L’Aida a Predappio, 1939

Il 5 luglio 1939, il Segretario Federale dell’O.N.D. (Opera Nazionale Dopolavoro) di Forlì, conte Pio Teodorani Fabbri, invia al podestà di Predappio, Pietro Baccanelli, una breve comunicazione con accluso il biglietto per assistere all’opera lirica Aida prevista per l’8 luglio, pochi giorni dopo. La nota, ma anche il citato biglietto, sono ancora conservati nell’Archivio Storico di Predappio (quel che è rimasto) a memoria dell’evento che coinvolse moltissimi predappiesi, ma non solo, e fu la provincia forlivese l’unica ad ospitarla. Per dovere di cronaca, il “Carro di Tespi” fu un teatro itinerante, gestito dall’O.N.D., sorto per avvicinare la popolazione alle scene, nei piccoli e grandi centri, avviato nel 1930. A leggere le cronache del tempo, pare ebbe molto successo per cui sorse, dopo pochi mesi, anche il “Carro di Tespi Lirico” che, con imponenti scenografie, allestì opere quali l’Aida, Rigoletto, Trovatore, Bohème, Madama Batterfly, Tosca, Cavalleria Rusticana oltre a altre.

Così, anche Predappio, ospitò il “Carro di Tespi Lirico” nell’area del campo sportivo, titolato a “Sandro Italico Mussolini” (lo scomparso figlio di Arnaldo Mussolini), nelle adiacenze della GIL, allestendo l’Aida di Giuseppe Verdi. 

Una fotografia della scenografia è pubblicata dall’annuario dell’O.N.D. del 1939, che è la sintesi delle attività organizzate dall’Opera descrivendone in particolare alcune.

A seguito dell’evento, immancabile, pure, l’articolo del settimanale “Il Popolo di Romagna” (15 luglio 1939), titolato “L'”Aida” a Predappio alla presenza di Donna Rachele Mussolini e del Segretario del Partito” il cui incipit non manca di enfasi e pomposità: “Imponenti masse di lavoratori della terra e delle officine si diedero convegno sabato sera 8 corrente, nel paese natale del Duce, per assistere ad una memorabile rappresentazione del Carro di Tespi Lirico. Per tutto il pomeriggio giungevano da Forlì, da Cesena, da Rimini, e da altri centri della provincia, dai monti e dal mare, interminabili, colonne di dopolavoristi con automezzi ed in bicicletta. …

            Dall’articolo, possiamo conoscere i protagonisti dell’opera e i primi a essere citati sono i registi e il coreografo ovvero Enrico Frigerio, Filippo Dadò e Nicola Guerra. Il maestro Gabriele Santini, è descritto “… dalla bacchetta talora nervosissima, che ha concertato l’opera con spirito profondamente verdiano.“. La prima ballerina, Elide Bonagiunta, “… ha eseguito la sua danza con ritmo perfetto, flessuosità di movenze, eleganza di figurazioni, sì da provocare un uragano di meritatissimi applausi. …“. Aida era Emilia Piave “… ottima interprete, buona cantante, ripetutamente applaudita nei cosiddetti pezzi d’obbligo. …“.

Il tenore, Aldo Lampieri, “… dalla voce bella e intonata, che sale con facilità ai registri acuti, difetta nel fraseggio e non conosce ancora i segreti del bel canto. …“.

Gli altri citati sono il baritono Giuseppe Manacchini, Elena Nicolai, che interpretava Amneris, i bassi Giulio Tomei e Augusto Romani.

L’articolo conclude così: “Magnifica festa d’Arte e di Popolo da scrivere a caratteri d’oro negli annali del teatro della Romagna.“.

La Cattedrale cattolica a Mogadiscio

            Indubbiamente vastissimo il panorama dell’architettura italiana, altrettanto ampio è l’elenco dei progettisti che contribuì a realizzarlo fra cui anche l’ingegnere-architetto Antonio Vandone da Cortemilia (1862 – 1937). Ammetto, sinceramente, che fino a poco tempo fa, non ne conoscevo l’esistenza anche perché le rare informazioni che poi ho reperito, lo descrivono attivo fra fine ‘800 e i primi anni venti del ‘900, a Torino,  ma non solo, nel panorama stilistico dell’eclettismo e, soprattutto, dell’Art Nouveau. Quest’ultimo, è un filone di ricerca che non mi ha mai stimolato in modo particolare per cui anche lo studio dei protagonisti che portarono alla ribalta il Liberty in Italia, si è limitato ai maggiori.

