Forlì – Le trasformazioni nel Ventennio… (7)

La Casa dell’Opera Nazionale Balilla

Mentre in Piazza Aurelio Saffi erano in corso i lavori destinati alla Casa del Fascio, siamo dopo la metà degli anni ’20, le attenzioni del governo fascista si rivolsero anche nel cercare una sede per i giovani balilla e gli avanguardisti. La sua localizzazione fu individuata “… Nel vecchio e grande palazzo che fu dei Conti Guarini, nella spaziosa via dei Mille sorse la «Casa del Goliardo» sotto le insegne del Littorio. Essa ospitava tutti gli studenti Universitari e medi superiori. Oltre duecentocinquanta studenti trovarono la loro sede completa e degna” (il testo è tratto dall’opera Costruire che rendiconta le opere realizzate nei cinque anni di governo di regime nella provincia forlivese). 

Il progetto di sistemazione della facciata prospettante la via fu affidato all’ing. Virginio Stramiglioli, a cui contribuirono lo scultore Giuseppe Casalini, per le decorazioni del prospetto, mentre le pitture delle pareti dello scalone e delle sale furono affidate a Francesco Olivucci (pubblicato il dettaglio che rappresenta il Balilla) e Gino Mandrone.

La facciata fu ridisegnata utilizzando stilemi appartenenti al repertorio dell’eclettismo ma particolare cura fu posta all’ingresso del palazzo e all’aggiunto arengo che è sorretto da due cariatidi imponenti.

Ettore Casadei, nella sua guida Forlì e dintorni pubblicata nel 1928, così descrive il palazzo: “Fu sede per lungo tempo del Terz’Ordine regolare femminile che diede il nome di Terziarie allo’attuale via Fratelli Bandiera; poi vi abitarono i Conti Guarini che vi stettero fino al 1815; in seguito prese il nome di Palazzo Benzi, perché i Conti Benzi vi abitarono per lunghi anni.Fu sede del rinomato Opificio Aducci per la fabbrica delle coperte di seta. Nel 1865 vi fu fondata la Società Filodrammatica. Dai Silingardo, il palazzo fu acquistato dalla O.N.B. che per interessamento del Presidente dell’Opera Nazionale, on. Renato Ricci, e del Comitato Provinciale, Nicola Stagnani, vi eseguì grandiosi lavori. … La Casa, inaugurata il 30 ottobre 1927 da S.E. Luigi Federzoni, è anche corredata da una ricca biblioteca e di vaste ed eleganti sale per accogliervi tutte le moderne attività sportive, educative e ricreative giovanili. È in via di costruzione un’ampia palestra coperta e una vasta sala per rappresentazioni.”

Ritengo interessante la foto pubblicata che ritrae l’interno del palazzo, il salone principale, ma anche l’immagine nel riquadro che illustra la corte del palazzo dove si intravede il caseggiato dell’attuale via Fratelli Bandiera (inedito trovato nell’Archivio di Arnaldo Mussolini a Paderno di Mercato Saraceno).

Forlì – Le trasformazioni nel Ventennio… (6)

La Casa del Fascio in Piazza Saffi

Mentre erano in corso le opere per realizzare la nuova stazione e il relativo scalo merci, il setificio Orsi-Mangelli, il Brefotrofio, oltre a diverse abitazioni popolari e per i dipendenti comunali, le attenzioni del costituito Fascio di Forlì, si rivolsero a Piazza Saffi. Infatti, proprio nella piazza principale della città vollero la loro sede e procedettero con l’acquistare il palazzo Albertini, annesso al Palazzo del Podestà, che, nel tempo, era diventato un tutt’uno con anche l’attiguo palazzo Reggiani, a sua volta in continuità al palazzo Telenti-Framonti. 

La prima immagine pubblicata, di una cartolina degli anni ’20 del ‘900, descrive lo stato delle facciate dell’intero lato sud-ovest della piazza, che, al tempo, non mostravano essere state oggetto di particolari cure e attenzioni, soprattutto il Palazzo del Podestà.

