La modernità…

L’esposizione di Torino del 1890 sull’architettura segnò l’inizio formale di un percorso di ricerca e un punto fermo da cui partire ma senza segnare una reale frattura col passato. La svolta cruciale nell’evoluzione della ricerca figurativa tra diciannovesimo e ventesimo secolo, per l’Italia, avvenne con l’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna tenutasi, sempre a Torino, nel 1902. Vero e proprio momento di rottura tra la tradizione accademica ottocentesca e le più attuali istanze innovative che, da più parti dell’Europa, si affacciavano sul nuovo secolo. L’occasione della mostra torinese sintetizzò, assai bene, la complessità delle molteplici ricerche in atto la cui eredità, di lì a pochi anni, sarebbe stata reinterpretata e riproposta nel Futurismo marinettiano.
La mostra torinese fu organizzata nel Parco del Valentino e per progettare i vari padiglioni ma anche per disegnare dove e come dislocarli, fu indetto un concorso, nel 1901, che vinse a pieno titolo il citato Raimondo D’Aronco (vedi blog precedente).
Colore, innovazione nelle forme e nei volumi furono i tratti più caratteristici che contraddistinsero i temporanei padiglioni in cui il più imponente e complesso fu il Padiglione dell’Automobile e del Ciclo (pubblicato). Già il tema era innovativo in sè ma la facciata dello stabile irradia modernità da ogni dettaglio. Frettolosamente associata al liberty, in realtà se ne discosta per l’impianto compositivo generale che si avvicina, anche per l’uso dei cerchi concentrici che formano sfere trasparenti, a temi poi cari al Futurismo, con spunti evidenti nel secessionismo viennese di J. M. Olbrich.
Marcello Piacentini, nel suo libro Architettura d’oggi, edito nel 1930, citando Raimondo D’Aronco, così ne scrisse:
… In Italia Raimondo d’Aronco fu il primo a gridare. Dalle forme ancora classiche del suo progetto per il Palazzo di Giustizia di Roma, passò, gradatamente, alle prime semplificazioni del Padiglione dell’Esposizione d’architettura di Torino del 1890 gioiello di architettura di quell’epoca, che rimarrà come uno dei capisaldi della storia dell’architettura italiana, fino alle forme nude e modernissime dell’Esposizione di Torino del 1902. …

Gli albori della modernità

Non c’è una data esatta o un solo evento che determinò, in architettura, la svolta verso la modernità, per come la intendiamo oggi, ovverro l’abbandono dei criteri compositivi classici, evolutisi rielaborando e riconcependo gli ordini e gli stilemi ereditati dal passato. Ma un evento, molto poco indagato e conosciuto, che aprì un nuovo fronte nel campo dell’architettura in Italia, dopo l’unificazione, fu l’Esposizione Italiana di Architettura che si tenne a Torino nel 1890, da settembre a novembre; prima esperienza italiana monotematica nel solo campo dell’architettura. 
La partecipazione all’evento fu aperta anche agli stati europei e vide la partecipazione di complessivi 657 espositori. L’esposizione era divisa in quattro distinte sezioni: architettura, industrie artistiche attinenti l’architettura, pubblicazioni di architettura e piani di città. A quest’ultima sezione parteciparono altre cinquanta città tra le quali Londra, Berlino, Vienna, Barcellona, Varsavia, Cracovia e Praga con vedute, panorami, piani urbanistici, progetti e modelli.
Chiaro come il dibattito sulla città, sulla sua espansione, sulle tecniche costruttive, fosse già accesso e con una visione molto ampia e di alto respiro che lascerà un’importante eredità ai posteri. 
Piccolo tassello nel grande puzzle del percorso di trasformazione che l’architettura stava attraversando, il concorso indetto per il palazzo che doveva ospitare l’esposizione, che fu vinto da un giovane architetto, Raimondo D’Aronco, di cui si pubblica la facciata. Sarà, però, realizzata diversamente e in forme più classiche, ma rimane il disegno di come il D’Aronco la immaginò che esprime un carattere che risente delle risonanze europee dell’Art Nouveau e della Secessione viennese, ma che riuscì a superare, guardando oltre…

