Un restauro sconosciuto su un’opera del Palmezzano…

Senza ombra di dubbio la basilica di San Mercuriale è il monumento più noto e antico della città di Forlì e sorta sulle ceneri del primogenio edificio dedicato a Santo Stefano distrutto da un incendio nel 1173.

Riedifcata l’abbazia sullo stesso sedime, in stile romanico lombardo, i lavori terminarono nel 1181 e videro una nuova fabbrica costituita da tre navate con un’ampia cripta, il protiro di facciata, tipico elemento romanico ma successivamente rimosso, e l’imponente campanile che tuttora troneggia maestoso.

Nel tempo furono apportate alcune modifiche e una di queste fu l’aggiunta di alcune cappelle laterali fra cui la Cappella Ferri (anche Dei Ferri o dè Ferri), nel primo decennio del ‘500, cui si accede attraversando un portale in pietra d’Istria finemente lavorato dall’artista Jacopo Veneto nel 1536.

La cappella custodisce un’importante dossale costituito dall’immagine dell’Immacolata concezione con i Santi Agostino, Anselmo e Stefano e, nella lunetta, la Resurrezione, opera di Marco Palmezzano, sapiente allievo del più noto Melozzo da Forlì (Melozzo di Giuliano degli Ambrosi). Opera che appartiene al periodo della piena maturità dell’artista, realizzata fra il 1509 e il 1510, e che, fatto poco noto se non sconosciuto, fu successivamente manipolata sostituendo alla figura di Sant’Anselmo quella di San Barbaziano. 

La notizia del successivo restauro che riportò la pala alle sue fattezze originali si ha sfogliando il mensile del TCI del giugno 1937*, che resocontando di alcuni restauri eseguiti in Emilia Romagna riporta la rara, fors’anche unica, immagine del dipinto prima e dopo l’intervento di ripristino. Citando l’articolo della rivista “… il restauro fece scomparire San Barbaziano in pianeta e comparire San Ruffillo in piviale, avvenimenti non nuovi nella storia dei restauri e neppure nella esperienza popolare, che creò il proverbio: I Santi nuovi scacciano i vecchi. …”.

Studi recenti hanno poi aggiustato il tiro attribuendo la figura centrale non a San Ruffillo ma a Sant’Anselmo cui rimandano le pagine del libro posto ai suoi piedi.

Nello stesso quadro, nel paesaggio in sfondo, considerato uno dei migliori dell’artista, una realistica visione della città di Forlì, omaggio al luogo che ne vide i natali.

Il restauro dell’opera del Palmezzano fu eseguito in vista dell’imponente mostra organizzata sul Melozzo e il Quattrocento forlivese inaugurata l’8 giugno 1938 dal Re Vittorio Emanuele III e allestita nell’attuale Pinacoteca cittadina.

(*Touring Club Italiano, Le Vie d’Italia, anno XLIII n. 6, Giugno 1937, p. 397)


Duomo di Milano

Il Duomo di Milano rappresenta l’icona indiscussa della città ed è meta di turisti provenienti da tutto il mondo che di buon grado si avventurano sin sulla sua copertura per osservare la città dall’alto e per gustarne il variopinto skyline. A ciò si aggiunge il fatto di poter avvicinarsi il più possibile alla famosa Madonnina che dal 1774 troneggia sulla cima della guglia maggiore.

Punto di riferimento di ogni buon milanese, la Madonnina nacque dalla collaborazione dello scultore Giuseppe Perego e dell’orafo Giuseppe Bini.

Sta il fatto che il monumentale duomo vide il suo completamento quasi cinquecento anni dopo la sua ideazione che avvenne per opera dell’arcivescovo Antonio da Saluzzo sul finire del 1386.

Fu Gian Galeazzo Visconti, Signore di Milano, che nel 1387 fondò la Veneranda Fabbrica del Duomo al fine di portare avanti i lavori che proseguirono con gli Sforza cui seguì la fase borrominiana.

La prima immagine pubblicata, tratta da una stampa realizzata in occasione dei funerali della Regina di Sardegna, del 1735, evidenzia come il duomo si presentasse, esternamente, particolarmente incompleto.