I Fasci forlivesi, quindi, incaricarono il Soprintendente ai Monumenti di Bologna, arch. Luigi Corsini, di trattare il tema della facciata prospettante la piazza mentre per gli interni coinvolsero il milanese arch. Ariodante Bazzero (già impegnato a Forlì per la palazzina del setificio Orsi-Mangelli, poi anche nel Palazzo Mangelli in Corso Diaz).

L’arch. L. Corsini uniformò le facciate dei palazzi Reggiani e Albertini, proponendo il tema compositivo generale di ques’ultimo, creando così un unicum a cinque campate (come desumibile dal suo progetto pubblicato).

Al fine di recuperare le antiche fattezze, furono ripristinati i fregi, i medaglioni (un tempo in terracotta, poi in pietra) e i capitelli negli archi del loggiato, ricomposte al piano primo le finestre come bifore incorniciate dal sapore veneziano, all’ultimo piano, a coronamento, la loggetta con un parapetto in cotto a trafori. Ettore Casadei, nella sua guida del 1928, segnala, in particolare, anche “il cornicione, splendido per disegno, è in terracotta: …” (si pubblica un’immagine di dettaglio, eseguita nel corso dei lavori).

L’ingresso era ed è unico, al centro, procedendo dal loggiato, cui si accede al piano primo con un ampio scalone, dove al tempo si trovavano: una grande sala per le riunioni, una sala da lettura, la biblioteca, una sala da gioco con anticamere, servizi e guardaroba. Al secondo piano c’era la sede vera e propria del Direttorio, la Segreteria Federale, la sede de “Il Popolo di Romagna” e l’archivio.

Al piano terreno rimasero liberi diversi vani e si “… pensò di ricavarne un moderno ristorante dotato di tutte le comodità, di cui a Forlì si sentiva la necessità, tanto più che potrà anche funzionare come albergo diurno con lavabi, ritirate e bagni. …”.

Anche se incompleta, la Casa del Fascio fu inaugurata il 30 ottobre 1927 dal Ministro Luigi Federzoni in occasione della sua visita, appunto, per inaugurare una serie di opere portate a termine dal regime.

Forlì – Le trasformazioni nel Ventennio… (5)

Brefotrofio Provinciale

Affidandoci alle pubblicazioni della prima metà degli anni ’20, scopriamo che la prima opera a carattere pubblico realizzata nel forlivese dall’amministrazione, fu il Brefotrofio Provinciale, o Istituto per l’infanzia, che poi divenne l’Istituto Provinciale della Maternità e Infanzia. Sorse fra il 1925 e il 1927, in un’area isolata e silenziosa in viale Livio Salinatore e iniziò la sua attività, il 1° gennaio 1928. Credo interessante riportare un breve storico dell’attività che ne precedette la costruzione partendo dall’Ospizio degli esposti (figli illegittimi abbandonati). “Forlì non ha memoria dell’origine primitiva dell’Ospizio degli Esposti. Pare certo che le antiche Confraternite dei Battuti avessero, fra i loro fini caritatevoli, anche la cura e l’allevamento degli esposti e che dopo la cessazione dei beni fatta all’ospedale della “Casa di Dio”, l’allevamento stesse a carico di questo. … Fino al 1896 esisteva la ruota per l’accoglimento dei piccoli gittatelli che venne soppressa col 1° gennaio 1897, in seguito alla riforma che disciplinò le varie modalità di consegna dell’esposto. Dai movimenti statistici possiamo dedurre che alla fine del 1923 avevamo 549 esposti in età di cui 270 maschi e 279 femmine; e 597 esposti fuori età, di cui maschi 289 e femmine 308. … La Provincia sta innalzando in Forlì un grande Istituto provinciale per l’infanzia, che dovrà accogliere le varie branche di questo servizio di assistenza sociale, diffuse in tutti i Comuni, in ossequio ad una concezione più organica e più vasta di questa nobile funzione. …”.

L’immagine pubblicata si riferisce all’edificio in fase di completamento ma fu poi modificato, ampliandolo, perdendo quel semplice gioco di volumi che era la sua caratteristica compositiva.