CLAM – Case Lamaro Affitto Mite

A Forlì, in viale Matteotti, c’è un complesso edilizio costituito da una stecca a carattere abitativo, composto da unità di tipo popolare e che, nel suo complesso, rappresenta, un modello di architettura sociale; il complesso è realizzato in stile razionalista e lo ritengo un’opera interessante e molto poco indagata dagli storici. Fu realizzato per permettere ai numerosi dipendenti dell’attiguo setificio Orsi-Mangelli, di avere un’abitazione nelle vicinanze della fabbrica e, nel forlivese, infatti, il complesso è ricordato come “le case del Mangelli” (il setificio chiuse i battenti sul finire degli anni ’70).

Nella lunga facciata, quasi centoventi metri, si coglie un’evidente semplicità compositiva ma fortemente caratterizzata dalle porzioni trattate con mattoni faccia a vista che la impreziosiscono e, soprattutto, dalla presenza di due elementi turriti che collegano i vari blocchi nei quali si stagliano enormi aperture ad arco che ricordano il tema dell’ordine gigante; inizialmente vuoti al loro interno, fungevano da cavedi e da collegamento con la via parallela (una mia foto postata lo ritrae dall’interno). Uno dei due cavedi fu utilizzato, probabilmente nel dopoguerra, per ampliare gli appartamenti esistenti e, al piano terra, trova oggi spazio una attività commerciale e così facendo si è completamente stravolta l’immagine originale del progetto e reso più complicato l’accesso all’altro lato dell’edificio.

Interessante anche la scelta di aumentare i piani e, quindi, la volumetria complessiva, partendo dai lati esterni con soli tre piani per poi raggiungere i cinque piani nell’imponente blocco centrale, probabilmente per mitigare l’impatto con quanto già costruito.

Il complesso fu realizzato fra il 1940 e ’41 dall’Impresa di Costruzioni Lamaro, cui faceva capo il dott. ing. Cav. Antonio Lamaro, che ebbe commesse in tutta Italia ma anche all’estero, soprattutto in Francia, specializzata in edifici a blocchi di tipo abitativo identificate come CLAM, Case Lamaro Affitto Mite.

L’immagine pubblicata del progetto è tratta da un libretto, edito nel 1941, curato dello stesso ingegnere, che contiene un’approfondita analisi sulla qualità dell’abitare e delle abitazioni, frutto di una lunga ricerca ed esperienza in campo, molto utile a comprendere quanto ne fosse diffuso lo studio.

Nello stesso testo sono pubblicati anche altri esempi di vere e proprie urbanizzazioni atte a realizzare complessi con alloggi di tipo popolare che venivano proposte a prezzi d’affitto calmierati, per i meno abbienti.

L’Asilo a Predappio (Alta) – 1935

Mi ha sempre affascinato l’Asilo realizzato a Predappio (Alta) perché questo pezzo d’architettura, che si staglia nel paesaggio collinare alle spalle dell’ottocentesca chiesa di S. Maria Assunta, è stato, a mio modesto avviso, un interessante esempio di, semplice, architettura razionalista. 

La citata chiesa fu edificata nel 1869 e conserva al suo interno un olio su tela raffigurante l’Assunzione; in merito, una leggenda narra che questa immagine in passato fosse collocata all’entrata della Rocca e i paesani decisero di spostarla, per una più consona collocazione, all’interno della piccola chiesa della Maestà.Durante il tragitto, la tela aumentava di peso e così i fedeli, fermatisi, interpretarono questo segno come il desiderio della Vergine di veder edificata una nuova chiesa, che poi fu realmente edificata.

