Società Anonima Orsi Mangelli – Seta Artificiale, Forlì…


Per chi la ricorda, sempre e solo, “La Mangelli”…

Forlì fra la fine dell’ottocento e i primi del novecento fu una delle prime città più industrializzate d’Italia e molto fiorente era il mercato dei “bachi da seta” perché dalle nostre parti cresce facilmente il gelso le cui foglie ne sono il principale nutrimento. Di conseguenza, si svilupparono le filande fra cui la Maiani, ancora la Bonavita per la lavorazione dei feltri e, in ultimo, la S.A. Orsi Mangelli che iniziò a sorgere nel 1925 per volontà dei Conti Raffaele e Paolo Orsi Mangelli. Progettata e immaginata per la filatura della seta artificiale, lo stabilimento fu condotto a termine dalla Ditta Zezi e Zonati di Milano, una delle imprese più specializzate in Europa in questo ramo tessile, che lasciò il preposto sig. Carlo Galletti per avviarne e seguire l’impianto.

Immaginata per produrre giornalmente circa 1.500 kg in media di seta giornaliera ai tempi era considerata la migliore sul mercato e la superficie occupata dai fabbricati, di cui molti a due piani, era di 14.000 mq. e già studiati per rendere possibile l’ampliamento dei medesimi in caso di raddoppio della produzione. Dalle cronache del tempo si legge che gli stabilimenti furono realizzati dall’attigua forlivese Ditta Benini Cav. Ettore e che il progettista capo, ing. Vincenzo Lami, dovette superare non poche difficoltà perché alcuni solai furono sottoposti a sforzi variabili dai 2.500 kg. ai 7.500 kg. per mq.

La palazzina uffici, realizzata anch’essa dalla Benini, dal prospetto simmetrico e curato, tuttora esistente, è caratterizzata da un portale di accesso centrale, dove un tempo passavano i binari per il commercio su ferro dei materiali da lavorare e lavorati, innestandosi nelle vicinanze della nuova stazione sulle arterie principali ferroviarie.

Sorta per produrre la seta artificiale chiamata rayon, o raion, nel 1929 la Orsi Mangelli costituì insieme a partner belgi la SIDAC, Società Italiana Di Applicazione della Cellulosa per produrre carta trasparente viscosa chiamata cellofane, per contrastare l’americano nylon

La società cambia denominazione nel 1934 e diviene la Società Azionaria Orsi Mangelli (SAOM) e continua ad ampliarsi.

“La Mangelli” però, crebbe nel tempo quasi a dismisura tanto da occupare un intero quartiere per una superficie di circa 6 ettari e circa 2.000 operai; ma perché questo avvenne proprio a Forlì e sulla base di quali condizioni?

Quando fu fortemente incentivata la produzione autarchica nazionale, nel dicembre del 1936 fu organizzato a Forlì il I° Convegno Nazionale delle Fibre Tessili con la conseguente prima Mostra Nazionale delle Fibre Tessili cui partecipò il Segretario del Partito Achille Starace, Presidente del Convegno, il Ministro Rossoni e tantissimi altri provenienti da tutta Italia. Fu quindi a Forlì che si decisero, in una due giorni molto intensa, le direttive nazionali per incrementare e la produzione e l’utilizzo delle fibre tessili naturali e artificiali italiane come anche il cercare di eliminare l’importazione della cellulosa dalla Germania, in particolare, e aumentare la piantumazione dei pioppeti, che la producono, alla ricerca dell’autonomia produttiva dell’intero ciclo.

La mostra, allestita all’Istituto Sperimentale di Agraria “Arnaldo Mussolini” in Piazzale della Vittoria, vide esposti i campioni dei più variegati filati dalle sete, alle jute, ai cotoni, alle canape, ai lini, ai filati ottenuti dalle ginestre oltre a tutti quelli di tipo artificiale e misto fra lane e fiocchi di rayon e altro. Una parte dedicata ai nuovi macchinari fra cui la prima macchina italiana per la sgranatura del fiocco di cotone e, altre, dedicate alle stoffe per l’Aeronautica che vedono soppiantato il lino per la canapa.

Sul finire dello stesso anno la mostra fu visitata anche da Mussolini che, ricevuto un contributo a favore dell’Impero, destinò £. 50.000 per la costituzione di un Ente per il Tessile Nazionale, cui si unì il contributo di altre £. 50.000 da parte del Conte Paolo Orsi Mangelli; l’ente fu effettivamente istituito con R.d.L. n° 1057 del 24 aprile 1937 e la sede scelta fu Roma, non Forlì, e denominato, appunto, Ente del Tessile Nazionale.

