Ti faccio vedere i sorci verdi

Espressione minacciosa, d’uso comune a Roma ma anche nel resto d’Italia, che prefigura l’avvio di un processo irto, difficoltoso e non senza sofferenze o, in forma più pittoresca, col significato di far vedere qualcosa di straordinario. Incerta l’origine della singolare espressione e di difficile attribuzione mentre un riferimento certo vola alla 205esima squadriglia da bombardamento della Regia Aeronautica, appartenete al XII° Stormo, che sulla fusoliera dei suoi trimotori Savoia Marchetti SM.79 aveva impresso il distintivo composto dal disegno di tre topini ritti sulle zampe posteriori nell’atto di conversare fra loro. 

Correva l’anno 1935 e con gli SM.79 si stabilirono alcuni primati internazionali di velocità seguiti l’anno successivo da altri primati; aereo dalle prestazioni eccezionali, molto manovrabile, solido e sicuro, nonostante fosse realizzato in struttura mista in metallo, legno e tela, era soprannominato lo Sparviero ma anche GobboGobbo maledetto dai nemici.

Nel 1937 gli SM.79 furono impiegati nella gara Istres-Damasco-Parigi aggiudicandosi l’intero podio, davanti a francesi e inglesi, ma l’impresa che renderà famosi “I sorci verdi”, come ormai erano chiamati, fu la transvolata Guidonia (Roma)-Rio De Janeiro del 1938. L’impresa non segnò record speciali ma aprì la strada verso un’aviazione commerciale dimostrando come un aereo di serie potesse trasvolare l’oceano per 10.000 km con un carico di 3.500 kg di merci o passeggeri senza modifiche o accorgimenti particolari. In questa trasvolata partecipò anche Bruno Mussolini, terzogenito di Benito e Rachele Guidi, col velivolo identificato I-BRUN, aviatore col grado di Ufficiale più volte insignito di medaglie al Valore.

Bruno, si sa, morì qualche anno dopo, nei cieli di Pisa, nell’agosto del 1941, collaudando un quadrimotore da bombardamento e, in sua memoria, gli fu intestato il completato Collegio Aeronautico di Forlì, straordinaria opera progettata dall’arch. Cesare Valle, inaugurato dallo stesso Benito Mussolini il 6 ottobre dello stesso anno.

Oggi, l’ormai ex Collegio Aeronautico, tuttora utilizzato come plesso scolastico, contiene ancora al suo interno il famoso ciclo della storia dell’aviazione, opera unica al mondo, realizzata a mosaico e che decora le pareti del quadrangolo che perimetra il cortile d’onore.

Opera realizzata su disegno del pittore viterbese Angelo Canevari, fu realizzata a Roma dalla ditta L. Rimassa utilizzando la tecnica indiretta a rovescio ovvero incollando le tessere sui cartoni forniti dal pittore per poi essere trasportati a Forlì e applicati a parete quasi fossero arazzi. Il mosaico è quasi interamente costituito da tessere in marmo bianco e nero con l’unica eccezione dei tre “sorci” che sono realizzati con tessere in marmo verde, a memoria della gloriosa squadriglia costituita dagli SM.79 di cui Bruno fece parte. L’immagine pubblicata è la fotografia del dettaglio dei tre sorci verdi del mosaico forlivese, realizzata dall’autore nel maggio di qualche anno fa…

Giuseppe Mengoni: l’architetto romagnolo che cambiò Milano

Ingresso della galleria Vittorio Emanuele II in una foto d’epoca

Milano non ha certo bisogno di essere presentata né tantomeno occorre sottolineare la sua centralità per quanto attiene il mondo della finanza, dell’industria, della moda, del design e della cultura in generale. La centralissima piazza del Duomo, poi, con il suo collegamento attraverso la famosa galleria Vittorio Emanuele II alla Piazza della Scala, è il baricentro della mondanità milanese e i frugali scatti dei passanti o visitatori occupano intere pagine sui social, nei notiziari e nei rotocalchi.

Ma, forse, non tutti sanno che questo crocevia di percorsi coperti con una superficie vetrata, ovvero la galleria Vittorio Emanuele II, fu progettata e diretta nell’esecuzione da un istrionico architetto romagnolo, per la precisione un imolese nato a Fontana Elice (ora Fontanelice), tal Giuseppe Mengoni. Poco nota la sua particolare vicenda professionale e, anche, la sua tragica dipartita dovuta alla caduta dalla sommità della galleria mentre stava compiendo un sopralluogo poco prima della sua inaugurazione, il 30 dicembre 1877.

Ripercorriamo, brevemente, le vicende di quest’architetto romagnolo che nacque, come detto, a Fontanelice, Imola, il 23 novembre 1829, poi trasferitosi a Bologna, nel 1847, per proseguire gli studi all’Accademia ma anche in fisica e matematica. Laureatosi nel 1851, viaggiò in Germania, Francia e Inghilterra soggiornando anche a Roma per poi iniziare le sue prime esperienze in campo architettonico e ingegneristico.

Il 1860 fu per l’Italia la data della svolta verso l’Unità d’Italia e allo stesso anno risale un concorso di idee indetto dal Municipio milanese, per riformare piazza del Duomo e connetterla con piazza della Scala, al fine di raccogliere proposte credibili e fattive. Dagli oltre settanta progetti una commissione appositamente istituita rielaborò ed estrapolò alcuni concetti informatori che costituirono le linee guida da iscrivere nel programma di un successivo concorso bandito nel 1861 aperto ai soli “cultori dell’arte”. L’ipotesi concorsuale prevedeva la completa demolizione di un intero quartiere a fianco del Duomo compreso il “coperto dei Figini” e l’isolato del Rebecchino per aprire una piazza rettangolare e collegare piazza della Scala. I quattro progetti finalisti praticabili furono: “Dante” del romagnolo Giuseppe Mengoni, “Ammirazione” del milanese Davide Pirovano”, “Alla nazione Italiana” del veneziano Paolo Urbani e “Temo e spero” del comasco Gaetano Martignoni. Non fu, però, proclamato nessun vincitore e nel febbraio del 1863 fu definita un’ulteriore fase concorsuale ristretta a soli tre professionisti e vinse il romagnolo architetto Mengoni, che al tempo aveva trentaquattro anni, perché miglior interprete dei desiderata del concorso. 

