Rocca delle Caminate 1943-1944

Rocca delle Caminate è un castello a cavaliere della collina tra la vallata del Rabbi e quella del Ronco, la cui storia ultramillenaria è ancora tutta da scrivere. Dista da Forlì una quindicina di chilometri, ma si raggiunge anche da Predappio, o da Meldola, percorrendo, da entrambi i lati, più o meno sei chilometri.

Se dell’antico maniero sono facilmente reperibili le vicende che recentemente nel 2016 hanno visto concludersi il suo restauro per permetterne il riutilizzo quale polo di ricerca universitario, dotato anche di una foresteria e alcune sale conferenze, non altrettanto di facile acquisizione, invece, sono le notizie di cosa accadde al castello dopo la caduta del fascismo.

Va premesso che la Rocca divenne particolarmente nota perché donata da un apposito comitato a Benito Mussolini il quale, terminati i restauri nel 1928, l’utilizzò come residenza estiva per la sua famiglia ma, anche, come sede di rappresentanza per incontri politici o conviviali con alte personalità, pure straniere, non ultimo Re Vittorio Emanuele III nel ’38.

Probabilmente, l’ultimo incontro a carattere politico avvenuto nel castello fu quello fra Benito Mussolini e il vicepremier romeno Mihai Antonescu, promosso su iniziativa di Giuseppe Bastianini, presente all’incontro, nel tentativo di creare un fronte compatto con gli alleati minori, Ungheria e Romania, appunto, nei confronti di Hitler. La riunione avvenne l’1 luglio 1943, così nell’Opera Omnia, ed è ampiamente documentata dalle immagini fotografiche, oltre sessanta, che sono facilmente consultabili nell’archivio on-line dell’Istituto Luce.

Al tempo, la proprietà del parco e del castello era di Rachele Guidi, moglie di Mussolini, per tutti Donna Rachele, perché “acquistati” dal marito nel 1932 assieme alla chiesetta, tuttora esistente, posta a fianco dell’oramai ex Caserma dei Carabinieri, questi ultimi poco fuori le mura di cinta, sul lato che guarda Predappio.

Nella notte fra il 24 e 25 luglio 1943 gli appartenenti al Gran Consiglio del Fascismo votarono l’ordine del giorno che, sconfessando Benito Mussolini quale Capo del Governo, segnò la fine del fascismo stesso ad opera dei suoi  gerarchi. Mussolini fu poi arrestato, Re Vittorio Emanuele III si defilò e il governo dell’Italia fu consegnato al Maresciallo Pietro Badoglio che nei suoi primi quarantacinque giorni di mandato approdò alla firma dell’armistizio l’8 settembre 1943.

Cosa successe all’indomani a Rocca delle Caminate?

Nulla, non fu occupata né tantomeno saccheggiata, come alcuni, invece, hanno scritto, ma rimase nelle ferme mani di Donna Rachele, perdipiù presidiata da un corpo speciale dei Carabinieri di stanza proprio nella suddetta caserma attigua.

Il 12 settembre ’43 Mussolini fu liberato rocambolescamente da un’unità di paracadutisti tedeschi dalla sua prigionia a Campo Imperatore, nel Gran Sasso, e il 18 successivo annunciò via Radio Monaco di voler procedere alla costituzione di un nuovo governo, cosa che nei fatti avvenne. La prima riunione del Consiglio dei Ministri del neo-proclamato Governo Fascista Repubblicano, poi Repubblica Sociale Italiana o Repubblica di Salò, avvenne il 23 settembre ’43, giovedì, nella sede dell’Ambasciata di Germania a Roma e non, come riportato da tanti, a Rocca delle Caminate: la fonte documentale che lo attesta sono i verbali delle sedute dell’R.S.I., pubblicati dall’Archivio Centrale dello Stato di Roma nel 2002 e resi, di recente, disponibili on-line in forma digitalizzata. Nel primo verbale citato, nel quale sono sommariamente elencate le direttive programmatiche del nuovo governo, si legge la necessità di trasferire i ministeri in Alta Italia per evitare che la città eterna potesse essere oggetto di bombardamenti, finalità concretizzatasi con la scelta della sconosciuta Salò; ancora, al quarto punto del verbale, l’indicazione che Mussolini, non presente alla seduta, intendesse ricevere i membri del Governo a Rocca delle Caminate, ma non ho conferma se ciò sia avvenuto o meno perché non ho reperito documenti o informazioni che lo attestino.

Altri documenti interessanti aiutano, invece, a ripercorrere le vicende del castello nel periodo ’43 – ’44 e sono stati rintracciati recentemente all’Archivio di Stato di Forlì*: uno di questi, datato 1944, racconta che su “… richiesta dei famigliari del Duce in seguito a consiglio del Comando Germanico di Predappio. …”la rocca doveva essere mimetizzata e, nei fatti, fu fatta richiesta d’istruzioni direttamente al Ministero degli Interni per accedere al finanziamento delle previste opere cui seguì l’autorizzazione a procedere.