L’Orsi Mangelli entra in crisi nei primi anni ’40 a causa della carenza di materie prime ma si riprese nel dopoguerra poiché non fu colpita dai bombardamenti del ’44 ma, ancora, nel 1949 inciampò nella scia di scioperi ed agitazioni del forlivese e cesenate ed essendo gli impianti a ciclo continuo ciò procurò particolari danni e disagi. Con alti a bassi, crisi e chiusure parziali, la produzione continuò fino al 1993 per poi chiudere definitivamente e nel 1999 tutta l’area fu inserita in un programma di riqualificazione che prevedeva la demolizione dell’intero complesso produttivo con l’accordo di conservare la palazzina uffici, alcuni fabbricati e la ciminiera.

Di tutta questa storia, della ricerca che riempie pagine leggendarie nell’evoluzione dei filati e dei suoi derivati rimane sì, la palazzina, brandelli del muro perimetrale in confine con viale della libertà dell’ex Cantiere Benini e l’imbarazzante ciminiera brutalmente capitozzata che, nonostante che nel protocollo d’intesa dovesse essere salvata, si mostra oggi al centro di uno spazio pubblico senza storia e memoria e che appare più un soggetto metafisico di De Chirico che altro.

Per chi lo ricorda, Forlì fu spesso pervasa dal mefitico afrore dovuto alla produzione dell’acido solforico iniziato in pieno conflitto mondiale nell’Orsi Mangelli, continuato negli anni del dopoguerra tanto che anch’io lo ricordo, ma la scelta di radere al suolo tutto lasciando a memoria una squallida e tranciata ciminiera la ritengo una scelta eccessiva. Cancellare la memoria è uno degli obiettivi operati da chi vuole ideologicamente e forzatamente occupare, per sostituzione culturale, un luogo e, quindi, una popolazione, senza voler fare i conti con la sua storia…

Il muro mutilato – Forlì, Viale della Libertà

Rientrando da un breve soggiorno fuori città, sceso dal treno alla stazione di Forlì, mi sono tornati in mente i concetti espressi dal filosofo Niklas Luhmann il quale riteneva che le antiche porte di accesso alle città fortificate medioevali oggi esistono ancora ma sono state sotituite dalle stazioni ferroviarie, dai porti e dagli aeroporti. Oggi ho avuto la percezione che il concetto possa essere condivisibile anche perché essendo tornato a casa a piedi dalla stazione, ho provato l’esperienza di chi arriva in treno a Forlì e passeggia per raggiungere la sua meta. Conosco abbastanza bene la mia città, ma cercando di fare un salto quantico temporale, sono tornato ai tempi della mia tesi di laurea, quando ho iniziato a scoprirla avendo come tema la sua forma urbana e, in particolare, il suo asse di ribaltamento quale fulcro della sua espansione che è rappresentato proprio dal Viale della Libertà che oggi, in parte, ho percorso a piedi.

Così, costeggiando il lato destro del viale, sono passato a fianco di quello che è rimasto del muro che segnava il confine fra la ditta Ettore Benini, impresa fondata nel 1898 fra le prime a credere nella validità del cemento armato, e il suddetto viale.

Circa un decennio fa il muro era integro, lo ricordo bene, anche se degradato, poi, nel complessivo progetto dei “Portici”, qualcuno ha deciso di demolirne una parte e restaurarne un’altra. Il muro, però, nella sua completezza, era parte integrante del progetto dell’intero viale perché voluto e realizzato per occultare al visitatore che arrivasse in treno a Forlì l’area del Cantiere Benini e, non a caso, fu progettato con particolare cura e perizia. Le prove sono contenute nelle tavole originali e tutta la documentazione è depositata all’Archivio di Stato (di cui si pubblica un estratto della prospettiva); il progetto è datato maggio 1931, a firma del Cav. Ettore Benini in persona, in cui si notano i dettagli compositivi, le riquadrature, la scansione dei pieni e dei vuoti e le finiture di coronamento. Facile constatare che in fase esecutiva decisero di valorizzare maggiormente la soluzione d’angolo realizzando un altro accesso, sovrastato, nel portale, dalla scritta ETTORE BENINI (fotografie del tempo dimostrano che la scritta era chiara su fondo scuro, diversamente da come è stata restaurata, ma questo è un dettaglio).

Per quanto sopra, ho sempre pensato che la parziale demolizione del rimasto muro sia stata una mutilazione antistorica e lontana dai crismi dettati dalle regole del restauro ma, tant’è, oggi il fatto è irrimediabile, e credo si sia perso un piccolo pezzo di storia del Viale.

