Forlì – Le trasformazioni nel Ventennio… (9)

Via del Sole

Fino ai primi anni ’30 del novecento, nel centro storico della città non furono operati particolari interventi tali da modificare l’aspetto urbanistico ma con la pubblicazione nel 1927 del Piano Regolatore elaborato dall’ingegnere bolognese Luigi Donzelli, con il supporto grafico dell’ingegnere Elio Danesi, poi approvato nel 1931 per la sola parte riguardante l’intra muros, le cose cambiarono. In detto piano, erano previsti allargamenti di strade, creazione di nuove vie e allineamenti di tracciati ma che, nei fatti, non videro pieno compimento anche perché pochi anni dopo fu elaborato uno studio per un nuovo piano regolatore. Già previsto, però, nel piano del 1931, il nuovo edificio postale in Piazza Saffi e l’allargamento di Corso Mazzini nel tratto in prossimità della piazza stessa.

Se gli interventi avvenuti nel Ventennio che riguardano piazza Saffi sono più o meno noti anche ai non studiosi, forse meno nota la modifica apportata in quella che allora si chiamava Via del Sole, l’attuale Via Pedriali, ovvero il tombinamento del Canale di Ravaldino che in quel tratto era ancora, in parte, a cielo aperto. La notizia degli imminenti lavori di copertura del canale è del 1933 e le due tavole di progetto pubblicate, reperite all’Archivio di Stato di Forlì, a mio avviso interessanti, illustrano il tipo di intervento previsto. Suggestiva la planimetria generale dell’area, Dis. n° 1, che ben descrive lo stato di consistenza degli edifici presenti ai tempi con, in particolare, anche la sagoma del Palazzo Orselli. Nel secondo disegno, più tecnico, la situazione del canale prima che venisse chiuso, con indicati i ponticelli di collegamento fra le abitazioni e la strada.

A corredo, anche una rara fotografia degli anni ’20 ante operam.

I cavalli del Palazzo delle Poste…

Si ha notizia che nel Palazzo delle Poste di Forlì, realizzato nei primi anni ’30 del Novecento in Piazza Saffi, dovessero essere messi a dimora anche due gruppi equestri bronzei, come desiderato dal progettista dell’opera, l’accademico ing. arch. Cesare Bazzani. L’edificio fu inaugurato nell’ottobre del 1932 ma le previste statue furono collocate nella primavera dell’anno successivo, nella loro posizione predefinita che è di fronte alle due torrette sommitali, ai lati della facciata. Le statue erano opera dello scultore carrarese (poi trasferitosi a Roma) Bernardo Morescalchi, lo stesso che ideò le Vittorie Alate del Monumento ai Caduti di Piazzale della Vittoria, e la fusione fu affidata alla rinomata Fonderia Marinelli di Firenze. Navigando nel sito pubblico della fonderia, incrocio la notizia che descrive la fusione dei due possenti monumenti equestri con anche le foto dell’epoca: “I due gruppi statuari bronzei realizzati dallo scultore carrarese Bernardo Morescalchi, e fusi dalla Fonderia Marinelli, raffiguranti un cavallo con accanto un messaggero, dovevano sormontare le estremità del coronamento della facciata del Palazzo delle Poste di Forlì, ma per motivi tecnici furono rimossi poco dopo la posa, avvenuta nella primavera del 1933, per essere collocati sopra un analogo edificio postale progettato dal Bazzani a Pescara. È probabile che le due sculture siano state distrutte dall’industria bellica come numerose altre opere metalliche di quella città.” 

Le immagini pubblicate dalla fonderia, riferite ai due gruppi, non trovano però riscontro con le rare foto dell’epoca che rappresentano una delle due sculture poste nel Palazzo delle Poste forlivese, in cui il cavallo non è su due zampe ma poggia su tutte e quattro. Invece, le sculture poste nel Palazzo delle Poste a Pescara, paiono coerenti con quello della foto dell’edificio forlivese…

Non conosco la soluzione a questo piccolo mistero e neanche che fine abbiano fatto i quattro gruppi scultorei, i due a Pescara e i due destinati a Forlì, ma le foto della fonderia Marinelli sono particolarmente suggestive e interessanti perché documentano un fatto forse inedito…

Ampliare casa nel 1823…

Pare fosse molto facile ampliare o modificare un edificio nel 1823.