Il preventivo di spesa fu richiesto alla ditta “…locale…”di Mario Camporesi, “…pittore e decoratore…”, che aveva previsto di mimetizzare il “… Castello di Rocca delle Caminate, con tinteggiatura a calce a colori a base di ossido di ferro e relativo fissaggio con silicato. Oltre ai tetti e terrazze del Castello si dovrà mimetizzare il muro di cinta recentemente costruito con muratura di mattoni a faccia vista lungo tutto il perimetro del parco annesso al Castello, per lo sviluppo di ml. 1300. …”.

Seguendo le “… istruzioni date dalle Superiori Autorità. …”fu deciso, invece, di mimetizzare “… anche le pareti esterne ed interne dei muraglioni di cita del Castello vero e proprio sono state, per ordine superiore, mimetizzate. Inoltre sono stati mimetizzati i tetti e le pareti della chiesina, della caserma Guardia del Duce, del portale ovest, della Casa del custode, del pollaio, della Casa Armando che non erano state preventivate. … (documento del 10 maggio 1944)

Il consuntivo dei lavori, verbalizzato dagli uffici del Genio Civile forlivese a firma degl’ingegneri Sesto Baccarini e Leopoldo Taccheri, riporta la data del 4 luglio 1944, unitamente al timbro con il logo della R.S.I.

Queste brevi notizie dimostrano come, nonostante la caduta del fascismo, il castello fosse rimasto sotto il controllo della famiglia Mussolini, condizione questa confermata da un altro documento, reperito sempre in Archivio, datato 27 luglio 1944, col quale il Comandante del Battaglione “M” Guardia del Duce(così fu rinominato il Comando di stanza alla caserma di Rocca delle Caminate), informa il Capo della Provincia di Forlì che il 25 luglio (1944)“… aerei nemici hanno lanciato … nell’interno della Rocca delle Caminate – parco – uno spezzone incendiario che fortunatamente non ha preso fuoco. …”. Nello stesso comunicato il comandante aveva “… fatto interessare Donna Rachele Mussolini affinché invii a questo Comando le chiavi del castello, in modo che si possa intervenire in caso d’incendio nell’interno del castello…”: tutto questo, dunque, a riprova che i referenti erano ancora i Mussolini.

Lo stesso giorno, però, il Governo Bonomi emanò il decreto n. 159 (27 luglio 1944)Sanzioni contro il fascismo, che, prescrivendo pure il sequestro dei beni, posseduti dai fascisti e dai loro parenti, nell’ottobre dello stesso anno confiscò anche Rocca delle Caminate con atto, però, improprio, salvo poi restituirla a breve.

Pochi mesi dopo i polacchi, primi fra tutti, liberarono Predappio ed entrarono anche nel castello dove secondo alcune, pur se scarne, testimonianze era contenuto ancora molto materiale, innanzitutto la libreria di Benito Mussolini nella “stanza dei cimeli” , vandalizzata e saccheggiata pure negli anni a seguire.

Ancora oggi, alcuni ormai attempati predappiesi ricordano di essere stati, nei primi anni ’50, all’interno della Rocca delle Camminate e di aver camminato, da bambini, sulla moltitudine di libri riversi a terra e che alcuni, nell’occasione, strappavano dagl’album fotografici, o dai libri, le preziose copertine in cuoio per farne dei sandali…

Molto fu distrutto e disperso ma molto di quanto fu trafugato è ancora riposto in tanti secretati armadi o cantine o soffitte, forse volutamente dimenticato…

(*Archivio di Stato Forlì-Cesena, fondo Prefettura, Gabinetto riservato, b. 392)

Società Anonima Orsi Mangelli – Seta Artificiale, Forlì…


Per chi la ricorda, sempre e solo, “La Mangelli”…

Forlì fra la fine dell’ottocento e i primi del novecento fu una delle prime città più industrializzate d’Italia e molto fiorente era il mercato dei “bachi da seta” perché dalle nostre parti cresce facilmente il gelso le cui foglie ne sono il principale nutrimento. Di conseguenza, si svilupparono le filande fra cui la Maiani, ancora la Bonavita per la lavorazione dei feltri e, in ultimo, la S.A. Orsi Mangelli che iniziò a sorgere nel 1925 per volontà dei Conti Raffaele e Paolo Orsi Mangelli. Progettata e immaginata per la filatura della seta artificiale, lo stabilimento fu condotto a termine dalla Ditta Zezi e Zonati di Milano, una delle imprese più specializzate in Europa in questo ramo tessile, che lasciò il preposto sig. Carlo Galletti per avviarne e seguire l’impianto.