            A. Vandone, progettò, in effetti, molte opere e non solo ville e villini ma fu attivo anche nel campo urbanistico, in quello industriale, pure in edifici di servizio fra cui asili, dormitori per operai, cappelle funerarie, mattatoi, ospedali e restauri nell’edilizia religiosa. Sfugge, però, nelle sintesi biografiche pubblicate che lo riguardano, il suo progetto della Cattedrale di Mogadiscio, un edificio imponente, il più grande tempio cattolico dell’Oceano Indicano, inaugurato nel 1928. Lo descrive molto attentamente un articolo pubblicato nel 1928, corredato d’interessanti immagini fotografiche (pubblicate), scattate da Carlo Pedrini che faceva parte del Regio Laboratorio Foto-Cinematografico di Mogadiscio. Leggendolo, si ripercorre la genesi del progetto che vede l’allora Governatore della Somalia, conte Cesare Maria De Vecchi di Val Gismon (uno dei quadrumviri della Marcia su Roma del ’22), rientrare a Mogadiscio dall’Italia nell’agosto del 1925 già con appresso il progetto dell’arch. A. Vallone.

“… La slanciata e serena architettura dell’edificio – comprendente la Chiesa e le case annesse per la Missione della Consolata – è ispirata alle costruzioni arabo-normanne della Sicilia e particolarmente al Duomo di Cefalù, fondato da Re Ruggero I, ex-voto, nel 1129. … La facciata, di due piani, è fiancheggiata dalle torri, alte trentasette metri e mezzo. Il pronao è composto di tre arcate ogivale e vi si accede da un ampio terrazzo ornato da balaustre in pietra e terminate in tre gradinate marmoree. Il piano superiore della facciata si presenta diviso in due ordini di archi, che inquadrano il finestrone dal quale prenderà luce la navata centrale.  … Una grande Croce di mosaico dorato, incorniciata da marmo verde, interrompe a mezzo il secondo ordine di archi. Un terrazzo sovrasta il pronao: ad esso si accede dalle torri. …”

            Tanta fu l’importanza data a questa costruzione che a inaugurarla fu Umberto di Savoia, il 1° marzo 1928, assieme al Duca degli Abruzzi e altre personalità, compreso lo stesso progettista Vandone.

            Oggi, questa notevole costruzione è stata quasi interamente distrutta durante gli oltre vent’anni di guerra civile somala e rimangono i suoi ruderi che ricordano le dimensioni originarie dell’articolato complesso.  

Quando gli autobus andavano a legna…

Avendo messo mano a diversi progetti su edifici costruiti del periodo del Ventennio, per restaurarli o ristrutturarli, ho acquistato svariati testi pubblicati in quegli anni che descrivono materiali e tecniche costruttive. Mi trovo fra le mani un numero de “L’Illustrazione Italiana”, dell’aprile del ’38, dedicato interamente all’autarchia e, rileggendolo, scopro, con vivo stupore, che per un certo periodo alcuni automezzi erano alimentati a legna o carbone.

Infatti, in un lungo articolo a firma del prof. Mario Ferraguti, che ai tempi era il Presidente dell’Istituto di Frutticoltura e di Elettrogenetica la cui sede era Roma, si legge il suo resoconto che in parte riporto perché ricco di spunti e considerazioni: “… reduce dal Giro d’Europa, …, misuravo i battiti del mio cuore in tumulto su quelli della mia vecchia alfa a gasogeno, che dopo settemila chilometri di corsa ininterrotta attraverso dieci Stati, non perdeva un colpo alimentata dal carbone di legna italiano e scandiva il suo ritmo musicale con una regolarità che non aveva ami avuta nemmeno quando, nuovissima, funzionava con quel liquido maleolente che costituì la ragion prima di molte guerre e di molte rovine, …”.

Nel testo anche il commento di Guglielmo Marconi che, due anni prima, 1936, collaudò lo stesso mezzo e concluse la prova con queste parole: “È naturale: a carbone si va meglio che a benzina perché il carbone nel gasogeno sviluppa gas, mentre la benzina, nel carburatore, riesce soltanto a nebulizzarsi in un pulviscolo ben lontano dall’avere la stabilità del gas e, quindi, incapace di bruciare in modo così perfetto come brucia il gas di carbone. …

Il Ferraguti prosegue poi specificando che nel suo viaggio aveva consumato solo 954 kg di carbone italiano per un valore di 190 lire, mentre la macchina di scorta e di controllo, che era al seguito, aveva consumato tremila lire di benzina straniera: tre centesimi al km per il carbone contro i 50 della benzina.

