Ti faccio vedere i sorci verdi

Espressione minacciosa, d’uso comune a Roma ma anche nel resto d’Italia, che prefigura l’avvio di un processo irto, difficoltoso e non senza sofferenze o, in forma più pittoresca, col significato di far vedere qualcosa di straordinario. Incerta l’origine della singolare espressione e di difficile attribuzione mentre un riferimento certo vola alla 205esima squadriglia da bombardamento della Regia Aeronautica, appartenete al XII° Stormo, che sulla fusoliera dei suoi trimotori Savoia Marchetti SM.79 aveva impresso il distintivo composto dal disegno di tre topini ritti sulle zampe posteriori nell’atto di conversare fra loro. 

Correva l’anno 1935 e con gli SM.79 si stabilirono alcuni primati internazionali di velocità seguiti l’anno successivo da altri primati; aereo dalle prestazioni eccezionali, molto manovrabile, solido e sicuro, nonostante fosse realizzato in struttura mista in metallo, legno e tela, era soprannominato lo Sparviero ma anche GobboGobbo maledetto dai nemici.

Nel 1937 gli SM.79 furono impiegati nella gara Istres-Damasco-Parigi aggiudicandosi l’intero podio, davanti a francesi e inglesi, ma l’impresa che renderà famosi “I sorci verdi”, come ormai erano chiamati, fu la transvolata Guidonia (Roma)-Rio De Janeiro del 1938. L’impresa non segnò record speciali ma aprì la strada verso un’aviazione commerciale dimostrando come un aereo di serie potesse trasvolare l’oceano per 10.000 km con un carico di 3.500 kg di merci o passeggeri senza modifiche o accorgimenti particolari. In questa trasvolata partecipò anche Bruno Mussolini, terzogenito di Benito e Rachele Guidi, col velivolo identificato I-BRUN, aviatore col grado di Ufficiale più volte insignito di medaglie al Valore.

Bruno, si sa, morì qualche anno dopo, nei cieli di Pisa, nell’agosto del 1941, collaudando un quadrimotore da bombardamento e, in sua memoria, gli fu intestato il completato Collegio Aeronautico di Forlì, straordinaria opera progettata dall’arch. Cesare Valle, inaugurato dallo stesso Benito Mussolini il 6 ottobre dello stesso anno.

Oggi, l’ormai ex Collegio Aeronautico, tuttora utilizzato come plesso scolastico, contiene ancora al suo interno il famoso ciclo della storia dell’aviazione, opera unica al mondo, realizzata a mosaico e che decora le pareti del quadrangolo che perimetra il cortile d’onore.

Opera realizzata su disegno del pittore viterbese Angelo Canevari, fu realizzata a Roma dalla ditta L. Rimassa utilizzando la tecnica indiretta a rovescio ovvero incollando le tessere sui cartoni forniti dal pittore per poi essere trasportati a Forlì e applicati a parete quasi fossero arazzi. Il mosaico è quasi interamente costituito da tessere in marmo bianco e nero con l’unica eccezione dei tre “sorci” che sono realizzati con tessere in marmo verde, a memoria della gloriosa squadriglia costituita dagli SM.79 di cui Bruno fece parte. L’immagine pubblicata è la fotografia del dettaglio dei tre sorci verdi del mosaico forlivese, realizzata dall’autore nel maggio di qualche anno fa…

Giuseppe Mengoni: l’architetto romagnolo che cambiò Milano

Ingresso della galleria Vittorio Emanuele II in una foto d’epoca

Milano non ha certo bisogno di essere presentata né tantomeno occorre sottolineare la sua centralità per quanto attiene il mondo della finanza, dell’industria, della moda, del design e della cultura in generale. La centralissima piazza del Duomo, poi, con il suo collegamento attraverso la famosa galleria Vittorio Emanuele II alla Piazza della Scala, è il baricentro della mondanità milanese e i frugali scatti dei passanti o visitatori occupano intere pagine sui social, nei notiziari e nei rotocalchi.

