I due lati del Monumento ai Caduti


Alla soglia dei novant’anni dalla sua inaugurazione, avvenuta il 30 ottobre 1932 (anche se le cronache riportano spesso la data del 28 ottobre), il Monumento ai Caduti presente al centro di Piazzale della Vittoria a Forlì spicca ancora solennemente con i suoi trenta metri, e più, d’altezza. Anche se oggi le chiome dei pini presenti nella aiuole circostanti e nei viali di accesso, assieme a quelle dei lecci di viale della Stazione, frastagliano la sua vista, rimane pur sempre un chiaro punto di riferimento visivo.

Opera dell’Accademico ingegnere architetto Cesare Bazzani, il monumento ha la particolarità, rispetto a tanti altri, che può accogliere cerimonie nei due diversi lati principali, quello rivolto verso il giardino pubblico e quello rivolto verso la stazione. 

Va precisato, infatti, che nel lato che guarda il giardino è posto l’ingresso della Cappella votiva (è presente la croce greca scolpita nell’architrave dell’ingresso), ricavata nel basamento dell’alta colonna cui si accede attraverso una porta istoriata e con inserti bronzei. Osservando quest’ultima attentamente, si può notare che nelle due ante ci sono sei riquadri che contengono altrettante corone di spine, collegati da quattro gladi romani con incastonate, nella cornice, otto “granate”; chiari i riferimenti alle radici, alla cristianità, a Roma, alla guerra e alla sofferenza e ai morti che provocò. Quindi non una porta qualunque, ma particolarmente curata e, infatti, dai documenti d’archivio si legge che pari cura era rivolta al suo interno perché doveva essere decorata a mosaico ravennate e “… conterrà una grande urna scolpita, in cui sarà conservata la terra di quei luoghi che videro i maggiori eroismi dei Caduti forlivesi. …”. Altre fonti citano che in luogo di un’unica urna vi fossero diverse urne contenenti ognuna terra proveniente “… dai luoghi delle dodici battaglie…” e si narra anche che ad accompagnare gli addetti alla raccolta nei luoghi di battaglia furono i reduci trinceristi sopravvissuti al primo conflitto mondiale. Per questa ragione, il lato utilizzato per le cerimonie e commemorazioni era, ai tempi, quello che guarda il giardino, lo stesso, infatti, che ospitò l’installazione del palco d’onore il giorno dell’inaugurazione del monumento che avvenne alla presenza di alte cariche dello Stato e dello stesso Benito Mussolini. Quest’ultimo, nel discorso pronunciato lo steso giorno dal balcone del palazzo del Governo in Piazza Saffi, sottolineò l’aspetto legato ai due lati del monumento con “… da una parte la pietà per i caduti, dall’altra l’esaltazione fiera della vittoria. …”

Va anche ricordato che dalla cappella si accede, attraverso una botola del soffitto, all’interno della colonna monumentale che essendo cava contiene una scala a chiocciola per raggiungere la sommità; facile notare che nel lato che guarda il giardino vi sono, nella colonna, due inserti simmetrici che, in realtà, sono due piccole finestrelle utili a non rendere completamente buio il suo interno.

Il lato del monumento rivolto verso la stazione, dove c’è la targa lapidea con la dedica “A tutti i caduti della patria” che copre, però, la scritta originaria scolpita nel marmo, che probabilmente c’è ancora, “Ai caduti della grande guerra – ai martiri della rivoluzione fascista”, era quindi utilizzato anche in modo più generico ovvero non necessariamente in occasione di ricorrenze o particolari commemorazioni. A dimostrazione, ad esempio, quando il Re Vittorio Emanuele III venne in visita a Forlì, l’8 giugno 1938, un normale mercoledì, salutò la corona posta ai piedi del monumento proprio da quel lato essendo un giorno qualunque.

Curioso che nel video del Giornale Luce del giugno dello stesso anno, nel riportare la notizia dell’evento, il cronista disse che “… percorrendo il viale ventotto ottobre, l’augusto ospite giunge alla Piazza della Vittoria per l’omaggio al Monumento dei Caduti della Guerra e della Rivoluzione. …” come se il monumento avesse, nel tempo, incarnato la memoria stessa dei caduti che rappresenta.