Dai tanti documenti conservati negli archivi, sappiamo che Predappio (Alta) fu coinvolta da un movimento franoso nell’inverso del ’12-’13, già segnalato da Roberto Almagià nella sua dotta e approfondita pubblicazione, del 1907, che anticipò la segnalazione. Il riattivarsi del fenomeno franoso nel febbraio del 1924, indusse i tecnici del Genio Civile di Forlì a proporre lo spostamento dell’abitato e, così, tutte le attenzioni, anche mediatiche, si spostarono sulla nuova Predappio che vide luce a partire dall’agosto del 1925, anno della sua fondazione. La primigenia Predappio, calò d’interesse sui rotocalchi e notiziari ma, in realtà, così non fu nei fatti, tanto che si costruirono case popolari, scuole e, anche, nel 1935, il “simpatico” e composto asilo infantile. Scopriamo, di recente, che furono sviluppati almeno due diversi progetti per l’asilo, dall’allora tecnico comunale geom. Adolfo Costa e caso vuole che si sia ritrovato anche lo sconosciuto primigenio progetto che, volentieri, pubblico per intero. Fu, poi, decisa una variante che vide lo spostamento degli emicicli cilindrici, inizialmente immaginati in facciata, riposizionati sui lati.

In generale, la scansione dei volumi e le importanti vetrate, cui si aggiunge una particolare semplicità distributiva, lo rende opera semplice ma mirevole.

Nel dopoguerra, fu eliminato il terrazzo, pensato inizialmente per l’elioterapia, ampliando l’edificio, così da compromettere il come fu, inizialmente, concepito.

Documenti e immagini, per fortuna, lo raccontano nella sua originaria concezione…

Le architetture di Florestano Di Fausto a Predappio

Quest’anno, l’amministrazione comunale di Predappio ha deciso di dedicare il prossimo calendario del 2020 al tema monografico delle architetture progettate dall’ing. arch. Florestano Di Fausto, poi anche realizzate, proprio a Predappio, nel biennio 1926-28. Fu, infatti, il più attivo professionista nella costruenda nuova Predappio perché ebbe l’occasione di metter mano a un numero considerevole di opere ma, soprattutto, ne definì il suo impianto urbanistico e distributivo.

Ma chi era F. Di Fausto e come finì proprio a Predappio?

Anche se manca, a tutt’oggi, un regesto completo ed esaustivo relativo alla vasta opera del Di Fausto, nell’arco temporale tra il 1916 e il 1965, anno della sua stessa scomparsa, lo sappiamo essere stato autorevole interpretare del complesso tema della modernità. Infatti, nel luglio 1941 sulla rivista Architettura, della quale ricorreva il ventennale dalla sua prima uscita, il direttore, l’architetto Marcello Piacentini, volle sottolineare l’evento con il bilancio di cosa, proprio in quegli ultimi venti anni, fosse stato realizzato, in Italia e all’estero, in campo architettonico e urbanistico. Fra i segnalati, una sessantina in tutto, anche l’arch. ing. F. Di Fausto per il suo progetto dell’Albergo e Teatro Uaddàn a Tripoli. Ma, nonostante questa prestigiosa citazione, nel dopoguerra se ne perse memoria; sicuramente la ragione principale di questa lacuna si deve al fatto che il maggior numero dei progetti, realizzati da quest’architetto, si trova all’estero, in particolare nelle isole del Dodecaneso, nella cosiddetta Tripolitania e in Albania, infine in importanti città estere, quali Belgrado, Il Cairo, Ankara e Algeri, oltre a altre. 

Formatosi a Roma, frequentando l’Accademia di Belle Arti e laureandosi, poi, pure in ingegneria civile nel 1922, proprio negli anni ’20 Di Fausto iniziò una collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri, molto probabilmente per interessamento di Giacomo Barone Russo, capo di gabinetto di quello stesso dicastero nel neonato governo Mussolini. Fra i primi incarichi diversi progetti a Rodi, nel Dodecaneso, progetti che spaziarono dal recupero e restauro dell’antico centro cittadino fino alla realizzazione di una serie di nuovi edifici e sistemazioni urbanistiche; tale impegno si concluse nel 1927 anche a seguito di rapporti più difficili con il Governatore di Rodi, Mario Lago. Fu allora che Giacomo Paulucci di Calboli Barone, ora così denominato dopo il matrimonio con una discendente dell’antica, nobile famiglia forlivese, incaricato da Benito Mussolini di seguire i lavori della costruenda nuova Predappio, la cui edificazione era iniziata nel 1925, coinvolse Di Fausto in questa nuova impresa.