A seguire, un’immagine tratta da un disegno di G. Galliano del 1808 che rappresenta il duomo con vista di scorcio laterale e che ben illustra la guglia principale in cui possibile immaginare la presenza della Madonnina.

L’ultima immagine, tratta da una stampa del 1830, illustra la facciata principale del duomo completata con il complesso apparato di guglie e che corrisponde a quanto osservabile ancora ai giorni nostri. Da notare le facciate dei palazzi, a sinistra e a destra, che furono demoliti sul finire dell’ottocento per realizzare l’attuale forma rettangolare della piazza e per ampliarla.

(immagini tratte dal volume di G. Giulini, La piazza del duomo di Milano, Milano, 1927)

Esiste la Predappio d’Etiopia…

Iniziarono veramente i lavori per realizzare la Predappio d’Etiopia che, con molta probabilità, si interruppero a causa del secondo conflitto mondiale.

Facendo un breve passo indietro, forse il primo a raccontare che esisteva un progetto sviluppato per una, fantomatica, Predappio d’Etiopia fu nel 1999 il prof. Giuliano Gresleri che curò il brano “L’impossibile Predappio d’Etiopia” facente parte del catalogo della mostra “La città progettata: Forlì, Predappio, Castrocaro …”.

In realtà, parte del progetto sviluppato dall’architetto Amerigo Bandiera nel 1938, è stato effettivamente realizzato esattamente come descritto in un articolo de “Il Resto del Carlino” del 24 febbraio 1938, “… Davanti al cantiere n° 5 di Dabat, a ridosso di un bellissimo ponte, è una leggera collina sulla quale verrà costruito, in omaggio al fondatore dell’Impero, il primo centro abitato di “Romagna d’Etiopia” e cioè “Predappio d’Etiopia” che avrà la sua sua chiesa per onorare la Madre del Duce”.

E così, senza necessariamente approdre in Etiopia, incrociando varie fonti documentali con il navigare nelle immagini satellitari,  è possibile individuare a nord-est di Dabat, in Etiopia, appunto, l’impianto di un piccolo abitato dal perimetro ben leggibile a forma di semicerchio, come facilmente individuabile nell’immagine pubblicata (l’immagine è del 2016, pochi anni fa), con una serie di edifici disposti ordinatamente. E’ la Predappio d’Etiopia per quel poco che fu realizzato e che corrisponde perfettamente a quanto progettato dall’arch. Bandiera e di cui publbichiamo un inedito bozzetto a matita (Archivio Centrale dello Stato, Roma) che rappresenta l’impianto della Predappio d’Etiopia.

Per la cronaca, il Ministero dell’Africa Italiana, per promuovere la colinizzazione demografica in Etiopia, costituì gli enti “Romagna d’Etiopia”, nel territorio Amara dello Uogherà; “Veneto d’Etiopia”, nel territorio dei Galla e Sidama del Gimma; “Puglia d’Etiopia” in Harar.

In particolare l’ente di colonizzazione destinato ai romagnoli, ma non solo, fu costituito con R.D.L. n. 2300 del 6 dicembre 1937 e una solenne cerimonia svoltasi a Predappio il 22 marzo 1938 accompagnò la partenza del primo gruppo di coloni che si imbarcò da Napoli tre giorni dopo.

Presidente dell’ente di colonizzazione il forlivese ing. Arnaldo Fuzzi, dal 1938 al 1940 quando partì volontario prendendo parte alla seconda guerra mondiale mentre il Direttore Generale fu il riminese Guido Maria Savini il quale tenne particolari rapporti epistolari con l’arch. Amerigo Bandiera tanto che fu lui ad invitarlo a sviluppare il progetto della Predappio d’Etiopia (cartegggi conservati all’Archivvio Centrale dello Stato)…

Forlì… Piazza Aurelio Saffi… alcuni palazzi…

La piazza principale forlivese, dedicata al noto politico Aurelio Saffi, è disegnata dai perimetri delle fronti di una numerosa serie di palazzi, quasi tutti porticati, costruiti, realizzati e modificati in epoche diverse e frastagliate…

Dei quattro lati, irregolari e sgembi, forse il più curioso ed enigmatico è il lato posto a Sud-Ovest, costituito da una serie di palazzi costruiti in epoche diversi e in stili diamentralmente lontani ma, condividendo un lineare impatto volumetrico d’insieme, ben si armonizzano l’uno all’altro.