La grande Filanda Maiani

Misterioso il fatto che vi siano pochi studi e pochi approfondimenti, rare e sporadiche le pubblicazioni, su quale fosse la consistenza industriale nella città di Forlì fra fine ‘800 fino alla prima guerra mondiale e, anche, durante il Ventennio ma che vide la presenza d’importanti attività quali la Bonavita, la Mangelli, la Bartoletti, i Cantieri Benini, la Forlanini, la Becchi, l’Eridania, per citare le maggiori, che tanti forlivesi e non ricorderanno sicuramente. Di questa forte presenza rimangono i ricordi, molte immagini fotografiche e documenti ma quasi tutti gli opifici allora esistenti sono stati col tempo dismessi e, man mano, demoliti per essere sostituiti con altro. 

Di quanto costruito rimangono, oggi, un paio di palazzine ristrutturate e riutilizzate, l’imbarazzante edificio dell’ex zuccherificio Eridania, oramai ridotto a uno scheletro, e l’imponente edificio che ospitava il setificio della Filanda Maiani (che alcuni scrivono, erroneamente, Majani). Proprio quest’ultima è un esempio di come sia stato possibile, senza demolirlo, utilizzarlo visto che al suo interno si sono insediate diverse attività e, dettaglio non secondario, ha anche mantenuto la sua ciminiera (giacché in pratica tutte le altre presenti nello skyline forlivese sono state abbattute o brutalmente capitozzate). A ciò si aggiunge che, anche solo esternamente, si può ancora cogliere l’interessante architettura che compositivamente è caratterizzata da particolari proporzioni essendo un edificio molto lungo e stretto, ma anche alto, con ampie finestrature ad arco che ne scandiscono ritmicamente le facciate. Il mattone che costituisce la struttura muraria, mantenuto faccia a vista, lo caratterizza in modo particolare anche perché ottimamente conservato. Sono anche presenti dettagli quali gli spigoli arrotondati dell’edificio o il timpano stilizzato del lato più corto il che allinea l’intero complesso ai caratteri degli edifici industriali mitteleuropei.

Le cronache riportano che la Filanda “nuova” fu fondata da Giulio Panzeri nel 1898 per poi finire ai signori Bonacossa di Vigevano e che, ai primi del ‘900, occupava circa duecento operai. Fu nel 1918 che l’industriale forlivese Napoleone Maiani la rilevò rinnovando tutti gli impianti aggiungendo macchinari oltre a creare nuovi reparti. A metà degli anni ’20 del novecento lo stabilimento occupava una superficie di 9.000 mq. di cui 3.000 mq. coperti dai fabbricati e nei saloni della filatura, posta su due piani, vi erano 240 bacinelle destinate alla lavorazione dei bozzoli occupando circa seicento operai tutto l’anno; al tempo era uno di più grandi stabilimenti d’Italia.

Ancora interessante leggere che nei saloni della filatura importanti ventilatori in estate e aerotermi d’inverno, contribuivano a mantenere l’ambiente salubre e arieggiato per abbattere il vapore prodotto dall’acqua in ebollizione delle numerose bacinelle.

Ma la Filanda Maiani ha il primato di aver creato il primo asilo nido forlivese, destinato ai figli delle operaie che per la quasi totalità erano donne. Fu su iniziativa del Fascio Femminile che il 1° marzo 1923 si avviò il “nido” all’interno del setificio che permetteva alle operaie, per due volte al giorno, durante l’orario di lavoro, di allattare i propri figli. Si legge, sempre nelle cronache, che la stanza che funzionava da “nido” era ampia e con “…larghe finestre da cui entrano abbondantemente luce e sole, mentre d’inverno, per la generosità del proprietario Sig. Cav. Napoleone Maiani, viene convenientemente riscaldato dal termosifone. Esso contiene una ventina di culle circa, allineate alle pareti, ricoperte di lenzuolini sempre lindi e puliti: ivi i piccini riposano e dormono nell’attesa dei pasti quotidiani. Tre donne, fra cui una sorvegliante, hanno cura amorosa dei piccini, mentre quattro signore del Fascio Femminile, fungono da Ispettrici del Nido, e due medici sono pronti a curarli al più piccolo disturbo fisico. …

Il “nido” è costato finora annualmente L. 6500; è finanziato dal Cav. Maiani Napoleone, proprietario della Filanda, per L. 200 mensili, dal Comune per L. 500 annue e dalla Congregazione di Carità per L. 500. Il resto è versato in quote mensili dal Fascio Femminile stesso…(*)”.

Le notizie riportate sono tratte da un pubblicazione del 1926 e stupisce scoprire, leggendo da più parti, che la filanda fallì solo tre anni dopo, nel 1929, a causa della crisi internazionale e della concorrenza. Al di là che vorrei approfondire le ragioni della cessata attività, credo che l’esperienza dell’imprenditore Napoleone Maiani, che nel 1925 ebbe il riconoscimento di Cavaliere del Lavoro, meriti di essere ricordata sia per essere stata una realtà del mercato serico a livello nazionale ma, soprattuto, per le attenzioni avute nei confronti della qualità degli ambienti di lavoro e per la creazione dell’asilo nido.

