più che di un vero e proprio restauro, l’intervento si riferisce ad una vera e propria modifica di alcune parti del mosaico allo scopo di defascistizzare il ciclo musivo eliminando diversi fasci littori.

Le recenti foto e il foto-confronto lo dimostrano ampiamente; non sappiamo perché la coppia di fasci littori a fianco dell’effige a Bruno Mussolini non furono eliminati ma sappiamo che in quella zona fu eretto un muro di separazione per cui quel pannello era inaccessibile dal quadriportico.

Ospedale Morgagni-Pierantoni (2)

Alcuni dati tecnici dei padiglioni in costruzione

Padiglione dei bambini, progetto pubblicato nel 1934

I centri sanatoriali per la cura della tubercolosi nacquero in tutta Italia sulla base del Regio Decreto-Legge n. 2055 l’Assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi che all’art. 1 cita: E’ obbligatoria l’assicurazione contro la tubercolosi per le persone di ambo i sessi, che sono assicurate contro la invalidità e la vecchiaia … e per le persone della gente di mare contribuenti agli invalidi della marina mercantile. L’articolo 2 del citato Decreto specifica che … l’assicurazione ha per iscopo di provvedere a favore degli assicurati e delle persone di loro famiglia al ricovero: a) in speciali luoghi di cura di tipo sanatoriale, ospedaliero sanatoriale e post-sanatoriale: b) in istituzioni ospetaliere legalmente riconosciute, le quali abbiano speciali e separati locali atti ad assicurare agli aventi diritto0 un isolamento ritenuto conveniente dall’autorità sanitaria provinciale…

Così, anche a Forlì, località Vecchiazzano, sorse un complesso ospedaliero atto alla cura della tubercolosi. Il rotocalco “Il Popolo di Romagna” ne da notizia in un primo articolo nel 1934 ma, più interessante, un secondo articolo pubblicato il 30 aprile 1935 perché fornisce dati poco noti e curiosi, facendo riferimento ai due padiglioni in avviato stato di costruzione: il padiglione per adulti (attuale Valsalva) e quello dei bambini (attuale Vallisneri)…

… i due grandi sanatori che costituiscono il centro sanatoriale di Vecchiazzano di Forlì: quello per adulti capace di 250 letti e quello per bambini della capacità di 225.

            Le due meravigliose opere, che nelle loro grandi linee esterne sono ormai a conoscenza di tutti (chè non c’è forlivese che non si sia spinto fino alle acque terminali del fiume Rabbi per ammirare le grandi costruzioni che sono sorte in questi ultimi tre anni), meritano qualche cenno illustrativo a dimostrazione della loro imponenza ch’è, poi, parte della imponenza dell’immane programma edilizio (600 milioni di lire) … per la lotta contro la tubercolosi.

            Progettati dall’arch. Luigi Bisi, hanno trovato nell’ing. Franco Magni l’intelligente direttore di lavoro, assistito dai geom. Clemente Grappolini e Luigi Mambelli.

            Il sanatorio adulti che occupa un’area di 3870 metri quadrati, ha un fronte di 128 metri ed un’altezza che varia da un minimo di m. 12,90 ad un massimo di m. 17,20, una costruzione cioè di una cubatura di 53.725 metri cubi che ha impiegato ben tre milioni di mattoni, 2000 tonnellate di cemento, 216 tonnellate di ferro, 5600 metri cubi di ghiaia, 2800 metri cubi di sabbie, ed occupando per ben 48.115 giornate lavorative.

            Il padiglione per bambini, con un fronte di 122 metri, si erge dal piano terra per 26 metri. occupando una superifie di 1800 metri quadrati, ed i dati costruttivi ad oggi parlano di 2450 tonnellate di cemento impiegato, di 550 tonnellate di ferro, di 6400 metri cubi di ghiaia e di 3200 metri cubi di sabbie, con un impiego di mano d’opera di 16.970 giornate lavorative.

            Le migliori imprese furono chiamate per gara alla esecuzione per gara alla esecuzione di queste opere, e portarono e portano tuttora per il suo completamento il loro fattivo ed encomiabile contributo. Si debbono annoverare l’Impresa di costruzione edili ing. Mario Calvitti e C. di Forlì per la muratura, la Ditta Natale Ottani di Modena per gli impianti di riscaldamento centrale e gli impianti igienico-sanitari, la Ditta ingg. Giulietti, Mirra, Barramico di Torino per gli impianti elettrici, la Ditta del Cav. Angelo Barontini di Bologna per gli infissi in legno, la Soc. An. «La Capannuccia» di Teramo per le pavimentazioni in gres, la Ditta Fratelli Giorgini di Massa per i marmi, la Società O.T.I.S. di Roma per gli ascensori e la Società S.I.A.F. di Milano per gli impianti di disinfezione.