I numerosi documenti d’archivio riportano, infatti, che ai primi di maggio del ‘26 accompagnò Di Fausto a Predappio perché esaminasse i progetti già sviluppati dal Genio Civile di Forlì, magari apportandovi quelle modifiche che ritenesse necessarie per una maggiore rispondenza alle nuove correnti moderniste. 

Va ricordato che per l’edificazione della nuova Predappio nei pressi dell’esistente borgo di Dovìa, era stato deciso di ristrutturare Palazzo Varano, quale sede degli uffici comunali, di realizzare sei edifici residenziali plurifamiliari, le cosiddette “case economiche”, poi una caserma dei Carabinieri, una scuola elementare e un ufficio postelegrafonico: in tutto nove edifici. A questi progetti, gestiti e finanziati direttamente da Roma, si era aggiunto un altro edificio con alloggi popolari per i residenti, anch’esso già in fase di costruzione; edificio solitamente ricordato come “Casa Becker” perché finanziato da una donazione privata di Sir Walter Frederick Becker, armatore inglese, sostenitore del governo Mussolini.

Così, Di Fausto, mise mano alle costruzioni in fase di realizzazione nella nuova Predappio. Il suo contributo riguardò prevalentemente l’aspetto estetico: in tutti gli edifici vennero eliminate le decorazioni di cornice alle aperture, quindi furono linearizzati i prospetti con riquadri regolari, aumentati gli sporti di gronda, infine aggiunti balconcini e porticati. 

L’apporto dell’architetto si estese pure al progetto complessivo del nuovo centro urbano, da egli immaginato come una vera e propria città giardino: ecco, allora, una tavola d’insieme nella quale Di Fausto propose una piazza coronata da una serie di edifici a destinazione pubblica e in sfondo, in asse con il viale centrale, una chiesa; nello stesso disegno anche una Scalea in diagonale per collegare Palazzo Varano alla piazza. Personalmente Mussolini approvò e firmo l’intero progetto. 

Nei primi mesi del 1927 arrivò la conferma di altre costruzioni realizzabili a Predappio Nuova, così rinominata per decreto. Nello specifico fu deciso di dar corso all’edificazione del Mattatoio, del Mercato del bestiame, del Mercato dei viveri e dell’Asilo “Rosa Maltoni” con annessa chiesa di Santa Rosa da Lima: quest’ultimo complesso resta, forse, la migliore realizzazione predappiese di Di Fausto che, comunque, assolse l’incarico progettuale di tutti questi ultimi fabbricati, ai quali presto si aggiunse il progetto del rinnovato cimitero di San Cassiano in Pennino, progetto, poi, modificato dai tecnici del Genio Civile che mantennero l’originario impianto della facciata d’ingresso e lo schema compositivo generale.

In conclusione, il Di Fausto intervenne a Predappio sugli undici edifici ideati dai tecnici del Genio Civile di Forlì, in fase di esecuzione, e progettò di suo pugno altri cinque interventi, compreso lo studio del cimitero.

Considerando che in Italia le opere realizzate a firma di Di Fausto sono in tutto circa una trentina, delle quali ben sedici a Predappio, possiamo asserire che il paese romagnolo ospita un patrimonio davvero unico e di valore per la storia dell’architettura italiana.