Immaginata per produrre giornalmente circa 1.500 kg in media di seta giornaliera ai tempi era considerata la migliore sul mercato e la superficie occupata dai fabbricati, di cui molti a due piani, era di 14.000 mq. e già studiati per rendere possibile l’ampliamento dei medesimi in caso di raddoppio della produzione. Dalle cronache del tempo si legge che gli stabilimenti furono realizzati dall’attigua forlivese Ditta Benini Cav. Ettore e che il progettista capo, ing. Vincenzo Lami, dovette superare non poche difficoltà perché alcuni solai furono sottoposti a sforzi variabili dai 2.500 kg. ai 7.500 kg. per mq.

La palazzina uffici, realizzata anch’essa dalla Benini, dal prospetto simmetrico e curato, tuttora esistente, è caratterizzata da un portale di accesso centrale, dove un tempo passavano i binari per il commercio su ferro dei materiali da lavorare e lavorati, innestandosi nelle vicinanze della nuova stazione sulle arterie principali ferroviarie.

Sorta per produrre la seta artificiale chiamata rayon, o raion, nel 1929 la Orsi Mangelli costituì insieme a partner belgi la SIDAC, Società Italiana Di Applicazione della Cellulosa per produrre carta trasparente viscosa chiamata cellofane, per contrastare l’americano nylon

La società cambia denominazione nel 1934 e diviene la Società Azionaria Orsi Mangelli (SAOM) e continua ad ampliarsi.

“La Mangelli” però, crebbe nel tempo quasi a dismisura tanto da occupare un intero quartiere per una superficie di circa 6 ettari e circa 2.000 operai; ma perché questo avvenne proprio a Forlì e sulla base di quali condizioni?

Quando fu fortemente incentivata la produzione autarchica nazionale, nel dicembre del 1936 fu organizzato a Forlì il I° Convegno Nazionale delle Fibre Tessili con la conseguente prima Mostra Nazionale delle Fibre Tessili cui partecipò il Segretario del Partito Achille Starace, Presidente del Convegno, il Ministro Rossoni e tantissimi altri provenienti da tutta Italia. Fu quindi a Forlì che si decisero, in una due giorni molto intensa, le direttive nazionali per incrementare e la produzione e l’utilizzo delle fibre tessili naturali e artificiali italiane come anche il cercare di eliminare l’importazione della cellulosa dalla Germania, in particolare, e aumentare la piantumazione dei pioppeti, che la producono, alla ricerca dell’autonomia produttiva dell’intero ciclo.

La mostra, allestita all’Istituto Sperimentale di Agraria “Arnaldo Mussolini” in Piazzale della Vittoria, vide esposti i campioni dei più variegati filati dalle sete, alle jute, ai cotoni, alle canape, ai lini, ai filati ottenuti dalle ginestre oltre a tutti quelli di tipo artificiale e misto fra lane e fiocchi di rayon e altro. Una parte dedicata ai nuovi macchinari fra cui la prima macchina italiana per la sgranatura del fiocco di cotone e, altre, dedicate alle stoffe per l’Aeronautica che vedono soppiantato il lino per la canapa.

Sul finire dello stesso anno la mostra fu visitata anche da Mussolini che, ricevuto un contributo a favore dell’Impero, destinò £. 50.000 per la costituzione di un Ente per il Tessile Nazionale, cui si unì il contributo di altre £. 50.000 da parte del Conte Paolo Orsi Mangelli; l’ente fu effettivamente istituito con R.d.L. n° 1057 del 24 aprile 1937 e la sede scelta fu Roma, non Forlì, e denominato, appunto, Ente del Tessile Nazionale.

L’Orsi Mangelli entra in crisi nei primi anni ’40 a causa della carenza di materie prime ma si riprese nel dopoguerra poiché non fu colpita dai bombardamenti del ’44 ma, ancora, nel 1949 inciampò nella scia di scioperi ed agitazioni del forlivese e cesenate ed essendo gli impianti a ciclo continuo ciò procurò particolari danni e disagi. Con alti a bassi, crisi e chiusure parziali, la produzione continuò fino al 1993 per poi chiudere definitivamente e nel 1999 tutta l’area fu inserita in un programma di riqualificazione che prevedeva la demolizione dell’intero complesso produttivo con l’accordo di conservare la palazzina uffici, alcuni fabbricati e la ciminiera.

Di tutta questa storia, della ricerca che riempie pagine leggendarie nell’evoluzione dei filati e dei suoi derivati rimane sì, la palazzina, brandelli del muro perimetrale in confine con viale della libertà dell’ex Cantiere Benini e l’imbarazzante ciminiera brutalmente capitozzata che, nonostante che nel protocollo d’intesa dovesse essere salvata, si mostra oggi al centro di uno spazio pubblico senza storia e memoria e che appare più un soggetto metafisico di De Chirico che altro.