Internamente, le varie stanze gravitano sui corridoi centrali e sullo scalone che disimpegna i vari piani.

Nel Sotterraneo, che in realtà era un seminterrato, vi erano spazi per il personale di servizio, la lavanderia, la cucina, il refettorio per le nutrici, la centrale caldaia e i magazzini per il carbone oltre al deposito guardaroba.

Al piano Sopraelevato un reparto sifilitici, il Gabinetto Analisi, il Gabinetto Radiologico, stanza per le nutrici, i bambini, la sala d’aspetto, un ampio soggiorno con refettorio e guardaroba. Allo stesso piano gli spazi per il Direttore, il Segretario e l’archivio amministrativo. Il primo piano era destinato alle Puerpere e ai dormitori per le partorienti, da un lato, dall’altro, il Dormitorio Esposti da Latte, maschi e femmine divisi, come divisi era il Dormitorio Esposti da pane; due ampie terrazze laterali permettevano di rilassarsi all’aria aperta. Il secondo piano era destinato all’alloggio per le suore, con i relativi servizi, e all’infermeria. 

Forlì – Le trasformazioni nel Ventennio… (4)

Setificio Orsi Mangelli

Nel panorama dei mutamenti avvenuti a Forlì nel Ventennio, occorre citare anche l’opificio Società Anonima Orsi Mangelli che fu realizzato anch’esso “extra muros”, come la coeva e vicina nuova stazione, che ebbe uno sviluppo particolarmente importante tanto che finì per essere la maggiore fabbrica del forlivese. Ideata per la produzione di seta artificiale, la posa della prima pietra avvenne nell’agosto del 1925 (come per la nuova Predappio) ed entrò in esercizio alla fine del 1926. Riportando, in parte, il testo dell’articolo che la descrive, pubblicato su “Forum Livii”(1927), sappiamo che: “Ove prima sorgeva l’area dell’antico Foro Boario e si estendeva il terreno di proprietà del Consorzio Agrario Cooperativo, sopra un’area di 16 mila mq. s’innalzano oggi gli eleganti e maestosi fabbricati del più grande stabilimento industriale: il Setificio Paolo Orsi Mangelli. … Non molto lontano dai costruendi scali della Nuova Stazione ferroviaria, da cui si ammira la grandiosità dei fabbricati, sorge lo Stabilimento. … Esso è costituito dall’ingresso principale, che è una bella costruzione moderna, eretta su disegno dell’Arch. Bazzaro (sic. Bazzero, Ariodante) di Milano; nel piano rialzato hanno sede gli eleganti Uffici di Amministrazione, e al primo piano gli appartamenti dei Direttori Tecnici. …”.

L’articolo prosegue descrivendo i vari reparti e le fasi di produzione ma colpisce scoprire che “… Vi è anche aggiunto un impianto di due turbo-alternatori Rateau e Ansaldo per la produzione propria di energia, in caso di eventuale sospensione di corrente esterna, dovendo molte macchine e varii reparti, per le esigenze della lavorazione, essere in continuo funzionamento. Il consumo dei cavalli a vapore è di circa 600 HP. …”.

Il nuovo stabilimento ebbe un forte impatto sulla città e la scelta del Conte Mangelli di creare un nuovo insediamento nel forlivese, sua terra d’origine, fu messo in evidenza dal governo della città che nelle seduta del 2 dicembre 1926 il Consiglio Comunale gli riconobbe il titolo di Cittadino benemerito (pubblicata l’immagine della pergamena con la delibera consigliare della benemerenza, la terza).

La prima immagine pubblicata si riferisce al cantiere di costruzione del nuovo stabilimento e, in primo piano, le capriate di copertura in cemento armato realizzate dai, vicini, Cantieri Ettore Benini che, fra i primi, credettero in questo nuovo materiale.

La seconda immagine si riferisce alla palazzina di accesso che, ai tempi, era caratterizzata dall’ampio portale centrale da cui entravano gli automezzi e, nei successivi sviluppi, anche tratti di rotaie che la collegarono direttamente alla ferrovia.