Colonia Varese a Milano Marittima

Un altro esempio di edificio razionalista, oggi totalmente in stato di abbandono, con parti crollate e pericolanti, di cui rimane lo scheletro strutturale e che denuncia la totale noncuranza e l’inefficienza dello Stato italiano che ne è proprietario. Pessimo biglietto da visita da mostrare ai tanti villeggianti che passeggiano in spiaggia nella nostra rinomata località balneare.
Fra le varie colonie del litorale adriatico, fu quella più articolata da un punto di vista volumetrico e dalla particolare sagoma del corpo centrale semicircolare da cui si allungano i bracci laterali e l’ingresso.
Progettata dall’architetto romano Mario Loreti nel 1937, fu completata nel 1939, commissionata dalla G.I.L. di Varese e destinata ai balilla e alle giovani italiane; poteva ospitare fino a 800 bambini, c’è che ha scritto anche 1.000, sta il fatto che era oggettivamente imponente.
Il progettista, l’arch. Mario Loreti, poco indagato e conosciuto, fu autore di fortunati alberghi romani, finemente e riccamente arredati che ancora oggi sono in funzione e hanno rimasto un alto grado di originalità. In particolare l’Albergo Atlantico, in via Cavour a Roma, meritò di essere pubblicato nella rivista Architettura e recensito direttamente dall’arch. Marcello Piacentini. Nella stessa via anche l’albergo Mediterraneo, altro esempio di architettura razionalista anch’esso riccamente e finemente arredato all’interno che dimostrano le doti del progettista anche nel campo del design.
A Varese, il Loreti, nel 1935, progettò la Casa del Fascio e curò la sistemazione di Piazza Montegrappa e probabilmente in ragione di questi suoi interventi entrò in contatto con la “Federazione dei Fasci della provincia di Varese” che lo coinvolse per il progetto della colonia romagnola.
Inizialmente fu dedicata a Costanzo Ciano ma con l’entrata in guerra fu presto abbandonata e nei primi mesi del 1944 fu occupata dai tedeschi che la usarono come campo di concentramento, ospedale e carcere. Di quel periodo le cinque grandi croci dipinte, tre nella copertura piana e due nei padiglioni lato mare, per evitare che fosse bersaglio dei bombardamenti aerei.
L’edificio, per questo, non fu danneggiato dagli eventi bellici e negli anni ’60 fu oggetto di un maldestro restauro che non si è mai concluso.
Nel 1970 fu palcoscenico del film “La ragazza di latta” di Marcello Aliprandi e nel 1983 Pupi Avati vi ambientò il film orror “Zeder”…

Colonia Montecatini a Milano Marittima

Rispolverando il tema delle colonie marine della riviera adriatica, come non ricordare la colonia voluta dal Gruppo Montecatini, nella pineta di Cervia (Milano Marittima).
Di impatto dimensionale simile alla colonia AGIP di Cesenatico, e poche altre, la caratterizzava una torre, alta più di 50 mt., composta da una serie di rampe di scale e terrazzi a sbalzo. Sulla sommità c’era un serbatoio d’acqua, per i casi di emergenza. 
Altro straordinario esempio di architettura razionalista, se le sue vicende sono più o meno note, particolari, invece, le vicissitudini del progettista che la ideò: arch. Eugenio Giacomo Faludi.
In realtà, si chiamava Jakab (Eugenio Giacomo) Floh (Faludi), nato a Budapest nel 1899, di origine ebrea, a causa del clima politico reazionario e persecutorio, si trasferì in Italia. Laureatosi a Roma in architettura nel 1926, aderì al Gruppo urbanisti romani (GUR) e poi anche al Movimento italiano per l’architettura razionale (MIAR). Attivo nel dibattito, anche polemico, fra tradizionalisti e moderni, progettò molte opere anche in campo urbanistico. Forse, l’ultimo suo progetto italiano, fu proprio la Colonia Montacatini che fu realizzata fra il 1937 e ’39; inaugurata il 24 agosto del 1939, poteva ospitare anche 1500 bambini. 
Nel 1940 Faludi si trasferì in Canada dove continuò a progettare e lavorare.
L’imponente torre fu abbattuta nel 1944 per poi essere ricostruita, in parte, negli anni ’50 quando la colonia riprese l’attività e passò ai Monopoli di Stato. Chiuse i battenti nel 1998…