            I due stabilimenti sono ricchi per 4785 metri quadrati di terrazze e sono dotati di 35.000 metri quadrati di parchi e di 47.000 ettari [metri quadrati, sic] di area scoperta.

            Un tutto come si vede attraverso la lettura eloquente delle cifre, che inorgoglisce e da sè solo onora altamente.

Ospedale Morgagni-Pierantoni (1)

Chi decise la location?

Da più parti si legge che a decidere il luogo dove edificare il nuovo centro antitubercolare nel circondario forlivese, fu lo stesso Benito Mussolini. Altri storici, più cautamente, affermano che il Mussolini approvò la soluzione prospettatagli e, per quanto mi compete, condivido più questa seconda anche se non supportata da documentazione probante.

Invece, di probante c’è una lettera del 25 giugno 1931 firmata dall’allora Segretario Federale del Partito Nazionale Fascista (P.N.F.) ing. Arnaldo Fuzzi, solido professionista che progettò diverse opere nel panorama forlivese e dintorni quali: la scuola elementare “E. De Amicis” (ex Rosa Maltoni) e l’Istituto Tecnico Industriale “G. Marconi” (ex Alessandro Mussolini) in viale della Libertà, la Stazione Agraria Sperimentale “Arnaldo Mussolini” in angolo in piazzale della Vittoria e, la sua opera forse più famosa, la Casa del Fascio e dell’Ospitalità di Predappio. Così, nella citata lettera, l’ing. A. Fuzzi scrisse al Prefetto, Dino Borri, proponendo un’area diversa da quella già individuata e che sarà, poi, quella attuale.

Così, del 29 ottobre 1931, la delibera podestarile che tratta del Contributo a favore della Cassa Nazionale delle Assicurazioni Sociali per l’erezione di un’Ospedale-Sanatorio per tubercolotici; nel documento si legge che l’area individuata interessa i poderi Bertarina, Volpina, Bagnolo 1, Bagnolo 2 e, in parte, il podere Rabace. Nella stessa delibera, d’interesse il dato numerico che indica che l’estensione della superficie del complesso è di 38.06.80 ettari che non corrisponde ai 36 citati da altri nei loro scritti sull’argomento, compresi gli articoli pubblicati all’epoca.

Il progetto del complesso fu affidato all’arch. Luigi Bisi di Milano e l’esecuzione delle opere murarie del complesso fu affidata nel 1932 alla ditta locale dell’ingegner Mario Calvitti e C., sotto la direzione lavori del cavaliere ingegner Franco Magri, assistito dai geometri Clemente Grappolini e Luigi Mambelli.

San Mercuriale all’inizio del ‘900…

Nel 1901 a Bologna si pubblica la Relazione dei lavori compiuti dall’ufficio regionale per la conservazione dei monumenti dell’Emilia dall’anno 1898 al 1901 edito da Zanichelli, curato da Faccioli ing. arch. cav. uff. Raffaele, direttore di quella che ora è più nota come la Soprintendenza. Fra i diversi interventi descritti del panorama emiliano-romagnolo, anche un racconto di quale fosse lo stato del Tempio di S. Mercuriale a Forlì all’epoca della pubblicazione, quando Forlì era cresciuta poco più di quanto rappresentato dalla mappa che segue.

Ma, prima del racconto, alcuni passaggi per conoscere, brevemente lo storico della splendida chiesa che troneggia a simbolo della città di Forlì.

“Nell’anno 449 ovvero 450 essendo stato Sancto Mercuriale Vescovo della cittade di Forlivio anni 27 come piacque a lo Honnipotente Idio, et dicto Sancto Mercuriale venne a morte, Sancto Marcello et Sancto Grato suoi discepoli lo seppellirono in loco occulto in la chiesa di Sancato Stefano Martire chiamata in quei tempi la Pieve di Sancto Stefano”. La citata pieve di S. Stefano era collocata fuori dalle mura della città nel sobborgo Cotogni (anche Cottogni), così chiamato da un antico fondo Cotogneti; rimane cattedrale fino all’anno 720 quando la sede episcopale fu trasferita a Santa Croce.

Nel 1173 la Pieve di S. Stefano bruciò a causa delle interstizie lotte cittadine forlivesi; ricostruita sulle sue ceneri nel 1176 (ancora oggi visibili le tracce), fu mantenuta l’unione a S. Stefano e a S. Mercuriale, affidando l’ufficiatura al clero secolare e al clero regolare.