Sta il fatto che detto lato, ai primi del novecento, era formato da quattro palazzi che in sequenza erano il Palazzo del Podestà, in angolo Rialto, palazzo Albertini, elevato sulla base di tre campate porticate, palazzo Reggiani, elevato su due campate porticate, e palazzo Talenti-Framonti, poi noto come sede della Cassa dei Risparmi, poggiante su  otto arcate porticate.

La prima immagine postata, tratta da una cartolina postale databile al 1920, ben li rappresenta in sequenza e la silenziosa presenza del dimenticato palazzo Reggiani, fra il Talenti-Framonti e l’Albertini, si nota vistosamente come anche nella seconda immagine pubblicata, databile al 1927.

Noto il fatto che a partire dai primi anni ’20 del novecento la piazza fu oggetto di particolari attenzioni tanto che uno dei progetti a riguardo interessò palazzo Albertini coinvolgendo anche l’anonimo palazzo Reggiani per mano dell’arch. Luigi Corsini, Soprintendente alll’Arte Mediovale e Moderna dell’Emilia Romagna, che uniformò il prospetto e gli ambienti interni restituendo l’mmagine, nei fatti, di un unico palazzo, nell’intento di costituirne una Casa del Fascio o Palazzo del Littorio che dir si voglia…

Dell’esistenza di palazzo Reggiani in Piazza Saffi parla un articolo del settimanale Il Popolo di Romagana, nell’aprile del 1935, che pubblicò anche una ipotetica ricostruzione delle sue antiche fattezze, su disegno di G. Bargossi, su cui si esprimono personali dubbi sulla sua probanza ma indubbiamente interessante per l’apporto provocato ad una corretta ricostruzione dei reali fatti…

Carbonia, 18 dicembre 1938…

Apprezzabile e condivisibile, a mio modesto avviso, l’iniziativa avviata dal Comune di Carbonia, in Sardegna, per festeggiare gli ottant’anni della sua inagurazione, come nuova città di fondazione, avvenuta il 18 dicembre 1938 alla presenza di Benito Mussolini. 

La cerimonia di posa della prima pietra ebbe luogo il 9 giugno 1937 mentre con successivo R.D.L. n. 2189 del 5 novembre dello stesso anno fu sancita la nascita del nuovo comune che all’art. 1 decretava che:

“E’ costituito in provincia di Cagliari, con capoluogo nel villaggio minerario in località « Monte Fossone », il comune di « Carbonia », la cui circoscrizione comprende l’intero territorio del comune di Serbariu, nonchè Ie parti dei territori dei comuni di Gonnesa e di Iglesias, delimitate in conformità della pianta planimetrica che, vidimata, d’ordine Nostro, dal Ministro proponente, forma parte integrante del presente decreto.”

Lontano da giudizi e pregiudizi ideologici l’attuale Comune di Carbonia ha voluto così anche celebrare la figura del progettista della nuova città, costruita in soli trecento giorni, che fu l’arch. Cesare Valle, assieme all’amico arch. Ignazio Guidi, a cui successe l’arch. Eugenio Montuori per sviluppare il progetto di ampliamento della città, solo in parte realizzato. Si deve invece all’arch. Gustavo Pulitzer Finali il progetto del blocco di edifici che definisce la piazza principale di Carbonia costituenti il Teatro, il Dopolavoro e la Casa del Fascio.