Siamo a Forlì e negli archivi comunali vi sono documenti anche datati, come quello reperito di recente, dove un tal sig. Tommaso Baccarini fa domanda al Gonfalone della città per poter modificare casa sua, il 14 novembre 1823. Non solo, però, chiede anche che gli venga concesso del terreno di proprietà pubblica, gratis, per poterla anche ampliare vantando il fatto che già in una precedente occasione, la realizzazione di un edificio nel centro di Forlì, in piazza del Duomo, aveva contribuito a meglio ornare il luogo.

Di seguito si riporta il testo che accompagna la tavola pubblicata: “A Sua Eccellenza Sig. Gonfaloniere di Forlì, 14 novembre 1823, Eccellenza Animato Tommaso Baccarini di vero amor patrio avendone dato prova nell’erigere la fabbrica del piazzale del Duomo ad ornamento del luogo; sarebbe disposto in ora d’intraprendere sull’altra piazza di S. Agostino, annesso alla casa di sua abitazione un proseguimento di fabbrica, si fa in dovere di presentare  all’Ecc.Vostra il tipo del quale si vede lo stato attuale sgraziato ed irregolare che trovasi attualmente, con quello che vorrebbe eseguire. In tale emergenza prega l’Eccellenza V.tra a volere accordare gratis il permesso di occupare in linea di mezzodì a tramontana piedi 30 circa d’area del piazzale.

Il 19 novembre 1823, così risponde la gonfaloneria di Forlì: “Avendo verificato sulla faccia del luogo il terreno che chiede di occupare il petente per fare la Fabbrica richiesta, ho rilevato che verrà ad ornare quella parte di piazzale già di S. Agostino, in ora irregolare, e fuori dalla linea dell’abitato, che guarda a ponente, perciò opino sempre subordinatamente all’intiera Commissione, che si debba accordare al medesimo Baccarini ciò che dimanda in detta istanza, giacchè ha dato prova altra volta di essere animato ad ornare quei luoghi della nostra Città ove egli ha intraprese delle Fabbriche.

La Commissione, a sua volta, suggerisce alcune modifiche e scrive: “La Commissione per quanto l’appartiene ha opinato che possa concedersi al Baccarini il richiesto permesso a condizione che nella di cui facciata dal punto segnato in basso A.B. e n° 4 tenga un ordine diverso a quello segnato dal n° 4 al n° 5, onde resti più simetria, e regolare la facciata da costruirsi a ponente.”

L’edificio fu realmente realizzato e si trova nell’attuale Piazza Dante Alighieri, allora S. Agostino, quasi in continuità con la Caserma del Comando Provinciale della Guardia di Finanza…

Casa del Fascio e dell’Ospitalità a Predappio…

Confrontandoci con colleghi e con studiosi, spesso ci si è chiesti perché la casa del fascio a Predappio fosse chiamata anche dell’Ospitalità. Pare, infatti, sia l’unico caso conosciuto in cui oltre alla classica identificazione dell’edificio come “Casa del Fascio” sia stato aggiunto “e dell’Ospitalità”; solitamente, si definiva Casa del Fascio, Palazzo del Fascio o Palazzo del Littorio, senza aggiungere altro.

Forse le ragioni le troviamo in un articolo pubblicato nel 1937, anno dell’inagurazione dell’edificio, su “La Rivista Illustrata del Popolo d’Italia“, a firma di Piero Domenichelli, giornalista che collaborò per diverso tempo con la redazione milanese del quotidiano “Il Popolo d’Italia”.

Riporto un estratto dell’articolo con pubblicata anche la foto a corredo dello stesso, nella quale si notano i residui del cantiere di costruzione.