Dalla sperimentazione all’uso corrente tanto che il “gassogeno a legna” fu adottato dall’ATAG di Roma (l’immagine pubblicata si riferisce a uno di questi mezzi, dal 1934 al 1944) e da altre società per i mezzi di trasporto pubblico in altre città d’Italia.

Forlì – Le trasformazioni nel Ventennio… (8)

La mappa del 1928

Ritengo sempre molto interessante osservare la mappa della città di Forlì pubblicata nel 1928 in allegato al corposo studio di Ettore Casadei “Forlì e dintorni”, indiscusso “manuale” cui tutti gli storici e appassionati del nostro passato non possono non far riferimento, perché esplicativa delle trasformazioni della città.

In particolare, la cartina pubblicata, illustra nel dettaglio lo stato dei fatti e risulta evidente come siano ancora leggibili ampi tratti delle mura medievali nel lato ovest della città, non ancora definitivamente abbattute.

Dal lato opposto, già indicata la nuova stazione e il viale che la congiunge a Piazzale Casalini (ora Piazzale della Vittoria); appena accennato il Setificio Orsi Mangelli, che sviluppandosi occuperà l’intero isolato, compreso l’ancora leggibile Cantiere Benini.

In Corso Vittorio Emanuele II, poi, in testata, la famosa fabbrica Becchi, a ridosso di Porta Cotogni (che cambiò nome in Porta V. Emanuele), di cui si conoscono le vicende fino alla sua dismissione e completa demolizione.

Facile intuire, che nessun intervento invasivo interessò il centro storico mentre fa breccia una lottizzazione destinata alla tipologia delle villette con giardino, a sinistra del Giardino Pubblico, dando inizio all’espansione “extra muros” con piccolo intervento organico.

Un dettaglio salta all’occhio, ed è quel quadratino a fianco del Duomo, in Piazza Ordelaffi, che corrisponde alla statua della Madonna del Fuoco; fu, infatti, nel 1928 che tale monumento fu eretto nuovamente quando era Presidente del “Comitato d’Onore delle feste secolari della Madonna del Fuoco di Forlì” proprio Benito Mussolini. Alcuni, a tal proposito, hanno scritto che tale gesto fu compiuto per lavarsi la coscienza del fatto che fra gli attentatori della statua, un tempo posta in Piazza Maggiore, ci fosse stato pure Mussolini, nel 1909. Non entro nel merito perché non è questo lo scopo dell’articolo, ma per dovere di cronaca, mi pare corretto riportare i fatti raccontati dai rotocalchi del tempo. 

Il 17 ottobre 1909, Il Pensiero Romagnolo, organo di stampa del Partito Repubblicano sotto la direzione di Giuseppe Gaudenzi, così riportava i fatti avvenuti a Forlì:

“All’annunzio della fucilazione di Francisco Ferrer, giovedì mattina la Giunta Comunale faceva innalzare sulla pubblica torre e al balcone del palazzo civico la bandiera abbrunata e deliberava di aderire ufficialmente al comizio indetto per la sera dalla Camera del Lavoro… Verso le sette della sera la Piazza Maggiore incominciò ad affollarsi…”

Vi furono degli scontri con le forze dell’ordine e anche un arrestato, ma la folla eccitata non desisteva dalla protesta così intervenne l’On. G. Gaudenzi, consigliere comunale, per placare gli animi, intrattenendoli con un comizio: seguirono gli interventi di Aurelio Valmaggi e Francesco Bonavita, rappresentanti della Camera del Lavoro, e, infine, di Benito Mussolini a nome dei socialisti.

“… Chiuso senz’alcun incidente il comizio, un gruppo di dimostranti si diresse alla piazza Dante Alighieri, dove ha sede il Vescovado, e si abbandonò a grida e fischi contro il clericalismo. Furono divelti alcuni ciottoli e frantumati i vetri del palazzo vescovile… Frattanto la maggior parte dei dimostranti era rimasta in Piazza Maggiore e si addensava minacciosa sotto il corpo di guardia…”.

“… Centinaia di ragazzi demolivano in un attimo lo steccato che cingeva la colonna della Madonna e accatastato tutto il legname, vi appiccarono fuoco. … Taluni ardimentosi si misero poi, assistiti dalla folla consenziente, a demolire alcune parti della base del monumento della superstizione religiosa. …”.