Diversi e molteplici interventi avvennero nel corso degli anni ma la più significativa modifica si ebbe nella facciata nel 1646 di cui abbiamo traccia fotografica, prima delle modifiche avvenute nel 1921.

Nel 1921 fu rinnovata la facciata ma ben si notano le case addossate al chiostro prima di essere liberata dal successivo intervento avvenuto sul finire degli anni ’30 del Novecento.

Ma torniamo al racconto pubblicato nel 1901 e qui interamente riportato:

“L’abbandono in cui fu lasciata la chiesa dall’epoca della prima soppressione dei conventi, la vastità dell’edificio, che richiedeva una spesa di manutenzione non proporzionata ai limitatissimi mezzi di una parrocchia, condussero la chiesa stessa a tale stato di deperimento da esigere ora un’ingente spesa (circa L. 20000) per essere riparata.

L’umidità e forse anche le sepolture hanno infracidito il pavimento e con esso i muri di perimetro, e specialmente i pilastri delle navate per un’altezza di circa 3 metri, deterriorandone il laterizio al punto da renderlo inadatto a reggere il carico dell’edificio sovrastante.

Si sono già appuntellate d’urgenza due arcate, ma questo provvedimento dovrà essere esteso maggiormente; sarà quindi indispensabile rinnovare la muratura e il pavimento risanando il sottofondo.

Oltre al restauro interno occorre pure consolidare e restaurare il muro della facciata specialmente nella parte superiore; ed in quell’occasione sarebbe opportuno anche ripristinare le parti decorative che furono mutilate.

Il Parroco monsignor Gaudenzi sta interessandosi ora per ottenere i fondi occorrenti all’esecuzione dei lavori necessari per porre in buone condizioni di stabilità e di conservazione questo monumento, che storicamente ed artisticamente è uno dei più importanti di Forlì.

Non è facile rintracciare le notizie storiche delle origini di questa antichissima chiesa abbaziale perché fin dal 1173 un incendio ne distrusse l’archivio. Se ne ha la più antica memoria in un atto di donazione, fatto da Domenico arcivescovo di Ravenna a Leone abbate, dell’893, dal quale risulta che l’abbazia era fuori di città. Si sa che appartenne ai monaci cluniacensi, poi ai preti regolari e da ultimo ai frati Vallambrosiani.

Nel Medioevo ebbe singolare importanza, e le cronache più antiche ne fanno spesso menzione: ebbe estesissimi possessi e privilegi. L’Archivio del monastero non fornisce documenti per la storia della chiesa che a datare dal XVI secolo; due lasciti furono fatti da cittadini nel 1503 per la cappella di S. Girolamo e per la costruzione della cappella maggiore nella quale si veggono pregevoli stalli, nel fondo di due dei quali, posti di riscontro, si legge la seguente iscrizion

MAGISTRI ALEXADRI DE BIGNIS

BERGAMENSIS OPVS

MDXXXV DIE XXIIII

DECEMBRIS

Vari notevoli restauri ebbe la chiesa durante quel secolo.

Nel 1585 fu costruita la volta della navata di mezzo. Nel 1654 si riparò la chiesa dai danni che aveva subito per terremoti; ed i restauri fatti nel 1786 alterarono notevolmente il disegno della primitiva costruzione del progetto e dell’interno, della quale però rimangono tracce sufficienti da lasciare comprendere quale essa fosse.

Il coronamento della facciata a piccoli archi di mattoni sorretti da colonnine pensili è formato con frammenti di antica costruzione.

Il bassorilievo della lunetta sopra la porta maggiore, che rappresenta i Re magi, è attribuito a Fuccio fiorentino, ed appare opera del XII al XIII secolo.

Nell’interno della chiesa esistono alcuni quadri di pregio. All’ingresso della quarta cappella a sinistra è un elegante arco in pietra d’Istria con pilastri finemente intagliati; in una targa a destra vi si legge MDXXXVI e nell’abaco del capitello a sinistra.

O [PVS] IACH [OBI] VENET [I]

Di fianco alla chiesa è un maestoso campanile alto m. 75,58 compresa la guglia della croce, largo alla base m. 8,56, che fu cominciato nel 1178 e compiuto nel 1180. Ne fu Architetto Francesco Deddi.”

Poi, di seguito, pubblicata l’immagine della facciata “restaurata” in cui si nota, in forma evidente, la presenza di edifici addossati all’antico portico e al campanile, che erano semplici e umili abitazioni.

I bombardamenti “alleati” del 24 agosto 1944 lesionarono e compromisero le volte tanto che nel successivo e radicale restauro fu deciso di demolire le sovrastrutture.