“Questo semplice e superbo edificio, nel suo stile squisitamente fascista, di chiarezza e di forza che nelle linee particolari o analitiche, come nella sintesi, non esclude una sua nobiltà o una sua caratteristica che vorrremmo chiamare di «Nobiltà rurale», vuole essere la «Casa dell’Ospitalità» non solo dei fascisti di Predappio «ma per tutti coloro che un bisogno dello spirito conduce presso i luoghi così tanto profondamente legati alla vita del Capo» (la citazione in virgolettato si riferisce, con grande probabilità, alle parole pronunciate da Achille Starace, il giorno dell’inagurazione dell’edificio).” 

L’articolo prosegue omaggiando il carattere dei romagnoli soffermandosi, in particolare, sul tema dell’ospitalità e così prosegue:

[La gente di Romagna] Vi offrirà, se venite qui, e qui specialmente, in questa terra di Predappio, così ormai o più che mai intimamente e universalmente rappresentativa, la semplice piada dei sociali ed umani attendamenti pascoliani ma insieme, e per inaffiarla, la nobilissima e dolce Albana d’oro degli splendenti bertinoresi colli dominanti con la Rocca delle Caminate e col Titano di San Marino, tutta la abbagliante e lussureggiante pianura fino all’Adriatico. Verranno dunque gli italiani fascisti a questa Casa del Fascio e dell’Ospitalità e s’incontreranno, come ad una confluenza di riconoscimenti umani o di buona volontà pacifica e operosa, dopo le giustizie inflessibili delle lotte decisive, con i visitatori provenienti da tutti i paesi del mondo. Sarà a tutti aperta ed accogliente questa Casa del Fascio; e perché per ognuno non potrebbe essere l’offerta ospitale o familiare, squisitamente romagnola, dunque, della semplice e saporosa “piè” e dell’Albana d’oro? O, per le giuste preferenze: della piada, insostituibile, fondamentale o essenziale, e del Sangiovese “amor de’ mi paes” per coloro che al dolce di un nettere odoroso ancora di pampini, di sole, di polline, preferiscono la sostanzialità, di contenuta effervescenza, dell’altro vino, denso, rosso, generoso come sangue?…

Forse così si spiega il perché l’edificio sia ricordato come la “Casa del Fascio e dell’Ospitalità”.

Palazzo INAIL, Forlì…

Piazzale della Vittoria a Forlì è un soggetto molto fotografato e la statua di Icaro o il Monumento ai caduti, con i suoi quattro altorilievi posti sui cippi a lato della colonna, la fanno da padrone. Oggetto di un rinnovato interesse anche i diversi edifici realizzati nel Ventennio e che affacciano sia la piazza sia il lungo Viale della Stazione tanto da essere identificati facenti parti il “quartiere razionalista” (espressione non del tutto corretta, ma accettabile per la sintesi).

Così, studiati, indagati e visitati sono l’ex Collegio Aeronautico, l’ex Stazione Agraria, l’ex G.I.L., l’Istituto Tecnico o i due edifici gemelli in testata a Corso della Repubblica, ma poco si sa, o poco si parla, del Palazzo dell’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL). Quest’ultimo, in parte affaccia sulla piazza e in parte con viale della Stazione ed ha un cortile interno; a ben guardarlo, credo che anch’esso debba essere compreso a pieno titolo all’interno del perimetro del “quartiere razionalista”. Il suo progettista è un tal ing. Gino Cervesi, descritto da alcuni come un minore perché non ebbe particolari incarichi pubblici, ma questa è un’affermazione non vera del tutto. Infatti, ripercorrendo velocemente il trascorso di Gino Cervesi, sappiamo che nasce a Cattolica (1900) e frequenta Ingegneria Edile a Bologna laureandosi nel 1925. Trasferitosi a Forlì, frequenta gli ambienti dell’Azione Cattolica e, fra i primissimi incarichi, quello di progettare il nuovo basamento della colonna della Madonna del Fuoco, monumento inaugurato nel 1928. Suoi i progetti delle chiese di Villanova, San Varano, Villa Grappa, il Santuario della Madonna delle Caminate; ancora il Tempio Votivo a Fiumana di Predappio e la chiesa parrocchiale di Montemaggiore. Nel 1933 partecipa al concorso per il piano regolatore della città di Forlì, con il collega ing. Elio Danesi, col quale ebbe altre sodali collaborazioni, con un progetto dal motto “Madonnina del Fuoco”, selezionato fra i tre vincitori. Attivo anche nella vicina Meldola e in altri comuni limitrofi, nel 1944 riceve l’incarico per il palazzo INAIL ma i documenti conservati in archivio riportano che la domanda per ottenere l’autorizzazione a costruire l’edificio è del 24 gennaio 1948; ottenuta la “Licenza per lavori edili” n° 10315, le opere si completarono sul finire del 1949 ottenendo la dichiarazione di edificio “Abitabile” il 29 dicembre dello stesso anno, per “piani 5 e ambienti 269” di cui 162 a destinazione abitativa. Dalle tavole di progetto sappiamo che al piano terreno vi erano gli ambulatori e locali per terapie oltre agli uffici amministrativi; ai piani superiori, abitazioni di diverse metrature.