L’indomani dal vandalico attacco, “…l’Ufficio Tecnico Comunale e il Genio civile costatavano che vi era imminente pericolo per la incolumità pubblica e con distinti rapporti al Sindaco e al Prefetto affermavano recisamente la necessità dello immediato atterramento della colonna.”

La stessa notizia è riportata anche in un trafiletto dell’Avanti del 18 ottobre 1909 che, pur con minor dovizia di particolari, racconta quasi gli stessi fatti concludendo che:

“… I dimostranti tornarono allora al centro, e nella Piazza maggiore cadde e fu incendiata la palizzata che cingeva la vecchia statua della madonna e venne demolito il basamento marmoreo dell’altissima colonna. … L’anacronistico monumento può dunque dirsi caduto sotto l’indignazione popolare.”

Così, per ragioni di sicurezza e/o per ritrosia ideologica, iniziarono i lavori di abbattimento della colonna e la statua della Madonna fu portata il 21 ottobre 1909 nella Chiesa di San Filippo, allora adibita a deposito comunale.

Forlì – Le trasformazioni nel Ventennio… (7)

La Casa dell’Opera Nazionale Balilla

Mentre in Piazza Aurelio Saffi erano in corso i lavori destinati alla Casa del Fascio, siamo dopo la metà degli anni ’20, le attenzioni del governo fascista si rivolsero anche nel cercare una sede per i giovani balilla e gli avanguardisti. La sua localizzazione fu individuata “… Nel vecchio e grande palazzo che fu dei Conti Guarini, nella spaziosa via dei Mille sorse la «Casa del Goliardo» sotto le insegne del Littorio. Essa ospitava tutti gli studenti Universitari e medi superiori. Oltre duecentocinquanta studenti trovarono la loro sede completa e degna” (il testo è tratto dall’opera Costruire che rendiconta le opere realizzate nei cinque anni di governo di regime nella provincia forlivese). 

Il progetto di sistemazione della facciata prospettante la via fu affidato all’ing. Virginio Stramiglioli, a cui contribuirono lo scultore Giuseppe Casalini, per le decorazioni del prospetto, mentre le pitture delle pareti dello scalone e delle sale furono affidate a Francesco Olivucci (pubblicato il dettaglio che rappresenta il Balilla) e Gino Mandrone.

La facciata fu ridisegnata utilizzando stilemi appartenenti al repertorio dell’eclettismo ma particolare cura fu posta all’ingresso del palazzo e all’aggiunto arengo che è sorretto da due cariatidi imponenti.

Ettore Casadei, nella sua guida Forlì e dintorni pubblicata nel 1928, così descrive il palazzo: “Fu sede per lungo tempo del Terz’Ordine regolare femminile che diede il nome di Terziarie allo’attuale via Fratelli Bandiera; poi vi abitarono i Conti Guarini che vi stettero fino al 1815; in seguito prese il nome di Palazzo Benzi, perché i Conti Benzi vi abitarono per lunghi anni.Fu sede del rinomato Opificio Aducci per la fabbrica delle coperte di seta. Nel 1865 vi fu fondata la Società Filodrammatica. Dai Silingardo, il palazzo fu acquistato dalla O.N.B. che per interessamento del Presidente dell’Opera Nazionale, on. Renato Ricci, e del Comitato Provinciale, Nicola Stagnani, vi eseguì grandiosi lavori. … La Casa, inaugurata il 30 ottobre 1927 da S.E. Luigi Federzoni, è anche corredata da una ricca biblioteca e di vaste ed eleganti sale per accogliervi tutte le moderne attività sportive, educative e ricreative giovanili. È in via di costruzione un’ampia palestra coperta e una vasta sala per rappresentazioni.”

Ritengo interessante la foto pubblicata che ritrae l’interno del palazzo, il salone principale, ma anche l’immagine nel riquadro che illustra la corte del palazzo dove si intravede il caseggiato dell’attuale via Fratelli Bandiera (inedito trovato nell’Archivio di Arnaldo Mussolini a Paderno di Mercato Saraceno).

Forlì – Le trasformazioni nel Ventennio… (6)

La Casa del Fascio in Piazza Saffi

Mentre erano in corso le opere per realizzare la nuova stazione e il relativo scalo merci, il setificio Orsi-Mangelli, il Brefotrofio, oltre a diverse abitazioni popolari e per i dipendenti comunali, le attenzioni del costituito Fascio di Forlì, si rivolsero a Piazza Saffi. Infatti, proprio nella piazza principale della città vollero la loro sede e procedettero con l’acquistare il palazzo Albertini, annesso al Palazzo del Podestà, che, nel tempo, era diventato un tutt’uno con anche l’attiguo palazzo Reggiani, a sua volta in continuità al palazzo Telenti-Framonti. 