Ma, forse, non tutti sanno che questo crocevia di percorsi coperti con una superficie vetrata, ovvero la galleria Vittorio Emanuele II, fu progettata e diretta nell’esecuzione da un istrionico architetto romagnolo, per la precisione un imolese nato a Fontana Elice (ora Fontanelice), tal Giuseppe Mengoni. Poco nota la sua particolare vicenda professionale e, anche, la sua tragica dipartita dovuta alla caduta dalla sommità della galleria mentre stava compiendo un sopralluogo poco prima della sua inaugurazione, il 30 dicembre 1877.

Ripercorriamo, brevemente, le vicende di quest’architetto romagnolo che nacque, come detto, a Fontanelice, Imola, il 23 novembre 1829, poi trasferitosi a Bologna, nel 1847, per proseguire gli studi all’Accademia ma anche in fisica e matematica. Laureatosi nel 1851, viaggiò in Germania, Francia e Inghilterra soggiornando anche a Roma per poi iniziare le sue prime esperienze in campo architettonico e ingegneristico.

Il 1860 fu per l’Italia la data della svolta verso l’Unità d’Italia e allo stesso anno risale un concorso di idee indetto dal Municipio milanese, per riformare piazza del Duomo e connetterla con piazza della Scala, al fine di raccogliere proposte credibili e fattive. Dagli oltre settanta progetti una commissione appositamente istituita rielaborò ed estrapolò alcuni concetti informatori che costituirono le linee guida da iscrivere nel programma di un successivo concorso bandito nel 1861 aperto ai soli “cultori dell’arte”. L’ipotesi concorsuale prevedeva la completa demolizione di un intero quartiere a fianco del Duomo compreso il “coperto dei Figini” e l’isolato del Rebecchino per aprire una piazza rettangolare e collegare piazza della Scala. I quattro progetti finalisti praticabili furono: “Dante” del romagnolo Giuseppe Mengoni, “Ammirazione” del milanese Davide Pirovano”, “Alla nazione Italiana” del veneziano Paolo Urbani e “Temo e spero” del comasco Gaetano Martignoni. Non fu, però, proclamato nessun vincitore e nel febbraio del 1863 fu definita un’ulteriore fase concorsuale ristretta a soli tre professionisti e vinse il romagnolo architetto Mengoni, che al tempo aveva trentaquattro anni, perché miglior interprete dei desiderata del concorso. 

Così, la galleria che inizialmente prevedeva un solo braccio fu ampliata e rielaborata fino a giungere, nel settembre del 1864, alla sua soluzione finale con due assi principali ortogonali fra loro e uno spazio ottagonale nell’intersezione fra i due. La soluzione della copertura in ferro e vetro non era inedita a Milano ma l’ispirazione va ricercata a Parigi nella Galerie d’Orléans al Palais Royal o a Londra.

Avviata la procedura d’esproprio delle aree interessate e iniziata la demolizione degli edifici esistenti, il 7 marzo 1865 la cerimonia di posa della prima pietra e da quell’anno, fino al 1867, il cantiere vide la presenza di circa mille uomini in rappresentanza delle diverse specialità tra manovali, falegnami, fabbri, vetrai, scalpellini, stuccatori e decoratori oltre altri. Varie vicissitudini dovute a cambi nell’amministrazione, a problemi di tipo economico-finanziario, alla burocrazia e a questione legali, protrassero i lavori di oltre dieci anni fino al suo compimento nel dicembre del 1877. Fu, come accennato, a causa di un sopralluogo del Mengoni in cantiere che il 30 dicembre di quell’anno, che per controllare gli ultimi dettagli si arrampicò in copertura e, scivolando, cadde rovinosamente al suolo.

Non ancora cinquantenne, nel pieno della sua attività professionale, il romagnolo architetto Giuseppe Mengoni oltre alla straordinaria e ancora attuale galleria Vittorio Emanuele II, lascia opere quali il Palazzo Cassa di Risparmio a Bologna e il Mercato Centrale di San Lorenzo a Firenze, per citare i casi più noti.