Il secondo piano della Stazione di Forlì

            Ricordo quando ero studente e, settimanalmente, assieme ad altri amici, andavamo in stazione per salire su caotiche carrozze per raggiungere chi Bologna o chi, come me, Firenze, per frequentare l’università. Proprio a Firenze, ricordo che a lezione il compianto prof. G. K. Koenig, architetto e design che tanto lavorò anche sui treni, le carrozze pendolari e anche i tram (suo il Jumbo Tram di Milano), spesso assieme all’altro compianto prof. R. Segoni, ci sollecitava a sollevare lo sguardo da terra per guardare in alto, mentre si passeggia nelle città. Così, memore di quel prezioso e semplice insegnamento, mi viene spontaneo guardare gli edifici nel loro sviluppo in alzato, per coglierne le geometrie compositive nella loro interezza, per poi soffermarmi anche sui dettagli. Per questa ragione, mi ha sempre incuriosito che l’edificio della stazione di Forlì, abbia anche un secondo piano sopra i locali passeggeri e degli addetti alle ferrovie. Cercando notizie in merito riapro la “Monografia Industriale di Forlì” pubblicata nel 1926 che dedica numerose pagine al progetto della nuova stazione e, descrivendola, specifica che il secondo piano è adibito ad alloggi. 

Ho sempre avuto la curiosità di visitarlo per verificare se, effettivamente, questi appartamenti fossero stati realizzati o no; così, un po’ per caso e un po’ per fortuna, recentemente sono riuscito ad accedervi e nel frangente mi è stato raccontato che vi erano cinque appartamenti, quattro di questi destinati alle famiglie dei dipendenti delle Ferrovie dello Stato, e uno, centrale, di rappresentanza, per far soggiornare le personalità. Non si ha prova documentale o testimoniale che l’appartamento di rappresentanza sia stato effettivamente utilizzato ma mi è stato riferito che era riccamente arredato con pavimenti di marmo che però, oggi, non ci sono più. Infatti, al secondo piano non è rimasto più nulla degli appartamenti, vi sono solo i muri portanti e le capriate in vista perché è stato demolito anche tutto il sottotetto che era, molto probabilmente, calpestabile, data la presenza di porte ora tamponate. Il tutto, presumibilmente, per realizzare opere di consolidamento dei solai, alleggerire il carico e aggiungere catene alle capriate di copertura. L’immagine pubblicata, che si riferisce allo stato del salone centrale dell’appartamento di rappresentanza, illustrata lo stato dei fatti. 

Sta il fatto che, affacciandosi alle finestre, si gode di un insolito e sconosciuto panorama ancor più particolare se si sale in una delle due torrette presenti in copertura.

Non ho idea se questi locali abbiano un futuro diverso dal semplice abbandono ma, a mio modesto parere, potrebbero essere locali idonei a ospitare una mostra permanente proprio sulla storia delle ferrovie del forlivese unite alle dismesse tramvie come anche all’edificio stesso della stazione e le imponenti opere d’ingegneria per la sopraelevazione del piano del ferro (espressione usata  nel linguaggio tecnico ferro-tramviario per definire la quota altimetrica dei binari). Tanti sono i documenti fotografici e gli elaborati tecnici a disposizione cui si uniscono vicende insolite e poco conosciute come quella del militare tedesco che era in stazione durante i bombardamenti alleati del 1944 e che riuscì a scattare delle fotografie del disastro procurato dalle esploisoni; tornato in vacanza in Italia a guerra finita, ha voluto lasciare copia di queste rarissime fotografie in una busta, passando in treno per la stazione di Forlì, che oggi sono conservate dagli “Amici del treno”.