La prima immagine pubblicata, di una cartolina degli anni ’20 del ‘900, descrive lo stato delle facciate dell’intero lato sud-ovest della piazza, che, al tempo, non mostravano essere state oggetto di particolari cure e attenzioni, soprattutto il Palazzo del Podestà.

I Fasci forlivesi, quindi, incaricarono il Soprintendente ai Monumenti di Bologna, arch. Luigi Corsini, di trattare il tema della facciata prospettante la piazza mentre per gli interni coinvolsero il milanese arch. Ariodante Bazzero (già impegnato a Forlì per la palazzina del setificio Orsi-Mangelli, poi anche nel Palazzo Mangelli in Corso Diaz).

L’arch. L. Corsini uniformò le facciate dei palazzi Reggiani e Albertini, proponendo il tema compositivo generale di ques’ultimo, creando così un unicum a cinque campate (come desumibile dal suo progetto pubblicato).

Al fine di recuperare le antiche fattezze, furono ripristinati i fregi, i medaglioni (un tempo in terracotta, poi in pietra) e i capitelli negli archi del loggiato, ricomposte al piano primo le finestre come bifore incorniciate dal sapore veneziano, all’ultimo piano, a coronamento, la loggetta con un parapetto in cotto a trafori. Ettore Casadei, nella sua guida del 1928, segnala, in particolare, anche “il cornicione, splendido per disegno, è in terracotta: …” (si pubblica un’immagine di dettaglio, eseguita nel corso dei lavori).

L’ingresso era ed è unico, al centro, procedendo dal loggiato, cui si accede al piano primo con un ampio scalone, dove al tempo si trovavano: una grande sala per le riunioni, una sala da lettura, la biblioteca, una sala da gioco con anticamere, servizi e guardaroba. Al secondo piano c’era la sede vera e propria del Direttorio, la Segreteria Federale, la sede de “Il Popolo di Romagna” e l’archivio.

Al piano terreno rimasero liberi diversi vani e si “… pensò di ricavarne un moderno ristorante dotato di tutte le comodità, di cui a Forlì si sentiva la necessità, tanto più che potrà anche funzionare come albergo diurno con lavabi, ritirate e bagni. …”.

Anche se incompleta, la Casa del Fascio fu inaugurata il 30 ottobre 1927 dal Ministro Luigi Federzoni in occasione della sua visita, appunto, per inaugurare una serie di opere portate a termine dal regime.

Forlì – Le trasformazioni nel Ventennio… (5)

Brefotrofio Provinciale

Affidandoci alle pubblicazioni della prima metà degli anni ’20, scopriamo che la prima opera a carattere pubblico realizzata nel forlivese dall’amministrazione, fu il Brefotrofio Provinciale, o Istituto per l’infanzia, che poi divenne l’Istituto Provinciale della Maternità e Infanzia. Sorse fra il 1925 e il 1927, in un’area isolata e silenziosa in viale Livio Salinatore e iniziò la sua attività, il 1° gennaio 1928. Credo interessante riportare un breve storico dell’attività che ne precedette la costruzione partendo dall’Ospizio degli esposti (figli illegittimi abbandonati). “Forlì non ha memoria dell’origine primitiva dell’Ospizio degli Esposti. Pare certo che le antiche Confraternite dei Battuti avessero, fra i loro fini caritatevoli, anche la cura e l’allevamento degli esposti e che dopo la cessazione dei beni fatta all’ospedale della “Casa di Dio”, l’allevamento stesse a carico di questo. … Fino al 1896 esisteva la ruota per l’accoglimento dei piccoli gittatelli che venne soppressa col 1° gennaio 1897, in seguito alla riforma che disciplinò le varie modalità di consegna dell’esposto. Dai movimenti statistici possiamo dedurre che alla fine del 1923 avevamo 549 esposti in età di cui 270 maschi e 279 femmine; e 597 esposti fuori età, di cui maschi 289 e femmine 308. … La Provincia sta innalzando in Forlì un grande Istituto provinciale per l’infanzia, che dovrà accogliere le varie branche di questo servizio di assistenza sociale, diffuse in tutti i Comuni, in ossequio ad una concezione più organica e più vasta di questa nobile funzione. …”.