Così, la galleria che inizialmente prevedeva un solo braccio fu ampliata e rielaborata fino a giungere, nel settembre del 1864, alla sua soluzione finale con due assi principali ortogonali fra loro e uno spazio ottagonale nell’intersezione fra i due. La soluzione della copertura in ferro e vetro non era inedita a Milano ma l’ispirazione va ricercata a Parigi nella Galerie d’Orléans al Palais Royal o a Londra.

Avviata la procedura d’esproprio delle aree interessate e iniziata la demolizione degli edifici esistenti, il 7 marzo 1865 la cerimonia di posa della prima pietra e da quell’anno, fino al 1867, il cantiere vide la presenza di circa mille uomini in rappresentanza delle diverse specialità tra manovali, falegnami, fabbri, vetrai, scalpellini, stuccatori e decoratori oltre altri. Varie vicissitudini dovute a cambi nell’amministrazione, a problemi di tipo economico-finanziario, alla burocrazia e a questione legali, protrassero i lavori di oltre dieci anni fino al suo compimento nel dicembre del 1877. Fu, come accennato, a causa di un sopralluogo del Mengoni in cantiere che il 30 dicembre di quell’anno, che per controllare gli ultimi dettagli si arrampicò in copertura e, scivolando, cadde rovinosamente al suolo.

Non ancora cinquantenne, nel pieno della sua attività professionale, il romagnolo architetto Giuseppe Mengoni oltre alla straordinaria e ancora attuale galleria Vittorio Emanuele II, lascia opere quali il Palazzo Cassa di Risparmio a Bologna e il Mercato Centrale di San Lorenzo a Firenze, per citare i casi più noti.

Un forlivese dimenticato: Guido Agosti

Guido Agosto (1927)

Ho più volte sfogliato una rivista mensile che ho in ufficio, pubblicata nel 1927, ma mai mi ero soffermato sull’articolo titolato “Guido Agosti” perché a me, quel nome, non diceva proprio nulla e non lo associavo a niente di conosciuto. Caso ha voluto che, a differenza delle altre volte, scorrendo velocemente l’articolo, a metà colonna mi salta all’occhio il termine “romagnolo“; la mia attenzione si accende, la curiosità divampa e mi invita a leggere con più attenzione. 

Scopro che l’articolo parla non solo di un romagnolo ma, addirittura, di un forlivese e cito una frase dell’articolo perché ritengo sia degna di attenzione:

“… discorrevo giorni sono con un giovane pianista italiano (romagnolo: è nato a Forlì nel 1901) Guido Agosti, che su queste colonne vorrei presentare al pubblico, non come un ignoto, che si tenta di rilevare, bensì per domandare un’altra volta a quanti hanno profondo il culto della genialità italiana: è proprio necessario che un pianista sia nato a Berlino o a Varsavia, perché gli italiani gli concedano tutti i giorni tutta la fama che egli merita?…”

Purtroppo, la risposta alla domanda è “sì”, perché a Forlì di Guido Agosti c’è solo una traccia che è un anonimo stradello che collega via Ravegnana con via Cervese, nel quartiere dell’Ospedaletto.

Ma chi era Guido Agosti e perché meriterebbe di essere ricordato? Nato a Forlì l’11 agosto 1901, a soli sei anni Ignazio Mastrilli, musicista e compositore, lo inizia al pianoforte riconoscendone le doti dell’enfant prodige tanto che un anno dopo lo lancia già al pubblico in vari concerti. Ma, l’Agosti, descritto come schivo e distante dall’apparire per rincorrere il successo, nel 1911 s’iscrive al Liceo Musicale di Bologna sotto la guida sapiente dei Maestri Filippo Ivaldi e Bruno Mugellini.

Tredicenne ottiene il diploma di pianista a pieni voti con lode e il plauso speciale di Ferruccio Busoni, allora direttore del Liceo Musicale bolognese, che gli volle assegnato il premio Mugellini. Cosa rara, l’applaudì anche il severo pubblico della Società del Quartetto Bolognese che poco concedeva, di solito, agli esordienti.

Non pago del diploma, continua a studiare composizione e, anche, contrappunto, seguito dal Maestro Giacomo Benvenuti ottenendo anche il diploma di Magistero.

Divenuto famoso concertista in Italia, è invitato all’estero più volte, a New York (anche al Metropolitan) e a Chicago ma anche in Messico.

Tra il 1933 e il 1949, oltre all’attività concertistica, per lo più come solista, insegnò nei conservatori di Venezia, Roma e Milano. Dopo la seconda guerra mondiale è in cattedra al Conservatorio di Santa Cecilia in Roma e all’Accademia Chigiana di Siena. Tenne inoltre corsi presso l’Accademia di Stato Franz Liszt di Weimar, l’Accademia Sibelius di Helsinki e la Julliard School di New York.

Membro della Royal Academy di Londra, nel 1976 diviene vicepresidente dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, carica che mantenne fino alla sua dipartita avvenuta il 2 giugno 1989 a Milano.

Musicista, compositore per musica per pianoforte e per orchestra, fu anche revisore di musiche antiche.

Nel 1977 la città di Forlì gli attribuì la Medaglia d’oro per meriti artistici ma, a quanto pare, rimase un episodio isolato e poi dimenticato.