Bagnoregio e Civita…

Pochi giorni fa ho visitato Bagnoregio e Civita, nel viterbese, quest’ultima recentemente salita agli onori della cronaca perché splendido borgo, dove sono rimasti pochi abitanti, chi dice sette chi undici, e orami soprannominato il “paese che muore”, ma, anche, fonte d’ispirazione per Hayao Miyazaki che in un’intervista racconta che il borgo è stato uno degli spunti per la sua “La città incantata”. Per questa ragione il paesello è meta di molti che dall’estremo Oriente vengono a visitarlo e questo lo posso confermare perché anche durante la nostra visita abbiamo incontrato molti giapponesi.

Forse per caso o forse per una strana cabala, sfogliando una rivista del TCI, Le vie d’Italia, del marzo del 1927, trovo proprio una pagina dedicata a Bagnoregio e Civita. 

Riporto, quasi interamente, il breve testo che accompagna le immagini perché lo ritengo interessante e con dettagli che non conoscevo:

“Fra le località storicamente o topograficamente importanti del Paese nostro, sono ingiustamente trascurate Bagnoregio e Civita Antica (prov. di Roma). La prima, raffigurata panoramicamente nella veduta in basso, a sinistra, è posta su di una emergenza alta 517 m. sul mare e riccamente coperta di folta vegetazione; cinta all’intorno da cupi dirupi, solo dalla parte occidentale offre facile accesso dalla sua porta principale. …

Il nome pare sia derivato da un bagno quivi esistente, nel quale un Re Goto (sec. VI) avrebbe recuperato la salute. La città, di origine antichissima, dopo aver fatto parte dei dominii Romani, cadde in potere ai Longobardi e, poscia, di Carlomagno che la donò alla Chiesa. Ebbe i suoi Conti Feudali; poi si resse a Comune con statuti propri; fece quindi parte degli Stati della Chiesa, finché nel 1870 veniva annessa al Regno d’Italia. 

Civita Antica (raffigurata nella veduta in alto della pagina) è pittorescamente annidata in vetta ad uno scoglio dirupato, campato fra due valli profonde e solitarie. Gli elementi atmosferici hanno lavorato i fianchi con solchi enormi, detti “Cavoni”, che col tempo finiranno per demolire la base su cui poggia l’abitato. La piccola città si vanta di aver dato i natali a S. Bonaventura, luminare altissimo della Chiesa.

Industria caratteristica di Bagnoregio è quella della produzione di lastre di pietra basaltica, proveniente da grandi cave che si stendono tutte intorno all’abitato. La fotografia in basso, a destra, rappresenta un deposito e cantiere di lavorazione.”

Il Foro Annonario di Forlì…

Foro Annonario ai primi del ‘900

Era così il Foro Annonario di Forlì nei primi del ‘900. 
In questi giorni è possibile apprezzare come fosse in origine il nostro mercato ortofrutticolo, inizialmente Foro Annonario, perché è stata definitivamente rimossa la copertura metallica che lo copriva.
Così tornano ben visibili i bassorilievi contenuti nelle tre mezze lune della facciata in sfondo, che rappresentano il fiume Ronco e Montone con, al centro, seduta, la Città di Forlì, tutte opere dello scultore modenese Luigi Righi. 
Torna leggibile anche l’iscrizione nell’alzato del fronte della facciata che ricorda come l’opera sia stata iniziata sotto l governo del Legato Pontificio Nicolò Grimaldi e poi completata dal suo successore, il Legato Pontificio Alessandro Spada; ben leggibile la data del completamento dei lavori MDCCCXXXX (1840) iniziati nel 1837.
Il gruppo scultoreo che rappresentava Ercole e il Toro, opera di Apollodoro Santarelli, nella sommità dell’alzato, fu demolito in modo scellerato come anche le figure sulla sommità dei pilastri che contengono la cancellata di accesso (opere anch’esse di Luigi Righi).
L’intero progetto architettonico del Foro Annonario fu ad opera di Giacomo Santarelli, lo stesso che mise mano al Giardino Pubblico di Forlì e, a ben guardare, l’ingresso colonnato ha una certa somiglianza.