Un forlivese dimenticato: Guido Agosti

Guido Agosto (1927)

Ho più volte sfogliato una rivista mensile che ho in ufficio, pubblicata nel 1927, ma mai mi ero soffermato sull’articolo titolato “Guido Agosti” perché a me, quel nome, non diceva proprio nulla e non lo associavo a niente di conosciuto. Caso ha voluto che, a differenza delle altre volte, scorrendo velocemente l’articolo, a metà colonna mi salta all’occhio il termine “romagnolo“; la mia attenzione si accende, la curiosità divampa e mi invita a leggere con più attenzione. 

Scopro che l’articolo parla non solo di un romagnolo ma, addirittura, di un forlivese e cito una frase dell’articolo perché ritengo sia degna di attenzione:

“… discorrevo giorni sono con un giovane pianista italiano (romagnolo: è nato a Forlì nel 1901) Guido Agosti, che su queste colonne vorrei presentare al pubblico, non come un ignoto, che si tenta di rilevare, bensì per domandare un’altra volta a quanti hanno profondo il culto della genialità italiana: è proprio necessario che un pianista sia nato a Berlino o a Varsavia, perché gli italiani gli concedano tutti i giorni tutta la fama che egli merita?…”

Purtroppo, la risposta alla domanda è “sì”, perché a Forlì di Guido Agosti c’è solo una traccia che è un anonimo stradello che collega via Ravegnana con via Cervese, nel quartiere dell’Ospedaletto.

Ma chi era Guido Agosti e perché meriterebbe di essere ricordato? Nato a Forlì l’11 agosto 1901, a soli sei anni Ignazio Mastrilli, musicista e compositore, lo inizia al pianoforte riconoscendone le doti dell’enfant prodige tanto che un anno dopo lo lancia già al pubblico in vari concerti. Ma, l’Agosti, descritto come schivo e distante dall’apparire per rincorrere il successo, nel 1911 s’iscrive al Liceo Musicale di Bologna sotto la guida sapiente dei Maestri Filippo Ivaldi e Bruno Mugellini.

Tredicenne ottiene il diploma di pianista a pieni voti con lode e il plauso speciale di Ferruccio Busoni, allora direttore del Liceo Musicale bolognese, che gli volle assegnato il premio Mugellini. Cosa rara, l’applaudì anche il severo pubblico della Società del Quartetto Bolognese che poco concedeva, di solito, agli esordienti.

Non pago del diploma, continua a studiare composizione e, anche, contrappunto, seguito dal Maestro Giacomo Benvenuti ottenendo anche il diploma di Magistero.

Divenuto famoso concertista in Italia, è invitato all’estero più volte, a New York (anche al Metropolitan) e a Chicago ma anche in Messico.

Tra il 1933 e il 1949, oltre all’attività concertistica, per lo più come solista, insegnò nei conservatori di Venezia, Roma e Milano. Dopo la seconda guerra mondiale è in cattedra al Conservatorio di Santa Cecilia in Roma e all’Accademia Chigiana di Siena. Tenne inoltre corsi presso l’Accademia di Stato Franz Liszt di Weimar, l’Accademia Sibelius di Helsinki e la Julliard School di New York.

Membro della Royal Academy di Londra, nel 1976 diviene vicepresidente dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, carica che mantenne fino alla sua dipartita avvenuta il 2 giugno 1989 a Milano.

Musicista, compositore per musica per pianoforte e per orchestra, fu anche revisore di musiche antiche.

Nel 1977 la città di Forlì gli attribuì la Medaglia d’oro per meriti artistici ma, a quanto pare, rimase un episodio isolato e poi dimenticato.

Voci attendibili narrano che la vedova Agosti abbia donato alla Biblioteca di Forlì molto materiale posseduto dal Maestro fra i quali una consistente raccolta di libri, anche rari e preziosi, ma anche un suo busto.

Sarebbe interessante apprendere che qualcuno appartenente ai circoli culturali del forlivese o, meglio, la stessa Amministrazione Pubblica, prenda a mano il tema del nostro dimenticato Guido Agosti per rendergli degnamente merito con un percorso culturale volto alla sua riscoperta.

(l’immagine di Guido Agosti pubblicata è del 1927)