Voci attendibili narrano che la vedova Agosti abbia donato alla Biblioteca di Forlì molto materiale posseduto dal Maestro fra i quali una consistente raccolta di libri, anche rari e preziosi, ma anche un suo busto.

Sarebbe interessante apprendere che qualcuno appartenente ai circoli culturali del forlivese o, meglio, la stessa Amministrazione Pubblica, prenda a mano il tema del nostro dimenticato Guido Agosti per rendergli degnamente merito con un percorso culturale volto alla sua riscoperta.

(l’immagine di Guido Agosti pubblicata è del 1927)

Rocca di Ravaldino o di Caterina Sforza?

Oggi l’unica rocca rimasta a Forlì è quella di Ravaldino, chiamata anche Rocca di Caterina Sforza (altri Rocca di Forlì), recentemente tornata alle cronache perché argomento trattato nella campagna elettorale per l’elezione del nuovo Sindaco. Infatti, da più parti, è stato evidenziato che la rocca forlivese è una di quelle, fra le tante in Romagna, che non ha visto dal dopoguerra a oggi una sua meritata valorizzazione e utilizzo tant’è che la parte storica soggiace in un limbo che attende da anni un suo risveglio. Tante le notizie sulla rocca e tante, anche, le discordanze fra le varie informazioni perché, a parte una recente tesi di laurea (2013), non ho trovato studi accreditati o pubblicati di recente.

Sfoglio qualche busta in Archivio di Stato, rileggo alcuni appunti degli storici che hanno scritto su Forlì e sulla rocca e già leggendo Emilio Rosetti si scopre che dal 1189 “… era Conte di Ravaldino certo Rainiero o Ranieri da Ravaldino, che fu sempre in guerra coi suoi vicini, e che diede luogo alla famiglia dei conti Rainieri, Ranieri o Rinieri di Ravaldino, …” da cui nacque la località Ravaldino, “… la quale ha dato il nome al Borgo Ravaldino ed alla porta Ravaldino (ora Aurelio Saffi) della città di Forlì. …”.

Ancora il Rosetti ricorda che a Forlì vi erano tre rocche “… che si trovano sulle mura bastionate degli Ordelaffi, l’una a Porta A. Saffi, già Ravaldino, l’altra a Porta Garibaldi, già Schiavonia, la terza a Porta San Pietro, ora Barriera Mazzini, esiste in buono stato solo la prima, che serve per carcere giudiziario. …”.

Così, gli storici hanno sempre chiamato la rocca col nome di Rocca di Ravaldino, così è tuttora, e il primo che la citò fu il cardinale Anglico che nella sua “Descriptio provinciae Romandiolae“, cita la “Roccha Ravaldini”, con un castellano e 15 famiglie, nella parte di città rivolta verso le colline. Ettore Casadei, altro storico e conoscitore dei luoghi romagnoli, nel 1928, riporta che il Cobelli la dice iniziata nel 1360 per opera del Card. Egidio Albornoz mentre il Marchesi la dice iniziata nel 1372 dal Card. Pietro Bituriciense e, ancora, il Rosetti la dice iniziata nel 1372 per ordini dell’Albornoz. Tutti concordano, però, che Pino Ordelaffi l’ampliò nelle fattezze simili alle attuali, incaricando l’arch. Giorgio Marchesi, detto Giorgio Fiorentino, e i lavori iniziarono nel 1471, o ’72, e si completarono nel 1481, o ’82 o ’83, sotto la signoria, però, di Girolamo Riario.

Assassinato il Riario nel 1488, la vedova Caterina Sforza riprese possesso della rocca con l’aiuto degli Sforza e i Bentivoglio e fu proclamato signore di Forlì Ottaviano, figlio di Girolamo Riario, sotto la tutela di Caterina, perché minorenne. Caterina, Signora di Forlì, decise di trasformare la rocca in sua residenza ampliandola e dotandola di giardini curati e preziosi, e questa nuova fabbrica fu da lei denominata il paradiso anche decorato con pitture, alcuni azzardano fossero ad opera del Melozzo, ma non si ha conferma alcuna.

La pace non durò a lungo perché Forlì fu invasa dal Valentino il 14 dicembre 1499 ma Caterina Sforza, soprannominata da allora la Tigre, si barricò nel mastio e resistette fino a cedere al continuato assedio di Cesare Borgia il 12 gennaio 1500.

Forlì fu inclusa nello Stato Pontificio e le fortificazioni, persa la loro funzione militare, furono adibite, a volte, a carceri e così per la Rocca di Ravaldino forlivese.

Sul finire dell’ottocento e primi del novecento furono edificati quattro padiglioni all’interno del giardino fortificato della rocca, atti a ospitare un maggior numero di detenuti oltre a realizzare spazi più consoni e moderni e la storica rocca fu, così, abbandonata. La prima immagine pubblicata è dei primi del ‘900 e sono ancora presenti le schermature alle finestre tipiche degli istituti di pena.

La rocca tornerà sotto i riflettori durante il fascismo tant’è che a metà degli anni ’20 inizia la richiesta dei forlivesi di poter entrare in possesso della rocca e inizia, allora, a chiamarsi anche di Caterina Sforza, come dimostrano i documenti d’archivio. 

Fu, infatti, nel periodo fascista che s’iniziò a valorizzare e pubblicizzare la figura di Caterina Sforza per la sua epica impresa di resistenza nei confronti dell’invasore ma, ancor di più, per le gesta del figlio, Giovanni dalle Bande Nere, perché Nicolò Machiavelli “… vide in lui incarnato il duce ideale dell’esercito che poteva far salva l’Italia dai Barbari. … (cit. E. Casadei)”.