Per chi lo ricorda, Forlì fu spesso pervasa dal mefitico afrore dovuto alla produzione dell’acido solforico iniziato in pieno conflitto mondiale nell’Orsi Mangelli, continuato negli anni del dopoguerra tanto che anch’io lo ricordo, ma la scelta di radere al suolo tutto lasciando a memoria una squallida e tranciata ciminiera la ritengo una scelta eccessiva. Cancellare la memoria è uno degli obiettivi operati da chi vuole ideologicamente e forzatamente occupare, per sostituzione culturale, un luogo e, quindi, una popolazione, senza voler fare i conti con la sua storia…

Il muro mutilato – Forlì, Viale della Libertà

Rientrando da un breve soggiorno fuori città, sceso dal treno alla stazione di Forlì, mi sono tornati in mente i concetti espressi dal filosofo Niklas Luhmann il quale riteneva che le antiche porte di accesso alle città fortificate medioevali oggi esistono ancora ma sono state sotituite dalle stazioni ferroviarie, dai porti e dagli aeroporti. Oggi ho avuto la percezione che il concetto possa essere condivisibile anche perché essendo tornato a casa a piedi dalla stazione, ho provato l’esperienza di chi arriva in treno a Forlì e passeggia per raggiungere la sua meta. Conosco abbastanza bene la mia città, ma cercando di fare un salto quantico temporale, sono tornato ai tempi della mia tesi di laurea, quando ho iniziato a scoprirla avendo come tema la sua forma urbana e, in particolare, il suo asse di ribaltamento quale fulcro della sua espansione che è rappresentato proprio dal Viale della Libertà che oggi, in parte, ho percorso a piedi.

Così, costeggiando il lato destro del viale, sono passato a fianco di quello che è rimasto del muro che segnava il confine fra la ditta Ettore Benini, impresa fondata nel 1898 fra le prime a credere nella validità del cemento armato, e il suddetto viale.

Circa un decennio fa il muro era integro, lo ricordo bene, anche se degradato, poi, nel complessivo progetto dei “Portici”, qualcuno ha deciso di demolirne una parte e restaurarne un’altra. Il muro, però, nella sua completezza, era parte integrante del progetto dell’intero viale perché voluto e realizzato per occultare al visitatore che arrivasse in treno a Forlì l’area del Cantiere Benini e, non a caso, fu progettato con particolare cura e perizia. Le prove sono contenute nelle tavole originali e tutta la documentazione è depositata all’Archivio di Stato (di cui si pubblica un estratto della prospettiva); il progetto è datato maggio 1931, a firma del Cav. Ettore Benini in persona, in cui si notano i dettagli compositivi, le riquadrature, la scansione dei pieni e dei vuoti e le finiture di coronamento. Facile constatare che in fase esecutiva decisero di valorizzare maggiormente la soluzione d’angolo realizzando un altro accesso, sovrastato, nel portale, dalla scritta ETTORE BENINI (fotografie del tempo dimostrano che la scritta era chiara su fondo scuro, diversamente da come è stata restaurata, ma questo è un dettaglio).

Per quanto sopra, ho sempre pensato che la parziale demolizione del rimasto muro sia stata una mutilazione antistorica e lontana dai crismi dettati dalle regole del restauro ma, tant’è, oggi il fatto è irrimediabile, e credo si sia perso un piccolo pezzo di storia del Viale.

Al di là che ciò possa essere essere condiviso o meno, oggi, passeggiando, ho constatato che la demolizione di buona parte del citato muro rende evidente uno scenario di incompiutezza e di abbandono perché nell’intero isolato si respira aria di trascuratezza dovuta al fatto che i lavori non si sono compiuti e l’intero progetto non ha raggiunto gli obbiettivi immaginati nell’idea generatrice che lo ha poi voluto e creato.

Col senno di poi, constatati i fatti, sarebbe forse stato meglio mantenere l’intero muro per far sì che l’eventuale “viaggaitore errante” entrando dalla “nuova porta della città” incontri il triste biglietto da visita che è, oggi, il progetto dell’area dei Portici con il suo muro mutilato.

Colonna dell’Ospitalità a Bertinoro…

O Brettinoro, ché non fuggi via…”; così apriva il capoverso della terzina scritta dal sommo poeta nel XIV canto del Purgatorio allorché incontrò Guido del Duca e Rinieri da Calboli nella seconda cornice degli invidiosi, sorpresi a parlottare fra loro. 