Interessante e rappresentativo il disegno prospettico che inquadra l’edificio rapportandolo al Monumento ai Caduti, ben confrontabile con la cartolina databile ai primi anni ’50.

Un dettaglio mi colpisce perché nella prospettiva si notano, alla base della colonna centrale del Monumento ai caduti, i fasci littoti framezzati agli scudi, com’era in origine, ma, nella cartolina, non ci sono più…

SILENCE.

Pubblico molto volentieri questo lavoro realizzato da mia figlia Rachele, elaborato per l’esame di “Fotografia e post-produzione”, sostenuto qualche giorno fa all’ISIA (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche) con ottimi risultati…

Il tema dell’architettura moderna mi è particolarmente caro come altrettanto caro è lo studio del patrimonio esistente costruito fra le due guerre mondiali. Sappiamo bene, purtroppo, che molto di questo patrimonio architettonico realizzato durante il Ventennio è in stato di degrado e abbandono così, le foto realizzate recentemente da Rachele alla Colonia Montecatini e alla Colonia Varese di Milano Marittima, lo raccontano, a mio avviso, egregiamente. Mi sono permesso di eliminare i testi a corredo del lavoro, anche perché sulle citate colonie ho pubblicato due blog in questo sito, a cui rimando per eventuali approfondimenti…

Grazie per la dedica, un abbraccio…

Forlì… 24 settembre 1813

Pianta della Piazza di Forlì – 1813

Fra qualche giorno, la tavola che rappresenta la “Pianta della Piazza di Forlì”, compirà 207 anni.