Così descrisse i lavori in corso a Carbonia S. Ruinas, pubblicati nel 1939:

”… Il Direttore stende sul tavolo la pianta di Carbonia e rapido mi accenna i confini, tra Gonnessa e Serbariu a quindici chilometri di distanza, monte Rosmarino dov’è lacquedotto, riu Cannas e riu di Santu Milanu in corso di bonifica; e i nuovi aggregati urbani: Nuraxeddu colle sue mille e cinquecento anime, dove si lavorava una miniera che poi fu abbandonata per l’insostenibile concorrenza del carbone inglese. Ora un pozzo è nuovamente in attività. Sirai, Serbariu, che da comune è diventato frazione di Carbonia, e Flumentepido. L’estensione di Carbonia, due chilometri per quattro, supera gli ottocento ettari. Qui su monte Fossone, che è un lieve promontorio, il centro urbano: gli edifici pubblici, la chiesa, i negozi. Attorno, le case dei minatori divise in dieci lotti: duecentodieci case con quattro appartamenti ciascuno, indipendenti, e due o tremila metri di terra attorno da coltivare. Dieci alberghi, battezzati col nome delle vittorie africane, per gli operai scapoli: duecentoventi appartamenti. Le scuole, isolate, su un lieve monticello. Le palestre, lo spaccio aziendale. A primavera vi saranno seimila operai. … Nella zona di Serbariu, nettamente distinto dal centro urbano, il centro minerario, colle fabbriche, i magazzini, le laverie. …”

Adalberto Libera … piccola casa da pigione

L’architetto Adalberto Libera (1903-1963) è stato indubbiamente uno dei massimi esponenti del Razionalismo italiano tanto che nel 1927 entrò a far parte del milanese Gruppo 7 con Terragni, Pollini, Figini, Larco e Frette subentrando a Castagnoli e, al tempo, non era ancora laureato. Contribuì alla fondazione del M.I.A.R. (Movimento Italiano di Architettura Razionale) nel 1930 e fra le sue opere più famose possiamo citare la villa di Curzio Malaparte a Capri, opera conosciuta in tutto il mondo dell’architettura, come anche il Palazzo dei Congressi all’EUR di Roma, inizialmente E.42, ma anche per l’Edificio Postale romano in via Marmorata progettato assieme a De Renzi.

Poco noto se non sconosciuto, forse, un suo primissimo intervento romano in via San Basilio a Roma che riguardò la ristrutturazione di una “Piccola casa da pigione”, così titolava l’articolo apparso sulla rivista Architettura del 1933 pubblicando diverse immagini.

Nella breve nota di redazione che accompagna le foto della realizzazione, Marcello Piacentini descrisse così l’intervento:

“Presentiamo alcune fotografie di una piccola e modesta casa di abitazione, sita in Via S. Basilio in roma, rimodernata dall’arch. Adalberto Libera. Ci troviamo di fronte ad uno di quei tanti esempi di casette da pigione, con un piccolo appartamento per piano, povere internamente e esternamente, costruite con pochi mezzi, nella metà dell’ottocento nelle strette vie di Roma. La via diventa, con l’espandersi della città, centrale ed importante; la casa deve essere valorizzata.

Senza fronzoli o pretese, la piccola casetta, diventa, nella trasformazione dovuta all’arch. Libera, linda schietta, moderna; moderni ed appropriati materiali vengono adoperati per rivestirla all’esterno.

La nuova facciata si intona perfettamente all’ambiente mantenendo le sue linee modeste e semplici in  una elegante veste di lindore e chiarezza”.

In particolare il basamento è rivestito in travertino di Rapolano mentre le fasce orizzontali sono in travertino di Tivoli con le ringhiere dei terrazzi in ferro verniciato.

Peccato che oggi l’intervento dell’arch. Libera appaia anonimo e sbiadito…

Forlì… palla al bracciale

Il legame che unisce Forlì a Roma non è solo quello dei progettisti romani, che tanto operarono nel forlivese durante il ventennio, ma è anche quello artistico tanto che al Foro Italico, nato come Foro Mussolini, c’è un pezzetto di Romagna. Infatti, nell’allora Stadio Mussolini, poi rinominato Stadio dei Marmi, straordinaria opera progettata dal prof. arch. Enrico Del Debbio, ci sono sessanta statue (oltre a quattro presenti nella corsia di accesso) alte più o meno quattro metri, in marmo di Carrara, e una di queste fu donata dalla Provincia Forlivese. Fatto sta che per rappresentare la provincia romagnola, fu scelta la figura di un “pilibulus” realizzato dallo scultore perugino Aroldo Bellini.
A imperitura memoria, la statua continua a far bella mostra di se raccontando, ancora oggi, una dimenticata e antica pratica, quella della “palla al bracciale”…