La quarta immagine si riferisce alla planimetria del PIANO PARTICOLAREGGIATO D’ESPROPRIAZIONE DELLE PROPRIETA’ INTERESSATE NELLA ESECUZIONE DEL VIALE D’ACCESSO ALLA NUOVA STAZIONE E DELLE STRADE E PIAZZE LIMITROFEche ben illustra quale fosse la consistenza dell’edificato di allora (1926) in quella parte del forlivese. Per meglio identificare le aree, ho perimetrato in rosso il setificio Mangelli e, in blu, i Cantieri Ettore Benini di cui si pubblica anche una foto aerea per ricordare quanto oggi è, pressoché interamente, sparito.

Forlì – Le trasformazioni nel Ventennio… (3)

La nuova stazione

Ritengo utile riportare l’attenzione sul Fabbricato Viaggiatori, in altre parole l’edificio che oggi più comunemente chiamiamo stazione, sia per il fatto che oggettivamente è un’opera imponente ma anche aggiungere qualche descrizione per come fu inizialmente pensato. Nel tempo, internamente, sono state apportate diverse modifiche e dismesse varie attività legate allo scalo merci (che oggi non c’è più) e di originale ci sono le facciate esterne. In merito, facile notare dalle immagini pubblicate che, inizialmente, in asse all’edificio, sul cornicione, vi era uno scudo con lo stemma sabaudo, poi sostituito da una torretta per l’orologio, com’è tuttora. Un’altra modifica apportata verso la metà degli anni ’30 fu l’aggiunta di una pensilina sulla facciata principale, a protezione degli ingressi, realizzata in vetro e metallo; fu poi smantellata per poi essere, in tempi relativamente recenti, riproposta con fattezze, a mio parere, dal dubbio gusto.

La descrizione del fabbricato, costruito fra il 1925 e il 1927, la troviamo nella già citata Monografia iniziando dal suo progettista Ing. Cav. Uff. Ezio Bianchifunzionario della Sezione lavori di Bologna delle Ferrovie dello Stato, per proseguire sui dettagli del manufatto.

Ha un fronte lungo 78 mt. “… e copre una superficie di circa 1.500 mt, è costruito tutto in muratura di mattoni ed è costituito, oltre che dalle cantine e dal piano o livello del piazzale esterno, da un primo piano a livello del piazzale esterno, da un primo piano piano e livello dei binari, al quale si accede mediante un sotto passaggio e comode scalinate, e da un secondo piano adibito ad alloggi (inizialmente vi erano cinque alloggi, quattro per le famiglie dei dipendenti delle ferrovie e uno centrale di rappresentanza, n.d.r.). In ciascuno dei due piani (piano terreno e piano a livello dei binari) sono disposte ampie sale d’aspetto per le tre classi e sale del ristorante (oggi non più presente, n.d.r.). Una felice disposizione del locale per i bagagli ed un montacarichi, permettono un comodo e rapido movimento di tale servizio. È prevista, inoltre, l’installazione di un ufficio informazioni, cabine telefoniche, bagni, toilette, etc.

Il prospetto verso la città, sobriamente decorato e con finestre bifore e trifore, è completato con un attico e con due piccole torri. …”

Il linguaggio architettonico generale attinge dall’eclettismo, che in quel periodo caratterizzò la maggior parte degli edifici di nuova costruzione, anche se qualche guizzo di modernità traspare nell’uso dell’ampio cornicione che in prospettiva fa immaginare una copertura piana quando, in realtà, è a padiglione.

Sul fatto che l’imponente fabbricato abbia rilevanti dimensioni allo scopo di far da quinta di sfondo ai cerimoniali della propaganda e del governo fascista, come affermato da diversi storici, ho alcune perplessità. Molto probabile che particolare attenzione sia stata posta alla progettazione e alle dimensioni complessive dell’opera per compiacimento e per soddisfare le attese, forsanche velleitarie, ma, da tecnico, propendo per sostenere che il Fabbricato Viaggiatori svolga anche la funzione di contrafforte poiché il quel tratto, le rotaie furono alzate di circa cinque metri dal piano di campagna. Questa considerazione muove dal fatto che il peso dei convogli, ai tempi, era particolarmente importante (si pensi solo alla locomotiva a vapore con relativo tender per il carbone), tanto che furono necessari importanti opere in cemento armato per sostenerne la spinta sotto le rotaie, per cui deduco che per migliorare la sicurezza complessiva dell’opera, abbia contribuito anche il fabbricato con la sua imponenza.