Nell’insieme, ci racconta, in una sapiente e raffinata rappresentazione grafica, un’inedita Piazza Saffi (per come si chiama oggi) con i nomi delle famiglie che abitavano, o erano proprietarie (forse entrambe), dei palazzi che vi si affacciano, oltre a riportare la toponomastica di allora. Così, si scopre, o si ha conferma che, iniziando dall’alto a sinistra si legge, in senso oraio; Sig.ri Fratelli Pantoli (edificio demolito a metà degli anni ’30 del ‘900 per far posto all’edificio degli Uffici Statali; alcuni scrivono e pensano che fosse al posto dell’edificio postale ma, forse, occorrerebbe rivisitare l’affermazione), Strada di S. Pietro (oggi C.so G. Mazzini), Sig. Sigismondo Castellini (demolito nei primi anni ’30 del ‘900 per far posto all’edificio delle poste e telegrafi), Via Masini (sparita per far posto all’edificio postale citato), Sig. Antonio Matteucci (edificio demolito per far posto al citato edificio postale e alla piazzetta limitrofa; oggi Piazzetta delle Poste), Via Paolucci (oggi via dei Filergiti), Palazzo Paolucci, Via Grande (oggi Largo de Calboli), San Mercuriale (da notare lo spazio antistante l’ingresso principale, circoscritto e, probabilmente, recintato o, quantomeno, confinato e perimetrato), Ufficio del Registro e delle Ipoteche (poi “restaurato” a chiostro della chiesa), Intendenza di Finanza (demolito e ricostruito nei primi anni ’40 del ‘900), Via Stalaccia (poi via delle Stallaccie e, oggi, via J. Allegretti), Sig.ri Fratelli Serughi (edificio “restaurato” a metà degli anni ’60 del ‘900), Strada Cottogni (poi C.so Vittorio Emanuele e, oggi, c.so della Repubblica), Giovanni Aziani (demolito verso la seconda metà degli anni ’30 del ‘900 per far posto all’Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale; ora, al piano terra, negozi e uffici bancaria e, ai piani superiori, uffici e abitazioni), Via Baratti, Chiesa del Suffragio, Via Suffragio (ora via Volturno), Sig. Virgislao (?) Francia (poi palazzo Talenti-Framonti; oggi, ristrutturato, è sede dell’Eataly), Palazzo Mangielli (poi, ancora, palazzo Talenti-Framonti; oggi, ristrutturato, è sede dell’Eataly), Sig. Stefano Francia (in parte, poi, Palazzo Reggiani; ri-accorpato a metà degli ani ’20 del ‘900 e, ora, Palazzo Albertini), Sig. Giacomo Balducci (oggi noto come Palazzo del Podestà), Strada di Ravaldino (oggi C.so A. Diaz), Botteghe della Beneficenza, Strada di Schiavonia (oggi C.so G. Garibaldi), “Arco Reale” (non più esistente), Palazzo Comunale e Via delle Torri… 

Al centro della piazza, in un’isola ellissoidale, il monumento della Madonna del Fuoco, patrona della città, che funge da baricentro al disegno della pavimentazione rafforzato dalla presenza di quattro spicchi che raccordano il dissimmetrico perimetro della piazza. A coronamento, una lunga serie di lampioni di cui si ha anche traccia in vecchie cartoline, o fotografie.

Particolare, ancora, la descrizione dei profili disegnati sulla parte destra: I. Profilo di Livellazione della linea del Rigagnolo dall’Arco Reale al Suffragio – II. Profilo di Livellazione della linea del Rigagnolo dal Suffragio a S. Mercuriale – III. Profilo di Livellazione della linea del Rigagnolo da S. Mercuriale – IV. Profilo di Livellazione dall’Arco Reale al Cantoe del Gallo lungo una linea distante 6. metri dal principio del Portico del Palazzo Comunale – V. Profilo di Livellazione della Diagonale del Cantone del Gallo al Suffragio – VI. Profilo di Livellazione della Diagonale dall’Arco Reale alla Chiesa di S. Mercuriale.

L’Aida a Predappio, 1939

Il 5 luglio 1939, il Segretario Federale dell’O.N.D. (Opera Nazionale Dopolavoro) di Forlì, conte Pio Teodorani Fabbri, invia al podestà di Predappio, Pietro Baccanelli, una breve comunicazione con accluso il biglietto per assistere all’opera lirica Aida prevista per l’8 luglio, pochi giorni dopo. La nota, ma anche il citato biglietto, sono ancora conservati nell’Archivio Storico di Predappio (quel che è rimasto) a memoria dell’evento che coinvolse moltissimi predappiesi, ma non solo, e fu la provincia forlivese l’unica ad ospitarla. Per dovere di cronaca, il “Carro di Tespi” fu un teatro itinerante, gestito dall’O.N.D., sorto per avvicinare la popolazione alle scene, nei piccoli e grandi centri, avviato nel 1930. A leggere le cronache del tempo, pare ebbe molto successo per cui sorse, dopo pochi mesi, anche il “Carro di Tespi Lirico” che, con imponenti scenografie, allestì opere quali l’Aida, Rigoletto, Trovatore, Bohème, Madama Batterfly, Tosca, Cavalleria Rusticana oltre a altre.