L’immagine pubblicata si riferisce all’edificio in fase di completamento ma fu poi modificato, ampliandolo, perdendo quel semplice gioco di volumi che era la sua caratteristica compositiva.

Internamente, le varie stanze gravitano sui corridoi centrali e sullo scalone che disimpegna i vari piani.

Nel Sotterraneo, che in realtà era un seminterrato, vi erano spazi per il personale di servizio, la lavanderia, la cucina, il refettorio per le nutrici, la centrale caldaia e i magazzini per il carbone oltre al deposito guardaroba.

Al piano Sopraelevato un reparto sifilitici, il Gabinetto Analisi, il Gabinetto Radiologico, stanza per le nutrici, i bambini, la sala d’aspetto, un ampio soggiorno con refettorio e guardaroba. Allo stesso piano gli spazi per il Direttore, il Segretario e l’archivio amministrativo. Il primo piano era destinato alle Puerpere e ai dormitori per le partorienti, da un lato, dall’altro, il Dormitorio Esposti da Latte, maschi e femmine divisi, come divisi era il Dormitorio Esposti da pane; due ampie terrazze laterali permettevano di rilassarsi all’aria aperta. Il secondo piano era destinato all’alloggio per le suore, con i relativi servizi, e all’infermeria. 

Forlì – Le trasformazioni nel Ventennio… (4)

Setificio Orsi Mangelli

Nel panorama dei mutamenti avvenuti a Forlì nel Ventennio, occorre citare anche l’opificio Società Anonima Orsi Mangelli che fu realizzato anch’esso “extra muros”, come la coeva e vicina nuova stazione, che ebbe uno sviluppo particolarmente importante tanto che finì per essere la maggiore fabbrica del forlivese. Ideata per la produzione di seta artificiale, la posa della prima pietra avvenne nell’agosto del 1925 (come per la nuova Predappio) ed entrò in esercizio alla fine del 1926. Riportando, in parte, il testo dell’articolo che la descrive, pubblicato su “Forum Livii”(1927), sappiamo che: “Ove prima sorgeva l’area dell’antico Foro Boario e si estendeva il terreno di proprietà del Consorzio Agrario Cooperativo, sopra un’area di 16 mila mq. s’innalzano oggi gli eleganti e maestosi fabbricati del più grande stabilimento industriale: il Setificio Paolo Orsi Mangelli. … Non molto lontano dai costruendi scali della Nuova Stazione ferroviaria, da cui si ammira la grandiosità dei fabbricati, sorge lo Stabilimento. … Esso è costituito dall’ingresso principale, che è una bella costruzione moderna, eretta su disegno dell’Arch. Bazzaro (sic. Bazzero, Ariodante) di Milano; nel piano rialzato hanno sede gli eleganti Uffici di Amministrazione, e al primo piano gli appartamenti dei Direttori Tecnici. …”.

L’articolo prosegue descrivendo i vari reparti e le fasi di produzione ma colpisce scoprire che “… Vi è anche aggiunto un impianto di due turbo-alternatori Rateau e Ansaldo per la produzione propria di energia, in caso di eventuale sospensione di corrente esterna, dovendo molte macchine e varii reparti, per le esigenze della lavorazione, essere in continuo funzionamento. Il consumo dei cavalli a vapore è di circa 600 HP. …”.

Il nuovo stabilimento ebbe un forte impatto sulla città e la scelta del Conte Mangelli di creare un nuovo insediamento nel forlivese, sua terra d’origine, fu messo in evidenza dal governo della città che nelle seduta del 2 dicembre 1926 il Consiglio Comunale gli riconobbe il titolo di Cittadino benemerito (pubblicata l’immagine della pergamena con la delibera consigliare della benemerenza, la terza).

La prima immagine pubblicata si riferisce al cantiere di costruzione del nuovo stabilimento e, in primo piano, le capriate di copertura in cemento armato realizzate dai, vicini, Cantieri Ettore Benini che, fra i primi, credettero in questo nuovo materiale.

La seconda immagine si riferisce alla palazzina di accesso che, ai tempi, era caratterizzata dall’ampio portale centrale da cui entravano gli automezzi e, nei successivi sviluppi, anche tratti di rotaie che la collegarono direttamente alla ferrovia.