La richiesta di entrare in possesso della Rocca di Ravaldino da parte del Comune di Forlì, dopo anni di insistenza, fu esaudita tant’è che fu emanato un apposito Regio Decreto Legge, il n. 1786 del 18 ottobre 1934 (pubblicato nella G.U. n.266 del 13 novembre 1934) che consta di due soli articoli e il secondo specifica che: “La cessione viene effettuata con l’obbligo da parte del Comune del restauro, della conservazione e della destinazione dell’immobile a scopi di pubblico interesse.”

Nonostante la pubblicazione di un bozzetto su “Il Popolo di Romagna” nell’aprile del 1935, nei fatti passarono alcuni anni prima di addivenire a un progetto di restauro vero e proprio perché intenzione del Comune fu di acquisire anche le aree esterne dell’antico fossato per far riaffluire l’acqua e ricostruire il ponte levatoio.

Fu l’allora Soprintendente di Bologna, arch. Corrado Capezzuoli, a sviluppare un progetto di restauro corposo e ambizioso, sul finire degli anni ’30, ma i lavori non iniziarono a causa del secondo conflitto mondiale. Capezzuoli sviluppò il progetto di restauro basandosi su planimetrie di metà ‘800, depositate anch’esse in archivio e di straordinario interesse, dove sono indicati tutti gli ambienti interni e la loro destinazione d’uso; negli stessi documenti è indicato che le carceri di Forlì erano dette “Il Maschio“.

Speriamo che venga riaperto il fasciolo della rocca e che si immagini un suo recupero e riuso prima che sia troppo tardi…

Il belvedere del Giardino Pio

Credo che per molti forlivesi, non più giovani come il sottoscritto, l’espressione “giardino pubblico” rimandi unicamente al parco presente in prossimità di Piazzale della Vittoria. Ricordo che da bambino ci andavo spesso, la domenica, a pattinare, poi a vedere gli animali ma anche a comprare dagli ambulanti i lupini; se ci si trovava con altri bambini, allora si giocava a “nascondino” o a “guardie e ladri”.

Recentemente, un triste fatto di cronaca ha riportato sui rotocalchi e sul web le immagini del belvedere del parco, ottenuto costruendo i sottostanti servizi igienici, lo spazio per il custode e gli attrezzi da giardinaggio.

Così mi è sorta la curiosità di cercare fra i materiali utilizzati per la mia tesi di laurea notizie del giardino pubblico che ora, però, si chiama Parco della Resistenza. Sfogliando varie carte, torno ai tempi della sua prima realizzazione, era il 1816, su progetto di Luigi Mirri, e il parco fu intitolato al Cardinale Ercole Consalvi, che umilmente rifiutò, così fu deciso di titolarlo a Papa Pio VII, Luigi Barnaba Chiaramonti, cesenate, e divenne il Giardino Pio; di questa titolazione si è persa la memoria e per tutti i forlivesi è sempre stato solo il Giardino Pubblico.

Rimanendo nel passato, sappiamo che nel 1819 l’ing. Giuseppe Missirini propose un nuovo ingresso al giardino, realizzato nel 1820, costituito da una cancellata sorretta da quattro pilastri terminati con sculture di teste femminili sormontate da vasi di fiori, dello scultore F. Mori, questi ultimi distrutti, purtroppo, nel secondo dopoguerra.

Fu nel 1828 che l’ingegnere comunale Giacomo Santarelli cambiò l’assetto dell’originario impianto del parco anche a seguito della moria di gran parte delle piantumazioni; nell’occasione fu realizzata una collinetta, sullo sfondo del viale centrale, costipando terra di riporto.

A parte alcuni interventi sulle cancellate e per realizzare la recinzione perimetrale, occorrerà attendere il 1935 quando il noto architetto Cesare Bazzani, progettista del monumento ai caduti, propose il tema di un belvedere, di una fontana e di lampioni per arricchire il parco. Gli inediti disegni pubblicati, reperiti nell’archivio Bazzani, rimasero sulla carta e solo l’anno dopo fu sviluppato dai tecnici dell’Ufficio Tecnico Comunale il disegno del belvedere con anche la fontana. La breve relazione tecnica che accompagna il progetto motiva le ragioni della scelta: “Considerato che, allo scopo di rendere più suggestiva e attraente l’unico giardino pubblico della Città, nel quale, specie nei pomeriggi della stagione estiva, convengono persone di ogni ceto e di ogni età, si rende necessario ingentilirlo con nuove piantagioni di alberi ornamentali, con aiole di fiori, con la creazione di almeno una fontana. Ritenuto altresì l’opportunità che il terrapieno della montagnola verso l’aperta campagna, e dal quale si può godere un panorama vasto e pittoresco, venga dotato di una terrazza-belvedere. …”.

Oggi, dalla terrazza-belvedere, non si gode più la vista della campagna ma la parte ampliata del giardino con i percorsi, il laghetto e tutto ciò che lo compone. Il progetto del suo ampliamento risale al 1965, anno in cui nacqui, e fu aperto al pubblico nel 1967 con anche l’accesso da via F.lli Spazzoli e altri laterali.

Peccato che oggi la fontana, che io ricordo ancora funzionante, sia in stato di abbandono come anche altre parti del giardino e credo che il tutto meriterebbe più attenzione e cura da parte della pubblica amministrazione.