La citata località è poi risultata rinomata e conosciuta tanto da essere frequentata anche da numerosi stranieri; da Bertinoro si godono paesaggi e viste meravigliose così da meritare l’appellativo di “Terrazzo della Romagna” come, anche, la “Città del Vino” ma, soprattutto, “Città dell’Ospitalità”. Infatti, la leggenda narra che i bertinoresi fossero così ospitali da “litigarsi” i pellegrini che vi giungevano tanto da dover ricorre a un espediente per metter fine a questa querelle e Guido del Duca, giudice dal 1212 al 1218 a Bertinoro,  e Arrigo Mainardi decisero di erigere una colonna nella centrale piazza del paese con dodici anelli corrispondenti alle famiglie nobili che al tempo l’abitavano; così, il pellegrino che vi giungeva e legava il suo bastone o la sua cavalcatura ad un anello della colonna, veniva ospitato dalla famiglia che rappresentata.

La colonna è divenuta, così, nei secoli, il simbolo stesso di Bertinoro e tuttora ne rappresenta l’icona più evidente essendo presente nel gonfalone comunale e si è meritata diversi appellativi quali “Colonna degli Anelli”, “Colonna delle Anelle” e, più corretto, “Colonna dell’Ospitalità” visto che il motto del comune è hospitalitatis monumentum.

Avvicinandoci ai giorni nostri, nell’immaginario collettivo forse poetico il pensare che la colonna oggi presente sia la stessa posata nel medioevo ma, nei fatti, non è così.

Alcuni affermano che l’originaria colonna fu rimossa nel 1570, senza però citare la fonte ma, tant’è, effettivamente, immagini fotografiche dei primi del ‘900 confermano la sua mancata presenza. A conferma della sua precedente esistenza vi erano poche e frammentarie fonti documentali fra le quali una tela del pittore forlivese Antonio Zambianchi che verso la metà del ‘700 fu invitato dal Governatore e dal Consiglio degli Anziani a decorare la Sala della Fama del trecentesco Palazzo Ordelaffi, sede comunale, ritraendo sei tele celebrative della memoria storica di Bertinoro. Prova delle sua esistenza risiedevano, anche, nella tradizione popolare oltre a cenni di poeti e prosatori come anche in stemmi e sigilli ma il fatto che non ci fosse più ne mise in dubbio la veridicità storica tanto da rischiare di perdersi nel dimenticatoio.

Fu un illustre studioso, Paolo Amaducci, bertinorese allievo a Bologna del Carducci, noto per i suoi studi danteschi anche fuori della Romagna oltre ai contributi su Guido del Duca che né ricostruì una preziosa biografica, che trovò documenti d’archivio tali da confermare l’esistenza della famosa colonna come anche le sue fattezze.

Così, il 5 settembre 1926, alla presenza delle autorità, dei politici, dello stesso Amaducci, oratore principale, e una folta presenza di pubblico, fu inaugurata la ricostruita colonna “dov’era e com’era” e da allora a Bertinoro si festeggia la ricorrenza settembrina rimembrando la nota ospitalità romagnola.

Altre opere modificarono l’immagine della piazza bertinorese che nel 1934 vide il restauro del trecentesco Palazzo Ordelaffi modificandone le fattezze estetiche, assieme alla torre dell’orologio, per riportarlo a remote vestigia trecentesche, come lo possiamo ammirare anche ai giorni nostri.

Un restauro sconosciuto su un’opera del Palmezzano…

Senza ombra di dubbio la basilica di San Mercuriale è il monumento più noto e antico della città di Forlì e sorta sulle ceneri del primogenio edificio dedicato a Santo Stefano distrutto da un incendio nel 1173.

Riedifcata l’abbazia sullo stesso sedime, in stile romanico lombardo, i lavori terminarono nel 1181 e videro una nuova fabbrica costituita da tre navate con un’ampia cripta, il protiro di facciata, tipico elemento romanico ma successivamente rimosso, e l’imponente campanile che tuttora troneggia maestoso.

Nel tempo furono apportate alcune modifiche e una di queste fu l’aggiunta di alcune cappelle laterali fra cui la Cappella Ferri (anche Dei Ferri o dè Ferri), nel primo decennio del ‘500, cui si accede attraversando un portale in pietra d’Istria finemente lavorato dall’artista Jacopo Veneto nel 1536.

La cappella custodisce un’importante dossale costituito dall’immagine dell’Immacolata concezione con i Santi Agostino, Anselmo e Stefano e, nella lunetta, la Resurrezione, opera di Marco Palmezzano, sapiente allievo del più noto Melozzo da Forlì (Melozzo di Giuliano degli Ambrosi). Opera che appartiene al periodo della piena maturità dell’artista, realizzata fra il 1509 e il 1510, e che, fatto poco noto se non sconosciuto, fu successivamente manipolata sostituendo alla figura di Sant’Anselmo quella di San Barbaziano. 