L’edificio, fortunatamente, è segnalato come appartenente al patrimonio culturale dell’Emilia Romagna dall’Istituto per i beni artistici, culturali e naturali sperando che ciò ne permetta la sua salvaguardia.

(*) tratto da: Monografia Industriale, Forlì, 1926

Rocca delle Caminate 1943-1944

Rocca delle Caminate è un castello a cavaliere della collina tra la vallata del Rabbi e quella del Ronco, la cui storia ultramillenaria è ancora tutta da scrivere. Dista da Forlì una quindicina di chilometri, ma si raggiunge anche da Predappio, o da Meldola, percorrendo, da entrambi i lati, più o meno sei chilometri.

Se dell’antico maniero sono facilmente reperibili le vicende che recentemente nel 2016 hanno visto concludersi il suo restauro per permetterne il riutilizzo quale polo di ricerca universitario, dotato anche di una foresteria e alcune sale conferenze, non altrettanto di facile acquisizione, invece, sono le notizie di cosa accadde al castello dopo la caduta del fascismo.

Va premesso che la Rocca divenne particolarmente nota perché donata da un apposito comitato a Benito Mussolini il quale, terminati i restauri nel 1928, l’utilizzò come residenza estiva per la sua famiglia ma, anche, come sede di rappresentanza per incontri politici o conviviali con alte personalità, pure straniere, non ultimo Re Vittorio Emanuele III nel ’38.

Probabilmente, l’ultimo incontro a carattere politico avvenuto nel castello fu quello fra Benito Mussolini e il vicepremier romeno Mihai Antonescu, promosso su iniziativa di Giuseppe Bastianini, presente all’incontro, nel tentativo di creare un fronte compatto con gli alleati minori, Ungheria e Romania, appunto, nei confronti di Hitler. La riunione avvenne l’1 luglio 1943, così nell’Opera Omnia, ed è ampiamente documentata dalle immagini fotografiche, oltre sessanta, che sono facilmente consultabili nell’archivio on-line dell’Istituto Luce.

Al tempo, la proprietà del parco e del castello era di Rachele Guidi, moglie di Mussolini, per tutti Donna Rachele, perché “acquistati” dal marito nel 1932 assieme alla chiesetta, tuttora esistente, posta a fianco dell’oramai ex Caserma dei Carabinieri, questi ultimi poco fuori le mura di cinta, sul lato che guarda Predappio.

Nella notte fra il 24 e 25 luglio 1943 gli appartenenti al Gran Consiglio del Fascismo votarono l’ordine del giorno che, sconfessando Benito Mussolini quale Capo del Governo, segnò la fine del fascismo stesso ad opera dei suoi  gerarchi. Mussolini fu poi arrestato, Re Vittorio Emanuele III si defilò e il governo dell’Italia fu consegnato al Maresciallo Pietro Badoglio che nei suoi primi quarantacinque giorni di mandato approdò alla firma dell’armistizio l’8 settembre 1943.

Cosa successe all’indomani a Rocca delle Caminate?

Nulla, non fu occupata né tantomeno saccheggiata, come alcuni, invece, hanno scritto, ma rimase nelle ferme mani di Donna Rachele, perdipiù presidiata da un corpo speciale dei Carabinieri di stanza proprio nella suddetta caserma attigua.

Il 12 settembre ’43 Mussolini fu liberato rocambolescamente da un’unità di paracadutisti tedeschi dalla sua prigionia a Campo Imperatore, nel Gran Sasso, e il 18 successivo annunciò via Radio Monaco di voler procedere alla costituzione di un nuovo governo, cosa che nei fatti avvenne. La prima riunione del Consiglio dei Ministri del neo-proclamato Governo Fascista Repubblicano, poi Repubblica Sociale Italiana o Repubblica di Salò, avvenne il 23 settembre ’43, giovedì, nella sede dell’Ambasciata di Germania a Roma e non, come riportato da tanti, a Rocca delle Caminate: la fonte documentale che lo attesta sono i verbali delle sedute dell’R.S.I., pubblicati dall’Archivio Centrale dello Stato di Roma nel 2002 e resi, di recente, disponibili on-line in forma digitalizzata. Nel primo verbale citato, nel quale sono sommariamente elencate le direttive programmatiche del nuovo governo, si legge la necessità di trasferire i ministeri in Alta Italia per evitare che la città eterna potesse essere oggetto di bombardamenti, finalità concretizzatasi con la scelta della sconosciuta Salò; ancora, al quarto punto del verbale, l’indicazione che Mussolini, non presente alla seduta, intendesse ricevere i membri del Governo a Rocca delle Caminate, ma non ho conferma se ciò sia avvenuto o meno perché non ho reperito documenti o informazioni che lo attestino.