Così, anche Predappio, ospitò il “Carro di Tespi Lirico” nell’area del campo sportivo, titolato a “Sandro Italico Mussolini” (lo scomparso figlio di Arnaldo Mussolini), nelle adiacenze della GIL, allestendo l’Aida di Giuseppe Verdi. 

Una fotografia della scenografia è pubblicata dall’annuario dell’O.N.D. del 1939, che è la sintesi delle attività organizzate dall’Opera descrivendone in particolare alcune.

A seguito dell’evento, immancabile, pure, l’articolo del settimanale “Il Popolo di Romagna” (15 luglio 1939), titolato “L'”Aida” a Predappio alla presenza di Donna Rachele Mussolini e del Segretario del Partito” il cui incipit non manca di enfasi e pomposità: “Imponenti masse di lavoratori della terra e delle officine si diedero convegno sabato sera 8 corrente, nel paese natale del Duce, per assistere ad una memorabile rappresentazione del Carro di Tespi Lirico. Per tutto il pomeriggio giungevano da Forlì, da Cesena, da Rimini, e da altri centri della provincia, dai monti e dal mare, interminabili, colonne di dopolavoristi con automezzi ed in bicicletta. …

            Dall’articolo, possiamo conoscere i protagonisti dell’opera e i primi a essere citati sono i registi e il coreografo ovvero Enrico Frigerio, Filippo Dadò e Nicola Guerra. Il maestro Gabriele Santini, è descritto “… dalla bacchetta talora nervosissima, che ha concertato l’opera con spirito profondamente verdiano.“. La prima ballerina, Elide Bonagiunta, “… ha eseguito la sua danza con ritmo perfetto, flessuosità di movenze, eleganza di figurazioni, sì da provocare un uragano di meritatissimi applausi. …“. Aida era Emilia Piave “… ottima interprete, buona cantante, ripetutamente applaudita nei cosiddetti pezzi d’obbligo. …“.

Il tenore, Aldo Lampieri, “… dalla voce bella e intonata, che sale con facilità ai registri acuti, difetta nel fraseggio e non conosce ancora i segreti del bel canto. …“.

Gli altri citati sono il baritono Giuseppe Manacchini, Elena Nicolai, che interpretava Amneris, i bassi Giulio Tomei e Augusto Romani.

L’articolo conclude così: “Magnifica festa d’Arte e di Popolo da scrivere a caratteri d’oro negli annali del teatro della Romagna.“.

La Cattedrale cattolica a Mogadiscio

            Indubbiamente vastissimo il panorama dell’architettura italiana, altrettanto ampio è l’elenco dei progettisti che contribuì a realizzarlo fra cui anche l’ingegnere-architetto Antonio Vandone da Cortemilia (1862 – 1937). Ammetto, sinceramente, che fino a poco tempo fa, non ne conoscevo l’esistenza anche perché le rare informazioni che poi ho reperito, lo descrivono attivo fra fine ‘800 e i primi anni venti del ‘900, a Torino,  ma non solo, nel panorama stilistico dell’eclettismo e, soprattutto, dell’Art Nouveau. Quest’ultimo, è un filone di ricerca che non mi ha mai stimolato in modo particolare per cui anche lo studio dei protagonisti che portarono alla ribalta il Liberty in Italia, si è limitato ai maggiori.

            A. Vandone, progettò, in effetti, molte opere e non solo ville e villini ma fu attivo anche nel campo urbanistico, in quello industriale, pure in edifici di servizio fra cui asili, dormitori per operai, cappelle funerarie, mattatoi, ospedali e restauri nell’edilizia religiosa. Sfugge, però, nelle sintesi biografiche pubblicate che lo riguardano, il suo progetto della Cattedrale di Mogadiscio, un edificio imponente, il più grande tempio cattolico dell’Oceano Indicano, inaugurato nel 1928. Lo descrive molto attentamente un articolo pubblicato nel 1928, corredato d’interessanti immagini fotografiche (pubblicate), scattate da Carlo Pedrini che faceva parte del Regio Laboratorio Foto-Cinematografico di Mogadiscio. Leggendolo, si ripercorre la genesi del progetto che vede l’allora Governatore della Somalia, conte Cesare Maria De Vecchi di Val Gismon (uno dei quadrumviri della Marcia su Roma del ’22), rientrare a Mogadiscio dall’Italia nell’agosto del 1925 già con appresso il progetto dell’arch. A. Vallone.

