San Mercuriale all’inizio del ‘900…

Nel 1901 a Bologna si pubblica la Relazione dei lavori compiuti dall’ufficio regionale per la conservazione dei monumenti dell’Emilia dall’anno 1898 al 1901 edito da Zanichelli, curato da Faccioli ing. arch. cav. uff. Raffaele, direttore di quella che ora è più nota come la Soprintendenza. Fra i diversi interventi descritti del panorama emiliano-romagnolo, anche un racconto di quale fosse lo stato del Tempio di S. Mercuriale a Forlì all’epoca della pubblicazione, quando Forlì era cresciuta poco più di quanto rappresentato dalla mappa che segue.

Ma, prima del racconto, alcuni passaggi per conoscere, brevemente lo storico della splendida chiesa che troneggia a simbolo della città di Forlì.

“Nell’anno 449 ovvero 450 essendo stato Sancto Mercuriale Vescovo della cittade di Forlivio anni 27 come piacque a lo Honnipotente Idio, et dicto Sancto Mercuriale venne a morte, Sancto Marcello et Sancto Grato suoi discepoli lo seppellirono in loco occulto in la chiesa di Sancato Stefano Martire chiamata in quei tempi la Pieve di Sancto Stefano”. La citata pieve di S. Stefano era collocata fuori dalle mura della città nel sobborgo Cotogni (anche Cottogni), così chiamato da un antico fondo Cotogneti; rimane cattedrale fino all’anno 720 quando la sede episcopale fu trasferita a Santa Croce.

Nel 1173 la Pieve di S. Stefano bruciò a causa delle interstizie lotte cittadine forlivesi; ricostruita sulle sue ceneri nel 1176 (ancora oggi visibili le tracce), fu mantenuta l’unione a S. Stefano e a S. Mercuriale, affidando l’ufficiatura al clero secolare e al clero regolare.

Diversi e molteplici interventi avvennero nel corso degli anni ma la più significativa modifica si ebbe nella facciata nel 1646 di cui abbiamo traccia fotografica, prima delle modifiche avvenute nel 1921.

Nel 1921 fu rinnovata la facciata ma ben si notano le case addossate al chiostro prima di essere liberata dal successivo intervento avvenuto sul finire degli anni ’30 del Novecento.

Ma torniamo al racconto pubblicato nel 1901 e qui interamente riportato:

“L’abbandono in cui fu lasciata la chiesa dall’epoca della prima soppressione dei conventi, la vastità dell’edificio, che richiedeva una spesa di manutenzione non proporzionata ai limitatissimi mezzi di una parrocchia, condussero la chiesa stessa a tale stato di deperimento da esigere ora un’ingente spesa (circa L. 20000) per essere riparata.

L’umidità e forse anche le sepolture hanno infracidito il pavimento e con esso i muri di perimetro, e specialmente i pilastri delle navate per un’altezza di circa 3 metri, deterriorandone il laterizio al punto da renderlo inadatto a reggere il carico dell’edificio sovrastante.

Si sono già appuntellate d’urgenza due arcate, ma questo provvedimento dovrà essere esteso maggiormente; sarà quindi indispensabile rinnovare la muratura e il pavimento risanando il sottofondo.

Oltre al restauro interno occorre pure consolidare e restaurare il muro della facciata specialmente nella parte superiore; ed in quell’occasione sarebbe opportuno anche ripristinare le parti decorative che furono mutilate.

Il Parroco monsignor Gaudenzi sta interessandosi ora per ottenere i fondi occorrenti all’esecuzione dei lavori necessari per porre in buone condizioni di stabilità e di conservazione questo monumento, che storicamente ed artisticamente è uno dei più importanti di Forlì.

Non è facile rintracciare le notizie storiche delle origini di questa antichissima chiesa abbaziale perché fin dal 1173 un incendio ne distrusse l’archivio. Se ne ha la più antica memoria in un atto di donazione, fatto da Domenico arcivescovo di Ravenna a Leone abbate, dell’893, dal quale risulta che l’abbazia era fuori di città. Si sa che appartenne ai monaci cluniacensi, poi ai preti regolari e da ultimo ai frati Vallambrosiani.

Nel Medioevo ebbe singolare importanza, e le cronache più antiche ne fanno spesso menzione: ebbe estesissimi possessi e privilegi. L’Archivio del monastero non fornisce documenti per la storia della chiesa che a datare dal XVI secolo; due lasciti furono fatti da cittadini nel 1503 per la cappella di S. Girolamo e per la costruzione della cappella maggiore nella quale si veggono pregevoli stalli, nel fondo di due dei quali, posti di riscontro, si legge la seguente iscrizion

MAGISTRI ALEXADRI DE BIGNIS

BERGAMENSIS OPVS

MDXXXV DIE XXIIII

DECEMBRIS

Vari notevoli restauri ebbe la chiesa durante quel secolo.

Nel 1585 fu costruita la volta della navata di mezzo. Nel 1654 si riparò la chiesa dai danni che aveva subito per terremoti; ed i restauri fatti nel 1786 alterarono notevolmente il disegno della primitiva costruzione del progetto e dell’interno, della quale però rimangono tracce sufficienti da lasciare comprendere quale essa fosse.

Il coronamento della facciata a piccoli archi di mattoni sorretti da colonnine pensili è formato con frammenti di antica costruzione.

Il bassorilievo della lunetta sopra la porta maggiore, che rappresenta i Re magi, è attribuito a Fuccio fiorentino, ed appare opera del XII al XIII secolo.

Nell’interno della chiesa esistono alcuni quadri di pregio. All’ingresso della quarta cappella a sinistra è un elegante arco in pietra d’Istria con pilastri finemente intagliati; in una targa a destra vi si legge MDXXXVI e nell’abaco del capitello a sinistra.

O [PVS] IACH [OBI] VENET [I]

Di fianco alla chiesa è un maestoso campanile alto m. 75,58 compresa la guglia della croce, largo alla base m. 8,56, che fu cominciato nel 1178 e compiuto nel 1180. Ne fu Architetto Francesco Deddi.”

Poi, di seguito, pubblicata l’immagine della facciata “restaurata” in cui si nota, in forma evidente, la presenza di edifici addossati all’antico portico e al campanile, che erano semplici e umili abitazioni.

I bombardamenti “alleati” del 24 agosto 1944 lesionarono e compromisero le volte tanto che nel successivo e radicale restauro fu deciso di demolire le sovrastrutture.

La fotografia della navata centrale rappresenta lo stato degli interni nel primo dopoguerra e prima del “restauro”.

L’interno a restauro completato…