Altri documenti interessanti aiutano, invece, a ripercorrere le vicende del castello nel periodo ’43 – ’44 e sono stati rintracciati recentemente all’Archivio di Stato di Forlì*: uno di questi, datato 1944, racconta che su “… richiesta dei famigliari del Duce in seguito a consiglio del Comando Germanico di Predappio. …”la rocca doveva essere mimetizzata e, nei fatti, fu fatta richiesta d’istruzioni direttamente al Ministero degli Interni per accedere al finanziamento delle previste opere cui seguì l’autorizzazione a procedere.

Il preventivo di spesa fu richiesto alla ditta “…locale…”di Mario Camporesi, “…pittore e decoratore…”, che aveva previsto di mimetizzare il “… Castello di Rocca delle Caminate, con tinteggiatura a calce a colori a base di ossido di ferro e relativo fissaggio con silicato. Oltre ai tetti e terrazze del Castello si dovrà mimetizzare il muro di cinta recentemente costruito con muratura di mattoni a faccia vista lungo tutto il perimetro del parco annesso al Castello, per lo sviluppo di ml. 1300. …”.

Seguendo le “… istruzioni date dalle Superiori Autorità. …”fu deciso, invece, di mimetizzare “… anche le pareti esterne ed interne dei muraglioni di cita del Castello vero e proprio sono state, per ordine superiore, mimetizzate. Inoltre sono stati mimetizzati i tetti e le pareti della chiesina, della caserma Guardia del Duce, del portale ovest, della Casa del custode, del pollaio, della Casa Armando che non erano state preventivate. … (documento del 10 maggio 1944)

Il consuntivo dei lavori, verbalizzato dagli uffici del Genio Civile forlivese a firma degl’ingegneri Sesto Baccarini e Leopoldo Taccheri, riporta la data del 4 luglio 1944, unitamente al timbro con il logo della R.S.I.

Queste brevi notizie dimostrano come, nonostante la caduta del fascismo, il castello fosse rimasto sotto il controllo della famiglia Mussolini, condizione questa confermata da un altro documento, reperito sempre in Archivio, datato 27 luglio 1944, col quale il Comandante del Battaglione “M” Guardia del Duce(così fu rinominato il Comando di stanza alla caserma di Rocca delle Caminate), informa il Capo della Provincia di Forlì che il 25 luglio (1944)“… aerei nemici hanno lanciato … nell’interno della Rocca delle Caminate – parco – uno spezzone incendiario che fortunatamente non ha preso fuoco. …”. Nello stesso comunicato il comandante aveva “… fatto interessare Donna Rachele Mussolini affinché invii a questo Comando le chiavi del castello, in modo che si possa intervenire in caso d’incendio nell’interno del castello…”: tutto questo, dunque, a riprova che i referenti erano ancora i Mussolini.

Lo stesso giorno, però, il Governo Bonomi emanò il decreto n. 159 (27 luglio 1944)Sanzioni contro il fascismo, che, prescrivendo pure il sequestro dei beni, posseduti dai fascisti e dai loro parenti, nell’ottobre dello stesso anno confiscò anche Rocca delle Caminate con atto, però, improprio, salvo poi restituirla a breve.

Pochi mesi dopo i polacchi, primi fra tutti, liberarono Predappio ed entrarono anche nel castello dove secondo alcune, pur se scarne, testimonianze era contenuto ancora molto materiale, innanzitutto la libreria di Benito Mussolini nella “stanza dei cimeli” , vandalizzata e saccheggiata pure negli anni a seguire.

Ancora oggi, alcuni ormai attempati predappiesi ricordano di essere stati, nei primi anni ’50, all’interno della Rocca delle Camminate e di aver camminato, da bambini, sulla moltitudine di libri riversi a terra e che alcuni, nell’occasione, strappavano dagl’album fotografici, o dai libri, le preziose copertine in cuoio per farne dei sandali…

Molto fu distrutto e disperso ma molto di quanto fu trafugato è ancora riposto in tanti secretati armadi o cantine o soffitte, forse volutamente dimenticato…

(*Archivio di Stato Forlì-Cesena, fondo Prefettura, Gabinetto riservato, b. 392)