La notizia del successivo restauro che riportò la pala alle sue fattezze originali si ha sfogliando il mensile del TCI del giugno 1937*, che resocontando di alcuni restauri eseguiti in Emilia Romagna riporta la rara, fors’anche unica, immagine del dipinto prima e dopo l’intervento di ripristino. Citando l’articolo della rivista “… il restauro fece scomparire San Barbaziano in pianeta e comparire San Ruffillo in piviale, avvenimenti non nuovi nella storia dei restauri e neppure nella esperienza popolare, che creò il proverbio: I Santi nuovi scacciano i vecchi. …”.

Studi recenti hanno poi aggiustato il tiro attribuendo la figura centrale non a San Ruffillo ma a Sant’Anselmo cui rimandano le pagine del libro posto ai suoi piedi.

Nello stesso quadro, nel paesaggio in sfondo, considerato uno dei migliori dell’artista, una realistica visione della città di Forlì, omaggio al luogo che ne vide i natali.

Il restauro dell’opera del Palmezzano fu eseguito in vista dell’imponente mostra organizzata sul Melozzo e il Quattrocento forlivese inaugurata l’8 giugno 1938 dal Re Vittorio Emanuele III e allestita nell’attuale Pinacoteca cittadina.

(*Touring Club Italiano, Le Vie d’Italia, anno XLIII n. 6, Giugno 1937, p. 397)


Duomo di Milano

Il Duomo di Milano rappresenta l’icona indiscussa della città ed è meta di turisti provenienti da tutto il mondo che di buon grado si avventurano sin sulla sua copertura per osservare la città dall’alto e per gustarne il variopinto skyline. A ciò si aggiunge il fatto di poter avvicinarsi il più possibile alla famosa Madonnina che dal 1774 troneggia sulla cima della guglia maggiore.

Punto di riferimento di ogni buon milanese, la Madonnina nacque dalla collaborazione dello scultore Giuseppe Perego e dell’orafo Giuseppe Bini.

Sta il fatto che il monumentale duomo vide il suo completamento quasi cinquecento anni dopo la sua ideazione che avvenne per opera dell’arcivescovo Antonio da Saluzzo sul finire del 1386.

Fu Gian Galeazzo Visconti, Signore di Milano, che nel 1387 fondò la Veneranda Fabbrica del Duomo al fine di portare avanti i lavori che proseguirono con gli Sforza cui seguì la fase borrominiana.

La prima immagine pubblicata, tratta da una stampa realizzata in occasione dei funerali della Regina di Sardegna, del 1735, evidenzia come il duomo si presentasse, esternamente, particolarmente incompleto.

A seguire, un’immagine tratta da un disegno di G. Galliano del 1808 che rappresenta il duomo con vista di scorcio laterale e che ben illustra la guglia principale in cui possibile immaginare la presenza della Madonnina.

L’ultima immagine, tratta da una stampa del 1830, illustra la facciata principale del duomo completata con il complesso apparato di guglie e che corrisponde a quanto osservabile ancora ai giorni nostri. Da notare le facciate dei palazzi, a sinistra e a destra, che furono demoliti sul finire dell’ottocento per realizzare l’attuale forma rettangolare della piazza e per ampliarla.

(immagini tratte dal volume di G. Giulini, La piazza del duomo di Milano, Milano, 1927)

Esiste la Predappio d’Etiopia…

Iniziarono veramente i lavori per realizzare la Predappio d’Etiopia che, con molta probabilità, si interruppero a causa del secondo conflitto mondiale.

Facendo un breve passo indietro, forse il primo a raccontare che esisteva un progetto sviluppato per una, fantomatica, Predappio d’Etiopia fu nel 1999 il prof. Giuliano Gresleri che curò il brano “L’impossibile Predappio d’Etiopia” facente parte del catalogo della mostra “La città progettata: Forlì, Predappio, Castrocaro …”.

In realtà, parte del progetto sviluppato dall’architetto Amerigo Bandiera nel 1938, è stato effettivamente realizzato esattamente come descritto in un articolo de “Il Resto del Carlino” del 24 febbraio 1938, “… Davanti al cantiere n° 5 di Dabat, a ridosso di un bellissimo ponte, è una leggera collina sulla quale verrà costruito, in omaggio al fondatore dell’Impero, il primo centro abitato di “Romagna d’Etiopia” e cioè “Predappio d’Etiopia” che avrà la sua sua chiesa per onorare la Madre del Duce”.