Spariti tanti documenti dalla Rocca delle Caminate …

Storia controversa quella dell’antico passato della Rocca delle Caminate, mai realmente approfondita in modo scientifico, ma da quando fu restaurata una prima volta tra il 1925 e il 1928, per poter essere donata a Benito Mussolini, la sua notorietà crebbe visibilmente. Così, per gli storici e gli addetti ai lavori, ma anche per i curiosi, i documenti relativi alla rocca afferenti il Ventennio sono molti, dalle immagini fotografiche, ai video, alle svariate pubblicazioni e articoli. Molto meno chiaro, forse anche oscuro e nebuloso, cosa accadde alla rocca, o nella rocca, durante il periodo bellico e, successivamente, nel primo dopoguerra. In merito vi sono poche notizie e si ripete una versione dei fatti condivisa e pubblicata anche su numerose pagine internet che relega la rocca a luogo dove avvennero torture, prigionie e, forse peggio, avvenne la prima riunione del ricostituito governo fascista della R.S.I. o Repubblica di Salò che dir si voglia. In realtà, la prima riunione del Consiglio dei Ministri del neo-proclamato Governo Fascista Repubblicano, questa la prima denominazione, avvenne il 23 settembre ’43, un giovedì, nella sede dell’Ambasciata di Germania a Roma. La fonte documentale che lo attesta sono i verbali delle sedute della R.S.I., pubblicati dall’Archivio Centrale dello Stato di Roma nel 2002 e resi, di recente, disponibili on-line in forma digitalizzata. A scrivere che la prima riunione dell’R.S.I. avvenne a Rocca delle Caminate sembra esser stato il “Corriere della Sera” e riportato come dato nell'”Opera Omnia” ma, sinceramente, non ho avuto modo di leggere l’articolo originale citato ma ritengo più probante la documentazione contenuta dall’Archivio di Stato di Roma visto che contiene i verbali originali delle sedute. Probabile che nel castello avvenne, invece, la seconda seduta della R.S.I., alla presenza anche di Benito Mussolini, assente alla prima romana, anche perché espressamente indicato come suo desiderio e verbalizzato agli atti.

Conosciamo, più  o meno, il decorso dei fatti che seguirono e con la pubblicazione del decreto relativo alle “Sanzioni contro il Fascismo” pubblicato nel luglio 1944 si ordinò la confisca di tutte le proprietà dei membri del partito fascista e dei loro famigliari. Così, l’8 agosto 1944, Rachele Mussolini trasportò in Alta Italia con una decina di autocarri mobili e oggetti contenuti nella Rocca, come riporta il forlivese Antonio Mambelli nel suo Diario degli avvenimenti in Forlì e Romagna dal 1939 al 1945, ricordando che rimase la “…ricca biblioteca…”.

Pochi mesi dopo, il 27 ottobre 1944, si conclude la “liberazione” di Predappio avvenuta per mano di truppe polacche, coadiuvate dai partigiani della Brigata Garibaldi, e le cronache narrano che gli stessi entrarono, per primi, anche nella Rocca delle Caminate. Non ho documenti che testimoniano la visita dei soldati polacchi mentre abbiamo le immagini qui pubblicate che illustrano cosa trovarono gli appartenenti all’VIII Armata inglese che raggiunsero Predappio a giochi fatti a fine ’44, inizio ’45. Va precisato che fra i militari inglesi c’erano anche sergenti appartenenti all’Army Film and Photografhic Unit (AFPU), corpo speciale di operatori agli ordini di Sua Maestà, incaricati a documentare lo stato dei luoghi sul finire del conflitto mondiale.

Molti dei loro scatti sono detenuti dall’Istituto Parri di Bologna e pubblicati digitalmente nella raccolta “North Africa Imperial War Museum” così liberamente consultabili. Sfogliandoli curiosamente, ho incrociato le due immagini pubblicate senza riferimenti al luogo e senza data ma, guardandole attentamente, avevo intuito che con forte probabilità potessero essere il ritratto degli interni della “sala dei cimeli” della Rocca delle Caminate con anche la biblioteca.

Ho verificato gli scatti con alcuni studiosi e con qualche predappiese che ha molta memoria e buona conoscenza dello stato dei luoghi e tutti mi hanno confermato che si tratta della biblioteca di Benito Mussolini della Rocca.

Chiaro che gli inglesi ritratti cercassero documenti sensibili o compromettenti o riservati e chiara l’attenzione del soldato che trattiene nella mano la foto di Arthur Neville Chamberlain, visibilmente in posa.

Da allora, notizie certe su che fine abbiano fatto i documenti, gli album fotografici, i libri e altro che nitidamente è stato immortalato nelle immagini pubblicate, non ve ne sono. Sappiamo con certezza che nel 1982 la Soprintendenza di Ravenna effettuò un minuzioso sopralluogo, documentandolo con diverse fotografie e una di queste ritrae la stessa sala completamente sgombra e ripulita, con il solo mobile della libreria ancora presente ma vuoto.

Palazzo degli Uffici Statali; qualche dettaglio dimenticato…


Durante il Ventennio la forlivese Piazza Aurelio Saffi, già Vittorio Emanuele, mutò volto più volte anche demolendo interi fabbricati e ricostruendo nuovi e moderni edifici. Il primo a essere realizzato ex novo, abbattendo edifici esistenti, fu il Palazzo delle Poste e, tempo dopo, il Palazzo degli Uffici Statali(d’ora in poi solo Palazzo per identificarlo), entrambi su progetto dell’Accademico Ing. Arch. Cesare Bazzanidi Roma, noto e famoso progettista. Il Palazzo in oggetto occupa tuttora un intero isolato e ha un perimetro particolarmente articolato perché edificato seguendo l’antico sedime tortuoso disegnato dalle strade che lo circondano che al tempo erano: via C. Battisti (ora via delle Torri), via G. Mazzini, via Giove Tonante (soppressa) e via Biondini. 

Edificio porticato su tre lati con arcate a tutto sesto rivestite in travertino, ha le facciate che si sviluppano in alzato caratterizzate dal mattone faccia a vista oltre a lesene a tutta altezza terminate da un rigido cornicione. L’angolo fra via Battisti e Mazzini appare come un torrione, organico all’intero complesso, più alto del resto del palazzo in cui compare anche un arengo al piano primo, il tutto sormontato da un’altana che fu minata dai tedeschi nel novembre del 1944 e mai ricostruita.