La quarta immagine si riferisce alla planimetria del PIANO PARTICOLAREGGIATO D’ESPROPRIAZIONE DELLE PROPRIETA’ INTERESSATE NELLA ESECUZIONE DEL VIALE D’ACCESSO ALLA NUOVA STAZIONE E DELLE STRADE E PIAZZE LIMITROFEche ben illustra quale fosse la consistenza dell’edificato di allora (1926) in quella parte del forlivese. Per meglio identificare le aree, ho perimetrato in rosso il setificio Mangelli e, in blu, i Cantieri Ettore Benini di cui si pubblica anche una foto aerea per ricordare quanto oggi è, pressoché interamente, sparito.

Forlì – Le trasformazioni nel Ventennio… (3)

La nuova stazione

Ritengo utile riportare l’attenzione sul Fabbricato Viaggiatori, in altre parole l’edificio che oggi più comunemente chiamiamo stazione, sia per il fatto che oggettivamente è un’opera imponente ma anche aggiungere qualche descrizione per come fu inizialmente pensato. Nel tempo, internamente, sono state apportate diverse modifiche e dismesse varie attività legate allo scalo merci (che oggi non c’è più) e di originale ci sono le facciate esterne. In merito, facile notare dalle immagini pubblicate che, inizialmente, in asse all’edificio, sul cornicione, vi era uno scudo con lo stemma sabaudo, poi sostituito da una torretta per l’orologio, com’è tuttora. Un’altra modifica apportata verso la metà degli anni ’30 fu l’aggiunta di una pensilina sulla facciata principale, a protezione degli ingressi, realizzata in vetro e metallo; fu poi smantellata per poi essere, in tempi relativamente recenti, riproposta con fattezze, a mio parere, dal dubbio gusto.

La descrizione del fabbricato, costruito fra il 1925 e il 1927, la troviamo nella già citata Monografia iniziando dal suo progettista Ing. Cav. Uff. Ezio Bianchifunzionario della Sezione lavori di Bologna delle Ferrovie dello Stato, per proseguire sui dettagli del manufatto.

Ha un fronte lungo 78 mt. “… e copre una superficie di circa 1.500 mt, è costruito tutto in muratura di mattoni ed è costituito, oltre che dalle cantine e dal piano o livello del piazzale esterno, da un primo piano a livello del piazzale esterno, da un primo piano piano e livello dei binari, al quale si accede mediante un sotto passaggio e comode scalinate, e da un secondo piano adibito ad alloggi (inizialmente vi erano cinque alloggi, quattro per le famiglie dei dipendenti delle ferrovie e uno centrale di rappresentanza, n.d.r.). In ciascuno dei due piani (piano terreno e piano a livello dei binari) sono disposte ampie sale d’aspetto per le tre classi e sale del ristorante (oggi non più presente, n.d.r.). Una felice disposizione del locale per i bagagli ed un montacarichi, permettono un comodo e rapido movimento di tale servizio. È prevista, inoltre, l’installazione di un ufficio informazioni, cabine telefoniche, bagni, toilette, etc.

Il prospetto verso la città, sobriamente decorato e con finestre bifore e trifore, è completato con un attico e con due piccole torri. …”

Il linguaggio architettonico generale attinge dall’eclettismo, che in quel periodo caratterizzò la maggior parte degli edifici di nuova costruzione, anche se qualche guizzo di modernità traspare nell’uso dell’ampio cornicione che in prospettiva fa immaginare una copertura piana quando, in realtà, è a padiglione.

Sul fatto che l’imponente fabbricato abbia rilevanti dimensioni allo scopo di far da quinta di sfondo ai cerimoniali della propaganda e del governo fascista, come affermato da diversi storici, ho alcune perplessità. Molto probabile che particolare attenzione sia stata posta alla progettazione e alle dimensioni complessive dell’opera per compiacimento e per soddisfare le attese, forsanche velleitarie, ma, da tecnico, propendo per sostenere che il Fabbricato Viaggiatori svolga anche la funzione di contrafforte poiché il quel tratto, le rotaie furono alzate di circa cinque metri dal piano di campagna. Questa considerazione muove dal fatto che il peso dei convogli, ai tempi, era particolarmente importante (si pensi solo alla locomotiva a vapore con relativo tender per il carbone), tanto che furono necessari importanti opere in cemento armato per sostenerne la spinta sotto le rotaie, per cui deduco che per migliorare la sicurezza complessiva dell’opera, abbia contribuito anche il fabbricato con la sua imponenza.

Forlì – Le trasformazioni nel Ventennio (2)

La prima opera importante realizzata “extra muros”, a carattere pubblico, fu la nuova stazione ferroviaria cui seguì l’annesso viale rettilineo che la collegherà a Piazza Antonio Fratti.