E così, senza necessariamente approdre in Etiopia, incrociando varie fonti documentali con il navigare nelle immagini satellitari,  è possibile individuare a nord-est di Dabat, in Etiopia, appunto, l’impianto di un piccolo abitato dal perimetro ben leggibile a forma di semicerchio, come facilmente individuabile nell’immagine pubblicata (l’immagine è del 2016, pochi anni fa), con una serie di edifici disposti ordinatamente. E’ la Predappio d’Etiopia per quel poco che fu realizzato e che corrisponde perfettamente a quanto progettato dall’arch. Bandiera e di cui publbichiamo un inedito bozzetto a matita (Archivio Centrale dello Stato, Roma) che rappresenta l’impianto della Predappio d’Etiopia.

Per la cronaca, il Ministero dell’Africa Italiana, per promuovere la colinizzazione demografica in Etiopia, costituì gli enti “Romagna d’Etiopia”, nel territorio Amara dello Uogherà; “Veneto d’Etiopia”, nel territorio dei Galla e Sidama del Gimma; “Puglia d’Etiopia” in Harar.

In particolare l’ente di colonizzazione destinato ai romagnoli, ma non solo, fu costituito con R.D.L. n. 2300 del 6 dicembre 1937 e una solenne cerimonia svoltasi a Predappio il 22 marzo 1938 accompagnò la partenza del primo gruppo di coloni che si imbarcò da Napoli tre giorni dopo.

Presidente dell’ente di colonizzazione il forlivese ing. Arnaldo Fuzzi, dal 1938 al 1940 quando partì volontario prendendo parte alla seconda guerra mondiale mentre il Direttore Generale fu il riminese Guido Maria Savini il quale tenne particolari rapporti epistolari con l’arch. Amerigo Bandiera tanto che fu lui ad invitarlo a sviluppare il progetto della Predappio d’Etiopia (cartegggi conservati all’Archivvio Centrale dello Stato)…

Forlì… Piazza Aurelio Saffi… alcuni palazzi…

La piazza principale forlivese, dedicata al noto politico Aurelio Saffi, è disegnata dai perimetri delle fronti di una numerosa serie di palazzi, quasi tutti porticati, costruiti, realizzati e modificati in epoche diverse e frastagliate…

Dei quattro lati, irregolari e sgembi, forse il più curioso ed enigmatico è il lato posto a Sud-Ovest, costituito da una serie di palazzi costruiti in epoche diversi e in stili diamentralmente lontani ma, condividendo un lineare impatto volumetrico d’insieme, ben si armonizzano l’uno all’altro.

Sta il fatto che detto lato, ai primi del novecento, era formato da quattro palazzi che in sequenza erano il Palazzo del Podestà, in angolo Rialto, palazzo Albertini, elevato sulla base di tre campate porticate, palazzo Reggiani, elevato su due campate porticate, e palazzo Talenti-Framonti, poi noto come sede della Cassa dei Risparmi, poggiante su  otto arcate porticate.

La prima immagine postata, tratta da una cartolina postale databile al 1920, ben li rappresenta in sequenza e la silenziosa presenza del dimenticato palazzo Reggiani, fra il Talenti-Framonti e l’Albertini, si nota vistosamente come anche nella seconda immagine pubblicata, databile al 1927.

Noto il fatto che a partire dai primi anni ’20 del novecento la piazza fu oggetto di particolari attenzioni tanto che uno dei progetti a riguardo interessò palazzo Albertini coinvolgendo anche l’anonimo palazzo Reggiani per mano dell’arch. Luigi Corsini, Soprintendente alll’Arte Mediovale e Moderna dell’Emilia Romagna, che uniformò il prospetto e gli ambienti interni restituendo l’mmagine, nei fatti, di un unico palazzo, nell’intento di costituirne una Casa del Fascio o Palazzo del Littorio che dir si voglia…

Dell’esistenza di palazzo Reggiani in Piazza Saffi parla un articolo del settimanale Il Popolo di Romagana, nell’aprile del 1935, che pubblicò anche una ipotetica ricostruzione delle sue antiche fattezze, su disegno di G. Bargossi, su cui si esprimono personali dubbi sulla sua probanza ma indubbiamente interessante per l’apporto provocato ad una corretta ricostruzione dei reali fatti…

Carbonia, 18 dicembre 1938…

Apprezzabile e condivisibile, a mio modesto avviso, l’iniziativa avviata dal Comune di Carbonia, in Sardegna, per festeggiare gli ottant’anni della sua inagurazione, come nuova città di fondazione, avvenuta il 18 dicembre 1938 alla presenza di Benito Mussolini. 

La cerimonia di posa della prima pietra ebbe luogo il 9 giugno 1937 mentre con successivo R.D.L. n. 2189 del 5 novembre dello stesso anno fu sancita la nascita del nuovo comune che all’art. 1 decretava che:

“E’ costituito in provincia di Cagliari, con capoluogo nel villaggio minerario in località « Monte Fossone », il comune di « Carbonia », la cui circoscrizione comprende l’intero territorio del comune di Serbariu, nonchè Ie parti dei territori dei comuni di Gonnesa e di Iglesias, delimitate in conformità della pianta planimetrica che, vidimata, d’ordine Nostro, dal Ministro proponente, forma parte integrante del presente decreto.”