Forlì – Le trasformazioni nel Ventennio (2)

La prima opera importante realizzata “extra muros”, a carattere pubblico, fu la nuova stazione ferroviaria cui seguì l’annesso viale rettilineo che la collegherà a Piazza Antonio Fratti.

Ritengo che il progetto della nuova stazione sia meritevole di particolare attenzione perché, nel suo insieme, fu un’opera d’ingegneria particolare e non del tutto scontata. Si sa che la prima stazione di Forlì fu realizzata in testata alla via IX Febbraio (oggi via Monte Santo), nei pressi della Porta, o Barriera, S. Pietro, fuori dal perimetro delle mura di cinta, che al tempo esistevano ancora, inaugurata nel settembre del 1861. Va ricordato che il sottopassaggio presente in via Ravegnana, fu realizzato contestualmente alla nuova tratta ferroviaria, l’unico esistente a Forlì, poiché era ancora attiva la tramvia a vapore Forlì-Ravenna il cui tracciato seguiva proprio quella strada.

Con lo sviluppo delle linee ferroviarie a livello nazionale, il treno divenne un mezzo utilizzato diffusamente tanto che, nel 1912, il fabbricato della stazione di Forlì fu ampliato e, a quel tempo, buona parte delle mura cittadine erano state smantellate. 

L’esigenza di una nuova stazione nacque dal fatto che si sentiva la necessità di uno scalo merci a servizio delle numerose attività produttive locali quali, ad esempio, lo Zuccherificio Eridania, la Bonavita, la Bartoletti, i Cantieri Benini, la Forlanini, la Becchi e la Mangelli (che in quegl’anni costruì un nuovo opificio nei pressi della stazione), per citare le maggiori, oltre che per ampliare il Fabbricato Viaggiatori. A ridosso della originaria stazione, non vi era lo spazio sufficiente per realizzare uno scalo merci a causa della presenza dell’attiguo Zuccherificio Eridania.

Così, a metà degli anni ’20, fu sviluppato un ambizioso progetto per la nuova stazione e lo scalo merci partendo dal presupposto di alzare il piano del ferro, ovvero la quota di scorrimento delle rotaie, di quasi cinque metri, rispetto il tracciato esistente. Da un punto di vista ingegneristico, l’opera comportò imponenti lavori per realizzare, in rilevato, sia il nuovo tratto ferroviario che tutto il piazzale necessario al nuovo scalo merci. Ciò permise però di realizzare due nuovi sottopassaggi, a monte e valle della nuova stazione, nelle attuali via Vespucci e via Bertini, il che favorirà particolarmemente lo sviluppo della parte di Forlì che guarda verso Ravenna che, in precedenza, si era sviluppata lungo la via Ravegnana e le zone limitrofe.

Così, dalle parole ai fatti, la posa della prima pietra della nuova stazione avvenne il 28 ottobre 1925, alla presenza delle autorità, S.E. Costanzo Ciano, Ministro per le Comunicazioni, e S.E. Mons. Vescovo Raimondo Jaffei che benedì la cerimonia.

Le immagini pubblicate, sia del progetto che dei lavori, credo siano esaustive per descrivere l’importanza e la complessità dell’opera, senza trascurare il fatto che il tutto avvenne senza interferire con la normale attività ferroviaria che continuò ad operare (come si evince da una delle foto pubblicate dove si nota il transito di un convoglio trainato, chiaramente, da una locomotiva a vapore).