La fotografia della navata centrale rappresenta lo stato degli interni nel primo dopoguerra e prima del “restauro”.

L’interno a restauro completato…

Forlì – Le trasformazioni nel Ventennio… (1bis)

Conosco abbastanza bene la storia della nuova stazione di Forlì, dalla posa della prima pietra, avvenuta il 28 ottobre 1925, ai giorni nostri, ma non conoscevo alcuni retroscena rinvenuti recentemente all’ACS di Roma. In particolare, una sintetica relazione predisposta per l’allora Presidente del Consiglio, inviatagli il 20 giugno 1925, che ne tratteggia i trascorsi addirittura a far data dal 1913:

“Per la sistemazione della stazione di Forlì, venne approvato nel 1913 il piano regolatore studiato col concetto di mantenere il servizio viaggiatori e merci a grande velocità nell’attuale stazione (tuttora esistente in Via Monte Santo, ndr) e di costruire un nuovo scalo merci dal lato Ancona, verso città, in adiacenza del mercato del bestiame, con impianto di apposito fascio merci per il ricevimento, la sosta e la partenza dei treni. In base a tale piano regolatore vennero eseguite tutte le espropriazioni nonché parte dei movimenti di terra per la formazione dei nuovi piazzali e delle sedi per i binari ed alcuni fabbricati, magazzini e piani caricatori del nuovo scalo a piccola velocità. Recentemente, in seguito alla progettata costruzione della nuova linea Forlì-Italia Centrale, che si ritiene di prossima attuazione, l’Amministrazione ferroviaria ha dovuto prendere in esame la questione dell’innesto di detta linea nella stazione di Forlì, ed ha riconosciuto che non sarebbe possibile provvedere nella sede dell’attuale stazione agli impianti a servizio della nuova linea senza addivenire all’abbattimento di importanti fabbricati civili e di stabilimenti industriali, con conseguenti rilevantissime spese per espropriazioni, pur mantenendo gli impianti ristretti in relazione ai prevedibili futuri bisogni. …”

Chiaro, quindi, che vi fosse in animo di realizzare una linea ferroviaria che collegasse direttamente Forlì a Roma, un progetto megalomane dalla scarsa e dubbia fattibilità tecnica.

La relazione prosegue ipotizzando la realizzazione di una nuova stazione nello spazio previsto per il solo nuovo scalo merci così:“… Con l’impianto della nuova stazione lo scalo merci a P.V. (Piccola Velocità, ndr) verrebbe ubicato dal lato campagna delle linea Bologna-Ancona, anziché dal lato città come era previsto nel precedente piano regolatore ferroviario. Si fa presente che la spesa per l’impianto della nuova stazione dovrebbe in gran parte far carico ai fondi di costruzione della nuova linea Forlì – Italia Centrale, salvo un contributo da parte delle Ferrovie dello Stato, commisurato alla spesa che questa dovrebbero ancora sostenere per l’attuazione integrale del vecchio piano regolatore. …”

Alla relazione sono allegato due planimetrie, o corografie come chiamate nei documenti d’archivio, con l’indicazione schematica della sistemazione ferroviaria secondo il piano regolatore approvato, Allegato A, e della nuova stazione viaggiatori e merci lato Ancona, Allegato B.

Evidentemente il progetto delle nuova stazione e della nuova linea Forlì – Roma era già in cantiere visto che il settimanale “Il Lavoro di Romagna” del 2 maggio 1925 titola in prima pagina Ferrovia Forlì – Italia Centrale – Rinnovate speranze per la ripresa delle trattative e che resoconta della giornata vissuta a Rocca S. Casciano nelle ricorrenza del Natale di Roma, 21 aprile, quando gli oratori, conclusi i festeggi, si rivolsero con diversi telegrammi a Mussolini e al Ministero dei Lavori che, alle sollecitazioni, quest’ultimo, rispose: “… Ferrovia Forlì – Roma – tronco Rocca S. Casciano: in relazione ai voti espressi alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, comunico alla V.S. che è già sottoposto al preliminare esame della Direzione Generale delle Ferrovie dello Stato il progetto della Società delle Ferrovie del Mediterraneo per la costruzione del primo tronco Forlì – Rocca S. Casciano per la ferrovia Forlì – Roma. Dopo che l’Amministrazione ferroviaria avrà fatto conoscere il proprio parere esaminerò se e quali provvedimenti siano giusti adottare. …”.

La storia, poi, ci racconta che la nuova stazione fu effettivamente realizzata ma il nuovo tratto ferroviario Forlì – Roma, cadde inevitabilmente nel dimenticatoio.