“… La slanciata e serena architettura dell’edificio – comprendente la Chiesa e le case annesse per la Missione della Consolata – è ispirata alle costruzioni arabo-normanne della Sicilia e particolarmente al Duomo di Cefalù, fondato da Re Ruggero I, ex-voto, nel 1129. … La facciata, di due piani, è fiancheggiata dalle torri, alte trentasette metri e mezzo. Il pronao è composto di tre arcate ogivale e vi si accede da un ampio terrazzo ornato da balaustre in pietra e terminate in tre gradinate marmoree. Il piano superiore della facciata si presenta diviso in due ordini di archi, che inquadrano il finestrone dal quale prenderà luce la navata centrale.  … Una grande Croce di mosaico dorato, incorniciata da marmo verde, interrompe a mezzo il secondo ordine di archi. Un terrazzo sovrasta il pronao: ad esso si accede dalle torri. …”

            Tanta fu l’importanza data a questa costruzione che a inaugurarla fu Umberto di Savoia, il 1° marzo 1928, assieme al Duca degli Abruzzi e altre personalità, compreso lo stesso progettista Vandone.

            Oggi, questa notevole costruzione è stata quasi interamente distrutta durante gli oltre vent’anni di guerra civile somala e rimangono i suoi ruderi che ricordano le dimensioni originarie dell’articolato complesso.  

Quando gli autobus andavano a legna…

Avendo messo mano a diversi progetti su edifici costruiti del periodo del Ventennio, per restaurarli o ristrutturarli, ho acquistato svariati testi pubblicati in quegli anni che descrivono materiali e tecniche costruttive. Mi trovo fra le mani un numero de “L’Illustrazione Italiana”, dell’aprile del ’38, dedicato interamente all’autarchia e, rileggendolo, scopro, con vivo stupore, che per un certo periodo alcuni automezzi erano alimentati a legna o carbone.

Infatti, in un lungo articolo a firma del prof. Mario Ferraguti, che ai tempi era il Presidente dell’Istituto di Frutticoltura e di Elettrogenetica la cui sede era Roma, si legge il suo resoconto che in parte riporto perché ricco di spunti e considerazioni: “… reduce dal Giro d’Europa, …, misuravo i battiti del mio cuore in tumulto su quelli della mia vecchia alfa a gasogeno, che dopo settemila chilometri di corsa ininterrotta attraverso dieci Stati, non perdeva un colpo alimentata dal carbone di legna italiano e scandiva il suo ritmo musicale con una regolarità che non aveva ami avuta nemmeno quando, nuovissima, funzionava con quel liquido maleolente che costituì la ragion prima di molte guerre e di molte rovine, …”.

Nel testo anche il commento di Guglielmo Marconi che, due anni prima, 1936, collaudò lo stesso mezzo e concluse la prova con queste parole: “È naturale: a carbone si va meglio che a benzina perché il carbone nel gasogeno sviluppa gas, mentre la benzina, nel carburatore, riesce soltanto a nebulizzarsi in un pulviscolo ben lontano dall’avere la stabilità del gas e, quindi, incapace di bruciare in modo così perfetto come brucia il gas di carbone. …

Il Ferraguti prosegue poi specificando che nel suo viaggio aveva consumato solo 954 kg di carbone italiano per un valore di 190 lire, mentre la macchina di scorta e di controllo, che era al seguito, aveva consumato tremila lire di benzina straniera: tre centesimi al km per il carbone contro i 50 della benzina.

Dalla sperimentazione all’uso corrente tanto che il “gassogeno a legna” fu adottato dall’ATAG di Roma (l’immagine pubblicata si riferisce a uno di questi mezzi, dal 1934 al 1944) e da altre società per i mezzi di trasporto pubblico in altre città d’Italia.