Palazzo degli Uffici Statali; qualche dettaglio dimenticato…


Durante il Ventennio la forlivese Piazza Aurelio Saffi, già Vittorio Emanuele, mutò volto più volte anche demolendo interi fabbricati e ricostruendo nuovi e moderni edifici. Il primo a essere realizzato ex novo, abbattendo edifici esistenti, fu il Palazzo delle Poste e, tempo dopo, il Palazzo degli Uffici Statali(d’ora in poi solo Palazzo per identificarlo), entrambi su progetto dell’Accademico Ing. Arch. Cesare Bazzanidi Roma, noto e famoso progettista. Il Palazzo in oggetto occupa tuttora un intero isolato e ha un perimetro particolarmente articolato perché edificato seguendo l’antico sedime tortuoso disegnato dalle strade che lo circondano che al tempo erano: via C. Battisti (ora via delle Torri), via G. Mazzini, via Giove Tonante (soppressa) e via Biondini. 

Edificio porticato su tre lati con arcate a tutto sesto rivestite in travertino, ha le facciate che si sviluppano in alzato caratterizzate dal mattone faccia a vista oltre a lesene a tutta altezza terminate da un rigido cornicione. L’angolo fra via Battisti e Mazzini appare come un torrione, organico all’intero complesso, più alto del resto del palazzo in cui compare anche un arengo al piano primo, il tutto sormontato da un’altana che fu minata dai tedeschi nel novembre del 1944 e mai ricostruita.

Edificio rigoroso, ritmato dalle numerose finestre simmetriche, non presenta particolari decorazioni salvo uno stemma in angolo che, oggi, sembra non aver significato ma, al tempo del completamento dei lavori, 1938, riportava la raffigurazione dello stemma del Regno d’Italia costituito dalla croce sabauda. Così, oggi, abrasa la croce, si presenta come spoglia decorazione resa anonima da uno scalpello che racconta la scelta e la volontà di cancellare una memoria, giusto o sbagliato il fatto rimane, ma senza proporre altro di diverso.

In realtà, sempre ai tempi, altri elementi impreziosivano le due facce d’angolo del torrione ed erano sei sculture poste nelle altrettante aperture circolari presenti in sommità; facilmente identificabili nelle fotografie dell’epoca, non ho trovato traccia di quando furono rimosse e non ho reperito documenti che le descrivessero. Difficile immaginare che a rimuoverle siano stati gli stessi tedeschi che minarono l’altana per cui sarebbe interessante sapere che fine hanno fatto e se esistono ancora, da qualche parte… E’ probabile che le sei sculture siano state disegnate dallo stesso Bazzani perché nei documenti d’archivio dell’Accademico è depositato il bozzetto del gruppo scultoreo che avrebbe dovuto completare l’altana del torrione, mai realizzato, che si coglie anche nel disegno prospettico del Palazzo dello stesso autore. 

Un ultimo “dettaglio” inedito, il fatto che il progetto del Palazzo fu, in parte, criticato dalle colonne de Il Popolo di Romagna, articolo pubblicato nel marzo del 1935, sottolineando che:

… Se infatti esaminiamo il fronte della via Biondini la cui larghezza non supera gli otto metri nonché un corpo centrale che divide e occupa gran parte del cortile, togliendo forse in misura eccessiva molta aria e molta luce, ci troviamo di fronte ad una sistemazione che se anche da lodare sotto ogni rapporto per la ingegnosità architettonica ci lascia perplessi e ci fa pensare che spezzando il fabbricato e lasciando libero completamente il cortile se ne avvantaggerebbe tutta la costruzione con beneficio indubbio per l’ariosità degli innumerevoli locali. … – ancora – “…Osserviamo da ultimo che un ulteriore arretramento della linea del palazzo che guarda la via Battistini gioverebbe agli effetti di una visione più completa dell’Abbazia di San Mercuriale allargando altresì la strada in un punto ove intenso si svolge il traffico cittadino. …”.

Quest’ultima preoccupazione sembra, invece, non aver sfiorato minimamente l’Amministrazione forlivese che autorizzò la costruzione della discussa e contestata pensilina in fronte a San mercuriale, completata nel 1999, vent’anni fa.