Il progetto fu sviluppato dall’ing. Ezio Bianchi, Direttore dell’Ufficio Tecnico del Compartimento delle Ferrovie di Bologna, coadiuvato dai colleghi Coen e Benedetti. Da un articolo pubblicato sulla rivsta Forum Livii nel 1927, sono resi pubblici alcuni dati: “… Nel solo mese di Agosto si effettuarono ben 92.000 m3di rilevato trasportando giornalmente sino a 4.000 m3di materie. Le maestranze sono sempre state operose e disciplinate: complessivamente si sono avute 245.000 giornate d’operaio, in modo da impegnare sino a 1.000 operai. …” e, anche, “… il bilancio consuntivo ha corrisposto a quello preventivo, non avendo la spesa raggiunto la somma dei 25 milioni all’uopo stanziati dal Governo Nazionale. …”

I lavori si conclusero dopo due anni di lavori e il complesso fu solennemente inaugurato il 30 ottobre 1927, alla presenza, oltre a numerose autorità e al Vescovo, del Ministro Luigi Federzoni.

Lo stesso giorno furono inaugurate altre opere, fra cui anche il faro della Rocca delle Caminate, e la Piazza Antonio Fratti fu intestata ad Armando Casalini, deputato forlivese, ucciso a Roma il 12 settembre 1924 da Giovanni Corvi con tre colpi di pistola alla nuca.

Forlì – Le trasformazioni nel Ventennio (1)

Abbattute, in parte, le storiche mura cittadine, nel secondo decennio del ‘900, a Forlì, prima della Grande Guerra, lo sviluppo edilizio seguì un percorso di lenta crescita e, “intra muros”, l’opera realizzata forse più importante fu l’Ospedale Civile che, dopo diversi anni di lavori, aprì al pubblico nel 1915. Inizialmente intitolato alla memoria di Aurelio Saffi, nel 1921 fu dedicato al medico e anatomopatologo Giovanni Battista Morgagni, edificio rimasto nella memoria dei forlivesi semplicemente come “il Morgagni”. Struttura importante, a ridosso del centro storico, realizzata con un impianto a padiglioni distribuiti all’interno di un vasto parco, in sostituzione del vetusto e non più adeguato ospedale “Casa di Dio”, attivo sin dal 1772, ubicato nel Palazzo Merenda che affacciava su Corso Vittorio Emanuele (oggi Corso della Repubblica).

Occorrerà però attendere la metà degli anni ’20 perché a Forlì inizino opere che muteranno indelebilmente l’immagine della città ampliandola e modificando il suo tessuto urbano e urbanistico.

In merito, diverse pubblicazioni recensiscono e raccontano le numerose opere realizzate durante il Ventennio nel forlivese, ma, a mio avviso, manca un quadro chiaro del loro sviluppo temporale. Per tentare una sua ricostruzione ordinata non credo si possa prescindere dalle pubblicazioni dell’epoca ed in particolare la “Monografia industriale di Forlì” curata dal Municipio stesso, pubblicata il 21 aprile 1926 (in occasione del Natale di Roma) e, anche, “Costruire – Opere fasciste nel V annuale della marcia su Roma” a cura della Federazione Fascista della Provincia di Forlì, pubblicato nel 1927 (queste due opere non sono facilmente reperibili), cui aggiungere la stampa locale.

Sappiamo che il regime fascista si insediò alla guida della città nel 1923 e nei primi anni di governo promosse la crescita e l’espansione della città nella parte ad Est, col fulcro su Piazza Antonio Fratti (per come si chiamava allora l’attuale Piazzale della Vittoria), con in sfondo la prevista nuova stazione, con anche una riorganizzazione della viabilità a Nord. La planimetria generale pubblicata, identificata nel cartiglio coma “Piano Regolatore della Città di Forlì”, è tratta dalla citata “Monografia” ma la si trova anche su “Forum Livii” (sempre nel 1926). A ciò si legherà, per meglio illustrare le aspettative, una prospettiva a volo d’uccello che descrive chiaramente il previsto viale della stazione e le zone limitrofe (alcuni la datano 1923 ma, altri, 1927 e che ritengo più attendibile).