Al di là che ciò possa essere essere condiviso o meno, oggi, passeggiando, ho constatato che la demolizione di buona parte del citato muro rende evidente uno scenario di incompiutezza e di abbandono perché nell’intero isolato si respira aria di trascuratezza dovuta al fatto che i lavori non si sono compiuti e l’intero progetto non ha raggiunto gli obbiettivi immaginati nell’idea generatrice che lo ha poi voluto e creato.

Col senno di poi, constatati i fatti, sarebbe forse stato meglio mantenere l’intero muro per far sì che l’eventuale “viaggaitore errante” entrando dalla “nuova porta della città” incontri il triste biglietto da visita che è, oggi, il progetto dell’area dei Portici con il suo muro mutilato.

Colonna dell’Ospitalità a Bertinoro…

O Brettinoro, ché non fuggi via…”; così apriva il capoverso della terzina scritta dal sommo poeta nel XIV canto del Purgatorio allorché incontrò Guido del Duca e Rinieri da Calboli nella seconda cornice degli invidiosi, sorpresi a parlottare fra loro. 

La citata località è poi risultata rinomata e conosciuta tanto da essere frequentata anche da numerosi stranieri; da Bertinoro si godono paesaggi e viste meravigliose così da meritare l’appellativo di “Terrazzo della Romagna” come, anche, la “Città del Vino” ma, soprattutto, “Città dell’Ospitalità”. Infatti, la leggenda narra che i bertinoresi fossero così ospitali da “litigarsi” i pellegrini che vi giungevano tanto da dover ricorre a un espediente per metter fine a questa querelle e Guido del Duca, giudice dal 1212 al 1218 a Bertinoro,  e Arrigo Mainardi decisero di erigere una colonna nella centrale piazza del paese con dodici anelli corrispondenti alle famiglie nobili che al tempo l’abitavano; così, il pellegrino che vi giungeva e legava il suo bastone o la sua cavalcatura ad un anello della colonna, veniva ospitato dalla famiglia che rappresentata.

La colonna è divenuta, così, nei secoli, il simbolo stesso di Bertinoro e tuttora ne rappresenta l’icona più evidente essendo presente nel gonfalone comunale e si è meritata diversi appellativi quali “Colonna degli Anelli”, “Colonna delle Anelle” e, più corretto, “Colonna dell’Ospitalità” visto che il motto del comune è hospitalitatis monumentum.

Avvicinandoci ai giorni nostri, nell’immaginario collettivo forse poetico il pensare che la colonna oggi presente sia la stessa posata nel medioevo ma, nei fatti, non è così.

Alcuni affermano che l’originaria colonna fu rimossa nel 1570, senza però citare la fonte ma, tant’è, effettivamente, immagini fotografiche dei primi del ‘900 confermano la sua mancata presenza. A conferma della sua precedente esistenza vi erano poche e frammentarie fonti documentali fra le quali una tela del pittore forlivese Antonio Zambianchi che verso la metà del ‘700 fu invitato dal Governatore e dal Consiglio degli Anziani a decorare la Sala della Fama del trecentesco Palazzo Ordelaffi, sede comunale, ritraendo sei tele celebrative della memoria storica di Bertinoro. Prova delle sua esistenza risiedevano, anche, nella tradizione popolare oltre a cenni di poeti e prosatori come anche in stemmi e sigilli ma il fatto che non ci fosse più ne mise in dubbio la veridicità storica tanto da rischiare di perdersi nel dimenticatoio.

Fu un illustre studioso, Paolo Amaducci, bertinorese allievo a Bologna del Carducci, noto per i suoi studi danteschi anche fuori della Romagna oltre ai contributi su Guido del Duca che né ricostruì una preziosa biografica, che trovò documenti d’archivio tali da confermare l’esistenza della famosa colonna come anche le sue fattezze.

Così, il 5 settembre 1926, alla presenza delle autorità, dei politici, dello stesso Amaducci, oratore principale, e una folta presenza di pubblico, fu inaugurata la ricostruita colonna “dov’era e com’era” e da allora a Bertinoro si festeggia la ricorrenza settembrina rimembrando la nota ospitalità romagnola.

Altre opere modificarono l’immagine della piazza bertinorese che nel 1934 vide il restauro del trecentesco Palazzo Ordelaffi modificandone le fattezze estetiche, assieme alla torre dell’orologio, per riportarlo a remote vestigia trecentesche, come lo possiamo ammirare anche ai giorni nostri.