Edificio rigoroso, ritmato dalle numerose finestre simmetriche, non presenta particolari decorazioni salvo uno stemma in angolo che, oggi, sembra non aver significato ma, al tempo del completamento dei lavori, 1938, riportava la raffigurazione dello stemma del Regno d’Italia costituito dalla croce sabauda. Così, oggi, abrasa la croce, si presenta come spoglia decorazione resa anonima da uno scalpello che racconta la scelta e la volontà di cancellare una memoria, giusto o sbagliato il fatto rimane, ma senza proporre altro di diverso.

In realtà, sempre ai tempi, altri elementi impreziosivano le due facce d’angolo del torrione ed erano sei sculture poste nelle altrettante aperture circolari presenti in sommità; facilmente identificabili nelle fotografie dell’epoca, non ho trovato traccia di quando furono rimosse e non ho reperito documenti che le descrivessero. Difficile immaginare che a rimuoverle siano stati gli stessi tedeschi che minarono l’altana per cui sarebbe interessante sapere che fine hanno fatto e se esistono ancora, da qualche parte… E’ probabile che le sei sculture siano state disegnate dallo stesso Bazzani perché nei documenti d’archivio dell’Accademico è depositato il bozzetto del gruppo scultoreo che avrebbe dovuto completare l’altana del torrione, mai realizzato, che si coglie anche nel disegno prospettico del Palazzo dello stesso autore. 

Un ultimo “dettaglio” inedito, il fatto che il progetto del Palazzo fu, in parte, criticato dalle colonne de Il Popolo di Romagna, articolo pubblicato nel marzo del 1935, sottolineando che:

… Se infatti esaminiamo il fronte della via Biondini la cui larghezza non supera gli otto metri nonché un corpo centrale che divide e occupa gran parte del cortile, togliendo forse in misura eccessiva molta aria e molta luce, ci troviamo di fronte ad una sistemazione che se anche da lodare sotto ogni rapporto per la ingegnosità architettonica ci lascia perplessi e ci fa pensare che spezzando il fabbricato e lasciando libero completamente il cortile se ne avvantaggerebbe tutta la costruzione con beneficio indubbio per l’ariosità degli innumerevoli locali. … – ancora – “…Osserviamo da ultimo che un ulteriore arretramento della linea del palazzo che guarda la via Battistini gioverebbe agli effetti di una visione più completa dell’Abbazia di San Mercuriale allargando altresì la strada in un punto ove intenso si svolge il traffico cittadino. …”.

Quest’ultima preoccupazione sembra, invece, non aver sfiorato minimamente l’Amministrazione forlivese che autorizzò la costruzione della discussa e contestata pensilina in fronte a San mercuriale, completata nel 1999, vent’anni fa.

Lavori incompiuti nelle facciate del liceo con il “pi-greco”…

Spiace, e anche delude, constatare che la sede del Liceo Artistico e Musicale Statale forlivese è ancora scorticata, “spellata”, senza il suo originario rivestimento a causa di un intervento di messa in sicurezza delle facciate esterne. Sono, infatti, passati diversi anni da quando una ditta, probabilmente su incarico pubblico (non conosco i dettagli), intervenne per rimuovere il rivestimento superficiale esterno che, evidentemente, in alcuni punti si stava staccando con gravi rischi per chi frequenta l’istituto e i passanti occasionali.

Nei fatti, la quasi totalità della facciata che prospetta viale Salinatore, risulta a nudo e in altre porzioni, soprattutto in corrispondenza degli architravi delle finestre, si notano gli ammanchi.

L’intervento di rimozione del rivestimento, curiosamente, mette però in evidenza soluzioni tecniche adottate ai tempi e fa anche comprendere alcuni dettagli tecnici di notevole interesse. Uno fra tutti il fatto che i pluviali sono realizzati con elementi in cotto ceramizzati, fissati con zanche importanti perché, vista l’altezza, non collassassero per il peso proprio; sono facilmente visibili da chiunque. Semplice anche notare che nel comporre la trama della muratura, lo spazio occupato dalla colonna dei singoli pluviali era già previsto in fase di “apparecchiatura” così evitando la realizzazione delle tracce.

Ancora, un dettaglio tecnico, ma a mio avviso utile a interpretare le architetture del novecento ovvero il fatto che il rivestimento rimosso, o smontato, non è costituito da listelli in cotto ma da un materiale specifico che al tempo fu chiamato “litoceramica” o anche “italklinker”. Più resistente del cotto per tipo di argilla, impasto e cottura, fu sperimentato una primissima volta, in Italia, nel 1933 nel Palazzo dell’Arte di Milano, per offrire ai progettisti un materiale alternativo alla pietra e più duraturo del semplice intonaco. Lo stesso materiale l’ing. Arnaldo Fuzzi lo usò in tanti altri edifici fra cui, anche, la ex Casa del fascio a Predappio.

A parte questi aspetti meramente tecnici, per me interessanti ma, forse, non per tutti, la vista di quelle pareti spogliate del loro rivestimento è imbarazzante perché, nonostante il tempo passi inesorabilmente, nessuno ha ancora provveduto al necessario ripristino. Questa segnalazione non solo per il fatto che l’ammaloramento del cemento armato è, così, fortemente accelerato, perché direttamente esposto agli eventi atmosferici, ma perché penso agli studenti che si recano a lezione e vedono l’incuria davanti ai loro occhi. In aula, docenti sicuramente preparati gli parlano di arte, di colori, di composizione, di armonia, di sezione aurea, di sperimentazione, di inclusione, di contaminazione e di chissà quante altre cose splendide, accompagnate dal suono composto di altrettante armonie e bellezze, per poi constatare che il contenitore è stridente col contenuto.