Sempre nella planimetria, si nota anche la volontà di urbanizzare l’area dell’Orto Masini (attualmente identificabile dal rettangolo costituito da parte di Corso della Repubblica, via Cairoli, parte di Via Regnoli e via Oberdan) che diverrà un quartiere residenziale costellato da villette di pregevole fattura (diverse sono tuttora esistenti) dalle proporzioni legate all’idea della città-giardino.

Forlì 1912/14

Fino ai primi del ‘900, la città di Forlì era circondata dalle originarie mura iniziate nel 1438 da Antonio Ordelaffi, i cui lavori proseguirono fino al 1444. Sospese le opere, ripresero circa dieci anni dopo sotto la signoria di Pino III e Ceco Ordelaffi che sostituirono lo “stechado apresso la porta de Codugne”, poi conclusi, in gran carriera, da Caterina Sforza nel 1499.

Ma, il 1° luglio 1904, l’allora amministrazione guidata da una Giunta a maggioranza repubblicana, decise di dismetterle sia per aprire la città a una rinnovata viabilità che per trarne profitto ma, anche, per liberarsi da retaggi medioevali. Nell’idea degli amministratori, appunto, anche quella di trarre profitto smontando l’impianto murario esistente per poi vendere i recuperati mattoni da costruzione a chi ne facesse richiesta ma, dai documenti conservati in vari archivi, ciò non portò i benefici sperati. Le operazioni di smontaggio furono, tra l’altro, lente e complesse cui si aggiunsero facili ruberie e indebite appropriazioni così, nel 1912/14, come descrive la mappa pubblicata e redatta dal TCI, gran parte di dette mura erano ancora graficamente illustrate nella parte della città che guarda a nord e nord-ovest.

Si deduce che l’apertura della città iniziò nella zona a sud e sud-est, forsanche per permettere una miglior fruizione della recente stazione ferroviaria, opportunamente segnalata nel riquadro A4.

Ma, al di là di questi dettagli che, comunque, hanno mosso in me particolari curiosità, nella mappa si notano anche tanti aspetti singolari che raccontano passaggi accaduti alla città di Forlì. 

Ad esempio, il cambio dei nomi delle quattro storiche porte, probabilmente per celebrare l’Unità d’Italia, per cui Porta Schiavonia diventa Porta Garibaldi, Porta Ravaldino si trasforma in Barriera Saffi, Porta Cotogni diventa Barriera Vittorio Emanuele e Porta San Pietro passa a Barriera Mazzini.

Si notano, anche, i retaggi del passaggio napoleonico che dismise e occupò gran parte dei monasteri e conventi forlivesi che furono, poi, trasformati in presidi militari così possiamo notare la Caserma Torre, la Caserma Tartagni, la Caserma Santa Caterina, la Caserma Sant’Agostino, la Caserma San Giacomo, la Caserma Abbondanza per concludere con il Distretto Militare.

Facile anche constatare che ampie aree libere e inedificate erano presenti, nel primo decennio del ’900, all’interno del perimetro delle mura cittadine, che, in buona parte, erano costituite dagli orti legati ai monasteri e conventi.

Palazzo Castiglioni – Milano

Fra la fine dell’ottocento e i primi del novecento, il panorama che raccoglie le esperienze in campo architettonico è molto ampio e variegato così, nel percorso storiografico maggiormente condiviso, sono, giustamente, poste in evidenza le molteplici avanguardie europee col grande rischio di dimenticare, o trascurare, i protagonisti italiani coevi. Per quest’ultima ragione, rispolvero volentieri, fra le altre, le opere dell’arch. Giuseppe Sommaruga (Milano 1867 – 1917) e in particolare il suo progetto del palazzo milanese prodotto per l’imprenditore ing. Ermenegildo Castiglioni che, fuori da ogni dubbio, è considerato il manifesto artistico del Liberty milanese (in Corso Venezia 47-49). Edificio monumentale, realizzato fra il 1900, anno dell’incarico, e il 1904, mi piace ricordarlo nelle sue fattezze originarie, estrapolando le immagini dalla pubblicazione “L’architettura di Giuseppe Sommaruga” (data incerta ma, presumibilmente, del 1908) con le due originarie grandi statue femminili che caratterizzavano il portale d’ingresso quali allegorie della Pace e dell’Industria (opere dello scultore Ernesto Bazzano); ritenute dai ben pensanti dell’epoca “scandalose”, tanto da rinominare il palazzo come “Cà di ciapp” (palazzo delle natiche), furono poi rimosse e ricollocate sul fianco della villa Romeo Faccanoni (oggi Clinica Columbus).