Lavori incompiuti nelle facciate del liceo con il “pi-greco”…

Spiace, e anche delude, constatare che la sede del Liceo Artistico e Musicale Statale forlivese è ancora scorticata, “spellata”, senza il suo originario rivestimento a causa di un intervento di messa in sicurezza delle facciate esterne. Sono, infatti, passati diversi anni da quando una ditta, probabilmente su incarico pubblico (non conosco i dettagli), intervenne per rimuovere il rivestimento superficiale esterno che, evidentemente, in alcuni punti si stava staccando con gravi rischi per chi frequenta l’istituto e i passanti occasionali.

Nei fatti, la quasi totalità della facciata che prospetta viale Salinatore, risulta a nudo e in altre porzioni, soprattutto in corrispondenza degli architravi delle finestre, si notano gli ammanchi.

L’intervento di rimozione del rivestimento, curiosamente, mette però in evidenza soluzioni tecniche adottate ai tempi e fa anche comprendere alcuni dettagli tecnici di notevole interesse. Uno fra tutti il fatto che i pluviali sono realizzati con elementi in cotto ceramizzati, fissati con zanche importanti perché, vista l’altezza, non collassassero per il peso proprio; sono facilmente visibili da chiunque. Semplice anche notare che nel comporre la trama della muratura, lo spazio occupato dalla colonna dei singoli pluviali era già previsto in fase di “apparecchiatura” così evitando la realizzazione delle tracce.

Ancora, un dettaglio tecnico, ma a mio avviso utile a interpretare le architetture del novecento ovvero il fatto che il rivestimento rimosso, o smontato, non è costituito da listelli in cotto ma da un materiale specifico che al tempo fu chiamato “litoceramica” o anche “italklinker”. Più resistente del cotto per tipo di argilla, impasto e cottura, fu sperimentato una primissima volta, in Italia, nel 1933 nel Palazzo dell’Arte di Milano, per offrire ai progettisti un materiale alternativo alla pietra e più duraturo del semplice intonaco. Lo stesso materiale l’ing. Arnaldo Fuzzi lo usò in tanti altri edifici fra cui, anche, la ex Casa del fascio a Predappio.

A parte questi aspetti meramente tecnici, per me interessanti ma, forse, non per tutti, la vista di quelle pareti spogliate del loro rivestimento è imbarazzante perché, nonostante il tempo passi inesorabilmente, nessuno ha ancora provveduto al necessario ripristino. Questa segnalazione non solo per il fatto che l’ammaloramento del cemento armato è, così, fortemente accelerato, perché direttamente esposto agli eventi atmosferici, ma perché penso agli studenti che si recano a lezione e vedono l’incuria davanti ai loro occhi. In aula, docenti sicuramente preparati gli parlano di arte, di colori, di composizione, di armonia, di sezione aurea, di sperimentazione, di inclusione, di contaminazione e di chissà quante altre cose splendide, accompagnate dal suono composto di altrettante armonie e bellezze, per poi constatare che il contenitore è stridente col contenuto.

Stupisce anche che attive realtà dal valore internazionale che hanno a tema l’arte e le architetture create durante i totalitarismi, non abbiano dato segnali in difesa di un interessante, forsanche prezioso, edificio razionalista del nostro panorama forlivese. L’edificio è, infatti, segnalato e pubblicato, perché, giustamente, ha un interessante soluzione d’angolo concava dell’ingresso, valorizzata da due lesene verticali, trabeate, che insieme formano il simbolo matematico del pi-greco sottolineando la funzione dell’edificio.
La scuola fu immaginata sul finire degli anni ’30 del secolo scorso e fu localizzata in un’area nei pressi di Piazzale Ravaldino rivolta alle esigenze degli abitanti dei popolosi quartieri sorti nelle vicinanze.
Inizialmente il progetto fu affidato all’ing. Elio Danesi ma in corso d’opera gli subentrò, con molta probabilità, l’ing. Arnaldo Fuzzi, ai tempi famoso e valente progettista, fra i primi forlivesi ad avvicinarsi al Razionalismo e farne propri i principi compositivi e tecnici, lasciando evidenti testimonianze nel forlivese.
Del progetto della scuola, dedicata a Sandro (Alessandro) Italico Mussolini, nipote del più famoso Benito Mussolini, abbiamo i documenti d’archivio che narrano il fatto che non fu immaginata come semplice scuola ma anche con annessa colonia elioterapica. Quindi una scuola articolata e complessa, con la copertura piana e spazi per godere dei, gratuiti, raggi solari.
Nel dopoguerra gli fu cambiato il nome e divenne la “Scuola elementare Melozzo degli Ambrogi” che tanti forlivesi ricordano di aver frequentato.

Speriamo si intervenga a breve per ricomporre le facciate originarie…

(foto del 2017)