Lontano da giudizi e pregiudizi ideologici l’attuale Comune di Carbonia ha voluto così anche celebrare la figura del progettista della nuova città, costruita in soli trecento giorni, che fu l’arch. Cesare Valle, assieme all’amico arch. Ignazio Guidi, a cui successe l’arch. Eugenio Montuori per sviluppare il progetto di ampliamento della città, solo in parte realizzato. Si deve invece all’arch. Gustavo Pulitzer Finali il progetto del blocco di edifici che definisce la piazza principale di Carbonia costituenti il Teatro, il Dopolavoro e la Casa del Fascio.

Così descrisse i lavori in corso a Carbonia S. Ruinas, pubblicati nel 1939:

”… Il Direttore stende sul tavolo la pianta di Carbonia e rapido mi accenna i confini, tra Gonnessa e Serbariu a quindici chilometri di distanza, monte Rosmarino dov’è lacquedotto, riu Cannas e riu di Santu Milanu in corso di bonifica; e i nuovi aggregati urbani: Nuraxeddu colle sue mille e cinquecento anime, dove si lavorava una miniera che poi fu abbandonata per l’insostenibile concorrenza del carbone inglese. Ora un pozzo è nuovamente in attività. Sirai, Serbariu, che da comune è diventato frazione di Carbonia, e Flumentepido. L’estensione di Carbonia, due chilometri per quattro, supera gli ottocento ettari. Qui su monte Fossone, che è un lieve promontorio, il centro urbano: gli edifici pubblici, la chiesa, i negozi. Attorno, le case dei minatori divise in dieci lotti: duecentodieci case con quattro appartamenti ciascuno, indipendenti, e due o tremila metri di terra attorno da coltivare. Dieci alberghi, battezzati col nome delle vittorie africane, per gli operai scapoli: duecentoventi appartamenti. Le scuole, isolate, su un lieve monticello. Le palestre, lo spaccio aziendale. A primavera vi saranno seimila operai. … Nella zona di Serbariu, nettamente distinto dal centro urbano, il centro minerario, colle fabbriche, i magazzini, le laverie. …”

Adalberto Libera … piccola casa da pigione

L’architetto Adalberto Libera (1903-1963) è stato indubbiamente uno dei massimi esponenti del Razionalismo italiano tanto che nel 1927 entrò a far parte del milanese Gruppo 7 con Terragni, Pollini, Figini, Larco e Frette subentrando a Castagnoli e, al tempo, non era ancora laureato. Contribuì alla fondazione del M.I.A.R. (Movimento Italiano di Architettura Razionale) nel 1930 e fra le sue opere più famose possiamo citare la villa di Curzio Malaparte a Capri, opera conosciuta in tutto il mondo dell’architettura, come anche il Palazzo dei Congressi all’EUR di Roma, inizialmente E.42, ma anche per l’Edificio Postale romano in via Marmorata progettato assieme a De Renzi.

Poco noto se non sconosciuto, forse, un suo primissimo intervento romano in via San Basilio a Roma che riguardò la ristrutturazione di una “Piccola casa da pigione”, così titolava l’articolo apparso sulla rivista Architettura del 1933 pubblicando diverse immagini.

Nella breve nota di redazione che accompagna le foto della realizzazione, Marcello Piacentini descrisse così l’intervento:

“Presentiamo alcune fotografie di una piccola e modesta casa di abitazione, sita in Via S. Basilio in roma, rimodernata dall’arch. Adalberto Libera. Ci troviamo di fronte ad uno di quei tanti esempi di casette da pigione, con un piccolo appartamento per piano, povere internamente e esternamente, costruite con pochi mezzi, nella metà dell’ottocento nelle strette vie di Roma. La via diventa, con l’espandersi della città, centrale ed importante; la casa deve essere valorizzata.

Senza fronzoli o pretese, la piccola casetta, diventa, nella trasformazione dovuta all’arch. Libera, linda schietta, moderna; moderni ed appropriati materiali vengono adoperati per rivestirla all’esterno.

La nuova facciata si intona perfettamente all’ambiente mantenendo le sue linee modeste e semplici in  una elegante veste di lindore e chiarezza”.

In particolare il basamento è rivestito in travertino di Rapolano mentre le fasce orizzontali sono in travertino di Tivoli con le ringhiere dei terrazzi in ferro verniciato.

Peccato che oggi l’intervento dell’arch. Libera appaia anonimo e sbiadito…