Strutturato su tre piani fuori terra e un seminterrato, presenta una facciata caratterizzata da un’ampia zoccolatura in pietra di serizzo con una scansione ritmica in alzato interrotta da un marcapiano decorato da putti, sopra il quale si aprono le finestre dell’attico concluse da un cornicione, oltre ad ampie decorazioni plastiche e in ferro battuto. 

Il tutto, interno ed esterno, rappresentato da soluzioni decorative dove l’arch. G. Sommaruga non esita nell’utilizzare ferro, vetro, pietre, marmi e ampie vetrate. Gli interni erano e sono caratterizzati da un poderoso scalone, rivestito in pietre, con l’elegante ringhiera floreale, affiancato dalle lucide colonne nere di labradorite, ma la distribuzione interna degli ambienti nel suo assetto originario è oggi di difficile lettura poiché gli interventi eseguiti negli anni ’70 ne modificarono profondamente la distribuzione e l’organizzazione degli spazi cui si aggiunge la privazione degli arredi disegnati da Eugenio Quarti. Si conservano, però, elementi originali come lo scalone monumentale, ma anche la sala dei pavoni dall’esuberante decorazione ispirata ai motivi della natura e, nell’atrio, la “Lampada delle libellule” di Alessandro Mazzucotelli.

La modernità…

L’esposizione di Torino del 1890 sull’architettura segnò l’inizio formale di un percorso di ricerca e un punto fermo da cui partire ma senza segnare una reale frattura col passato. La svolta cruciale nell’evoluzione della ricerca figurativa tra diciannovesimo e ventesimo secolo, per l’Italia, avvenne con l’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna tenutasi, sempre a Torino, nel 1902. Vero e proprio momento di rottura tra la tradizione accademica ottocentesca e le più attuali istanze innovative che, da più parti dell’Europa, si affacciavano sul nuovo secolo. L’occasione della mostra torinese sintetizzò, assai bene, la complessità delle molteplici ricerche in atto la cui eredità, di lì a pochi anni, sarebbe stata reinterpretata e riproposta nel Futurismo marinettiano.
La mostra torinese fu organizzata nel Parco del Valentino e per progettare i vari padiglioni ma anche per disegnare dove e come dislocarli, fu indetto un concorso, nel 1901, che vinse a pieno titolo il citato Raimondo D’Aronco (vedi blog precedente).
Colore, innovazione nelle forme e nei volumi furono i tratti più caratteristici che contraddistinsero i temporanei padiglioni in cui il più imponente e complesso fu il Padiglione dell’Automobile e del Ciclo (pubblicato). Già il tema era innovativo in sè ma la facciata dello stabile irradia modernità da ogni dettaglio. Frettolosamente associata al liberty, in realtà se ne discosta per l’impianto compositivo generale che si avvicina, anche per l’uso dei cerchi concentrici che formano sfere trasparenti, a temi poi cari al Futurismo, con spunti evidenti nel secessionismo viennese di J. M. Olbrich.
Marcello Piacentini, nel suo libro Architettura d’oggi, edito nel 1930, citando Raimondo D’Aronco, così ne scrisse:
… In Italia Raimondo d’Aronco fu il primo a gridare. Dalle forme ancora classiche del suo progetto per il Palazzo di Giustizia di Roma, passò, gradatamente, alle prime semplificazioni del Padiglione dell’Esposizione d’architettura di Torino del 1890 gioiello di architettura di quell’epoca, che rimarrà come uno dei capisaldi della storia dell’architettura italiana, fino alle forme nude e modernissime dell’Esposizione di Torino del 1902. …