Ritengo che il progetto della nuova stazione sia meritevole di particolare attenzione perché, nel suo insieme, fu un’opera d’ingegneria particolare e non del tutto scontata. Si sa che la prima stazione di Forlì fu realizzata in testata alla via IX Febbraio (oggi via Monte Santo), nei pressi della Porta, o Barriera, S. Pietro, fuori dal perimetro delle mura di cinta, che al tempo esistevano ancora, inaugurata nel settembre del 1861. Va ricordato che il sottopassaggio presente in via Ravegnana, fu realizzato contestualmente alla nuova tratta ferroviaria, l’unico esistente a Forlì, poiché era ancora attiva la tramvia a vapore Forlì-Ravenna il cui tracciato seguiva proprio quella strada.

Con lo sviluppo delle linee ferroviarie a livello nazionale, il treno divenne un mezzo utilizzato diffusamente tanto che, nel 1912, il fabbricato della stazione di Forlì fu ampliato e, a quel tempo, buona parte delle mura cittadine erano state smantellate. 

L’esigenza di una nuova stazione nacque dal fatto che si sentiva la necessità di uno scalo merci a servizio delle numerose attività produttive locali quali, ad esempio, lo Zuccherificio Eridania, la Bonavita, la Bartoletti, i Cantieri Benini, la Forlanini, la Becchi e la Mangelli (che in quegl’anni costruì un nuovo opificio nei pressi della stazione), per citare le maggiori, oltre che per ampliare il Fabbricato Viaggiatori. A ridosso della originaria stazione, non vi era lo spazio sufficiente per realizzare uno scalo merci a causa della presenza dell’attiguo Zuccherificio Eridania.

Così, a metà degli anni ’20, fu sviluppato un ambizioso progetto per la nuova stazione e lo scalo merci partendo dal presupposto di alzare il piano del ferro, ovvero la quota di scorrimento delle rotaie, di quasi cinque metri, rispetto il tracciato esistente. Da un punto di vista ingegneristico, l’opera comportò imponenti lavori per realizzare, in rilevato, sia il nuovo tratto ferroviario che tutto il piazzale necessario al nuovo scalo merci. Ciò permise però di realizzare due nuovi sottopassaggi, a monte e valle della nuova stazione, nelle attuali via Vespucci e via Bertini, il che favorirà particolarmemente lo sviluppo della parte di Forlì che guarda verso Ravenna che, in precedenza, si era sviluppata lungo la via Ravegnana e le zone limitrofe.

Così, dalle parole ai fatti, la posa della prima pietra della nuova stazione avvenne il 28 ottobre 1925, alla presenza delle autorità, S.E. Costanzo Ciano, Ministro per le Comunicazioni, e S.E. Mons. Vescovo Raimondo Jaffei che benedì la cerimonia.

Le immagini pubblicate, sia del progetto che dei lavori, credo siano esaustive per descrivere l’importanza e la complessità dell’opera, senza trascurare il fatto che il tutto avvenne senza interferire con la normale attività ferroviaria che continuò ad operare (come si evince da una delle foto pubblicate dove si nota il transito di un convoglio trainato, chiaramente, da una locomotiva a vapore).

Il progetto fu sviluppato dall’ing. Ezio Bianchi, Direttore dell’Ufficio Tecnico del Compartimento delle Ferrovie di Bologna, coadiuvato dai colleghi Coen e Benedetti. Da un articolo pubblicato sulla rivsta Forum Livii nel 1927, sono resi pubblici alcuni dati: “… Nel solo mese di Agosto si effettuarono ben 92.000 m3di rilevato trasportando giornalmente sino a 4.000 m3di materie. Le maestranze sono sempre state operose e disciplinate: complessivamente si sono avute 245.000 giornate d’operaio, in modo da impegnare sino a 1.000 operai. …” e, anche, “… il bilancio consuntivo ha corrisposto a quello preventivo, non avendo la spesa raggiunto la somma dei 25 milioni all’uopo stanziati dal Governo Nazionale. …”

I lavori si conclusero dopo due anni di lavori e il complesso fu solennemente inaugurato il 30 ottobre 1927, alla presenza, oltre a numerose autorità e al Vescovo, del Ministro Luigi Federzoni.

Lo stesso giorno furono inaugurate altre opere, fra cui anche il faro della Rocca delle Caminate, e la Piazza Antonio Fratti fu intestata ad Armando Casalini, deputato forlivese, ucciso a Roma il 12 settembre 1924 da Giovanni Corvi con tre colpi di pistola alla nuca.