Stupisce anche che attive realtà dal valore internazionale che hanno a tema l’arte e le architetture create durante i totalitarismi, non abbiano dato segnali in difesa di un interessante, forsanche prezioso, edificio razionalista del nostro panorama forlivese. L’edificio è, infatti, segnalato e pubblicato, perché, giustamente, ha un interessante soluzione d’angolo concava dell’ingresso, valorizzata da due lesene verticali, trabeate, che insieme formano il simbolo matematico del pi-greco sottolineando la funzione dell’edificio.
La scuola fu immaginata sul finire degli anni ’30 del secolo scorso e fu localizzata in un’area nei pressi di Piazzale Ravaldino rivolta alle esigenze degli abitanti dei popolosi quartieri sorti nelle vicinanze.
Inizialmente il progetto fu affidato all’ing. Elio Danesi ma in corso d’opera gli subentrò, con molta probabilità, l’ing. Arnaldo Fuzzi, ai tempi famoso e valente progettista, fra i primi forlivesi ad avvicinarsi al Razionalismo e farne propri i principi compositivi e tecnici, lasciando evidenti testimonianze nel forlivese.
Del progetto della scuola, dedicata a Sandro (Alessandro) Italico Mussolini, nipote del più famoso Benito Mussolini, abbiamo i documenti d’archivio che narrano il fatto che non fu immaginata come semplice scuola ma anche con annessa colonia elioterapica. Quindi una scuola articolata e complessa, con la copertura piana e spazi per godere dei, gratuiti, raggi solari.
Nel dopoguerra gli fu cambiato il nome e divenne la “Scuola elementare Melozzo degli Ambrogi” che tanti forlivesi ricordano di aver frequentato.

Speriamo si intervenga a breve per ricomporre le facciate originarie…

(foto del 2017)

I due lati del Monumento ai Caduti


Alla soglia dei novant’anni dalla sua inaugurazione, avvenuta il 30 ottobre 1932 (anche se le cronache riportano spesso la data del 28 ottobre), il Monumento ai Caduti presente al centro di Piazzale della Vittoria a Forlì spicca ancora solennemente con i suoi trenta metri, e più, d’altezza. Anche se oggi le chiome dei pini presenti nella aiuole circostanti e nei viali di accesso, assieme a quelle dei lecci di viale della Stazione, frastagliano la sua vista, rimane pur sempre un chiaro punto di riferimento visivo.

Opera dell’Accademico ingegnere architetto Cesare Bazzani, il monumento ha la particolarità, rispetto a tanti altri, che può accogliere cerimonie nei due diversi lati principali, quello rivolto verso il giardino pubblico e quello rivolto verso la stazione. 

Va precisato, infatti, che nel lato che guarda il giardino è posto l’ingresso della Cappella votiva (è presente la croce greca scolpita nell’architrave dell’ingresso), ricavata nel basamento dell’alta colonna cui si accede attraverso una porta istoriata e con inserti bronzei. Osservando quest’ultima attentamente, si può notare che nelle due ante ci sono sei riquadri che contengono altrettante corone di spine, collegati da quattro gladi romani con incastonate, nella cornice, otto “granate”; chiari i riferimenti alle radici, alla cristianità, a Roma, alla guerra e alla sofferenza e ai morti che provocò. Quindi non una porta qualunque, ma particolarmente curata e, infatti, dai documenti d’archivio si legge che pari cura era rivolta al suo interno perché doveva essere decorata a mosaico ravennate e “… conterrà una grande urna scolpita, in cui sarà conservata la terra di quei luoghi che videro i maggiori eroismi dei Caduti forlivesi. …”. Altre fonti citano che in luogo di un’unica urna vi fossero diverse urne contenenti ognuna terra proveniente “… dai luoghi delle dodici battaglie…” e si narra anche che ad accompagnare gli addetti alla raccolta nei luoghi di battaglia furono i reduci trinceristi sopravvissuti al primo conflitto mondiale. Per questa ragione, il lato utilizzato per le cerimonie e commemorazioni era, ai tempi, quello che guarda il giardino, lo stesso, infatti, che ospitò l’installazione del palco d’onore il giorno dell’inaugurazione del monumento che avvenne alla presenza di alte cariche dello Stato e dello stesso Benito Mussolini. Quest’ultimo, nel discorso pronunciato lo steso giorno dal balcone del palazzo del Governo in Piazza Saffi, sottolineò l’aspetto legato ai due lati del monumento con “… da una parte la pietà per i caduti, dall’altra l’esaltazione fiera della vittoria. …”

Va anche ricordato che dalla cappella si accede, attraverso una botola del soffitto, all’interno della colonna monumentale che essendo cava contiene una scala a chiocciola per raggiungere la sommità; facile notare che nel lato che guarda il giardino vi sono, nella colonna, due inserti simmetrici che, in realtà, sono due piccole finestrelle utili a non rendere completamente buio il suo interno.

Il lato del monumento rivolto verso la stazione, dove c’è la targa lapidea con la dedica “A tutti i caduti della patria” che copre, però, la scritta originaria scolpita nel marmo, che probabilmente c’è ancora, “Ai caduti della grande guerra – ai martiri della rivoluzione fascista”, era quindi utilizzato anche in modo più generico ovvero non necessariamente in occasione di ricorrenze o particolari commemorazioni. A dimostrazione, ad esempio, quando il Re Vittorio Emanuele III venne in visita a Forlì, l’8 giugno 1938, un normale mercoledì, salutò la corona posta ai piedi del monumento proprio da quel lato essendo un giorno qualunque.

Curioso che nel video del Giornale Luce del giugno dello stesso anno, nel riportare la notizia dell’evento, il cronista disse che “… percorrendo il viale ventotto ottobre, l’augusto ospite giunge alla Piazza della Vittoria per l’omaggio al Monumento dei Caduti della Guerra e della Rivoluzione. …” come se il monumento avesse, nel tempo, incarnato la memoria stessa dei caduti che rappresenta.

La grande Filanda Maiani

Misterioso il fatto che vi siano pochi studi e pochi approfondimenti, rare e sporadiche le pubblicazioni, su quale fosse la consistenza industriale nella città di Forlì fra fine ‘800 fino alla prima guerra mondiale e, anche, durante il Ventennio ma che vide la presenza d’importanti attività quali la Bonavita, la Mangelli, la Bartoletti, i Cantieri Benini, la Forlanini, la Becchi, l’Eridania, per citare le maggiori, che tanti forlivesi e non ricorderanno sicuramente. Di questa forte presenza rimangono i ricordi, molte immagini fotografiche e documenti ma quasi tutti gli opifici allora esistenti sono stati col tempo dismessi e, man mano, demoliti per essere sostituiti con altro. 

Di quanto costruito rimangono, oggi, un paio di palazzine ristrutturate e riutilizzate, l’imbarazzante edificio dell’ex zuccherificio Eridania, oramai ridotto a uno scheletro, e l’imponente edificio che ospitava il setificio della Filanda Maiani (che alcuni scrivono, erroneamente, Majani). Proprio quest’ultima è un esempio di come sia stato possibile, senza demolirlo, utilizzarlo visto che al suo interno si sono insediate diverse attività e, dettaglio non secondario, ha anche mantenuto la sua ciminiera (giacché in pratica tutte le altre presenti nello skyline forlivese sono state abbattute o brutalmente capitozzate). A ciò si aggiunge che, anche solo esternamente, si può ancora cogliere l’interessante architettura che compositivamente è caratterizzata da particolari proporzioni essendo un edificio molto lungo e stretto, ma anche alto, con ampie finestrature ad arco che ne scandiscono ritmicamente le facciate. Il mattone che costituisce la struttura muraria, mantenuto faccia a vista, lo caratterizza in modo particolare anche perché ottimamente conservato. Sono anche presenti dettagli quali gli spigoli arrotondati dell’edificio o il timpano stilizzato del lato più corto il che allinea l’intero complesso ai caratteri degli edifici industriali mitteleuropei.

Le cronache riportano che la Filanda “nuova” fu fondata da Giulio Panzeri nel 1898 per poi finire ai signori Bonacossa di Vigevano e che, ai primi del ‘900, occupava circa duecento operai. Fu nel 1918 che l’industriale forlivese Napoleone Maiani la rilevò rinnovando tutti gli impianti aggiungendo macchinari oltre a creare nuovi reparti. A metà degli anni ’20 del novecento lo stabilimento occupava una superficie di 9.000 mq. di cui 3.000 mq. coperti dai fabbricati e nei saloni della filatura, posta su due piani, vi erano 240 bacinelle destinate alla lavorazione dei bozzoli occupando circa seicento operai tutto l’anno; al tempo era uno di più grandi stabilimenti d’Italia.

Ancora interessante leggere che nei saloni della filatura importanti ventilatori in estate e aerotermi d’inverno, contribuivano a mantenere l’ambiente salubre e arieggiato per abbattere il vapore prodotto dall’acqua in ebollizione delle numerose bacinelle.

Ma la Filanda Maiani ha il primato di aver creato il primo asilo nido forlivese, destinato ai figli delle operaie che per la quasi totalità erano donne. Fu su iniziativa del Fascio Femminile che il 1° marzo 1923 si avviò il “nido” all’interno del setificio che permetteva alle operaie, per due volte al giorno, durante l’orario di lavoro, di allattare i propri figli. Si legge, sempre nelle cronache, che la stanza che funzionava da “nido” era ampia e con “…larghe finestre da cui entrano abbondantemente luce e sole, mentre d’inverno, per la generosità del proprietario Sig. Cav. Napoleone Maiani, viene convenientemente riscaldato dal termosifone. Esso contiene una ventina di culle circa, allineate alle pareti, ricoperte di lenzuolini sempre lindi e puliti: ivi i piccini riposano e dormono nell’attesa dei pasti quotidiani. Tre donne, fra cui una sorvegliante, hanno cura amorosa dei piccini, mentre quattro signore del Fascio Femminile, fungono da Ispettrici del Nido, e due medici sono pronti a curarli al più piccolo disturbo fisico. …

Il “nido” è costato finora annualmente L. 6500; è finanziato dal Cav. Maiani Napoleone, proprietario della Filanda, per L. 200 mensili, dal Comune per L. 500 annue e dalla Congregazione di Carità per L. 500. Il resto è versato in quote mensili dal Fascio Femminile stesso…(*)”.

Le notizie riportate sono tratte da un pubblicazione del 1926 e stupisce scoprire, leggendo da più parti, che la filanda fallì solo tre anni dopo, nel 1929, a causa della crisi internazionale e della concorrenza. Al di là che vorrei approfondire le ragioni della cessata attività, credo che l’esperienza dell’imprenditore Napoleone Maiani, che nel 1925 ebbe il riconoscimento di Cavaliere del Lavoro, meriti di essere ricordata sia per essere stata una realtà del mercato serico a livello nazionale ma, soprattuto, per le attenzioni avute nei confronti della qualità degli ambienti di lavoro e per la creazione dell’asilo nido.

L’edificio, fortunatamente, è segnalato come appartenente al patrimonio culturale dell’Emilia Romagna dall’Istituto per i beni artistici, culturali e naturali sperando che ciò ne permetta la sua salvaguardia.

(*) tratto da: Monografia Industriale, Forlì, 1926